Anno 2°
giovedì, 20 giugno 2013 - Recte agere nihil timere
Cronaca
sabato, 11 agosto 2012, 15:01
Si tratta di una rara ed eccezionale testimonianza della storia della tecnologia metallurgica del nostro continente.
Si è tenuto presso la ex caserma Lorenzini di Lucca un incontro di verifica, per valutare la consistenza delle sopravvivenze archeologiche relative alla fonderia per artiglierie dell’antica Repubblica di Lucca. Erano presenti l’assessore alla Cultura del Comune di Lucca, Patrizia Favati e gli scopritori del sito geometra Bruno Giannoni, presidente dell’Associazione Historica Lucense e il colonnello della Folgore Vittorio Lino Biondi. Ha preso parte al sopralluogo, in qualità di esperto di artiglierie storiche, anche l’archeologo dottor Renato Gianni Ridella, giunto appositamente da Genova.
Utilizzando una scala a pioli il gruppo ha raggiunto il primo piano dell’edificio sovrastante la porta carraia del complesso militare, ormai dismesso da alcuni decenni e passato al patrimonio comunale; i presenti si sono ritrovati in un sottotetto dove, in un angolo, spiccava la massiccia costruzione in laterizi riconosciuta e illustrata dal Giannoni, sulla base della cartografia cinque-seicentesca, come la fornace di fusione per il getto delle bocche da fuoco che andavano ad equipaggiare le nuove mura bastionate di Lucca.
Il dottor Ridella ha confermato l’identificazione, precisando che ci si trovava di fronte ad un grande forno a riverbero in grado di portare allo stato fuso anche le oltre tre tonnellate di bronzo necessarie alla produzione di una grossa colubrina. L’archeologo ha sottolineato l’assoluta importanza del ritrovamento di una struttura di questo tipo, giunta praticamente intatta fino ai nostri giorni dopo quasi cinquecento anni dalla sua costruzione e ne ha affermato la sicura unicità in ambito europeo: infatti, mentre si conoscono un certo numero di edifici per fonderie da cannoni in bronzo ancora esistenti, come per esempio a Venezia, Genova e Istanbul, risulta anche che i loro impianti di fusione sono stati completamente demoliti per fare spazio alle nuove esigenze di riuso dei rispettivi fabbricati.
Ci troviamo quindi di fronte ad una eccezionale testimonianza della storia della tecnologia metallurgica del nostro continente. Il caso che ha consentito la sopravvivenza dell’esemplare lucchese è dovuto alla sua dislocazione, per gli ultimi due secoli, all’interno di un complesso di costruzioni adattate ad acquartieramento militare, in un settore dove le manomissioni strutturali hanno solo sfiorato la nostra fornace.
A fronte delle precisazioni fornite dagli scopritori e dal consulente, l’assessore Favati ha colto pienamente l’interesse culturale insito nel rinvenimento e ha convenuto sulla urgenza di interventi di salvaguardia e messa in sicurezza del sito, in previsione di una sua valorizzazione e di una sua futura apertura alla visita del grande pubblico. Si è anche sottolineata l’evidente interrelazione che questa struttura aveva con le mura urbane, avendo fornito ad esse i mezzi per la difesa attiva. Risulta in particolare che più della metà dei 170 pezzi d’artiglieria che le equipaggiavano verso il 1670, erano stati prodotti in questa struttura da due fonditori genovesi, Vincenzo II Gioardi e suo nipote Evangelista Borghini, tra gli ultimi decenni del Cinquecento e i primi del secolo successivo; questo rappresenta uno dei tanti indizi sul legame che univa le due Repubbliche, Lucca e Genova, sin dal medio evo. Tenuto conto di tutto questo, l'assessore Favati ha prospettato l’inserimento di un primo progetto divulgativo sulla fonderia e sulla sua produzione all’interno delle iniziative per la celebrazione del cinquecentesimo della cinta bastionata, che si apriranno il prossimo anno.
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