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Economia e lavoro

SproFondazione

lunedì, 20 marzo 2017, 16:48

di aldo grandi

In una città dove il silenzio e l'ipocrisia vanno a braccetto, nessuno affronta alcuni temi particolarmente indigesti. La fondazione Banca del Monte rischia di chiudere i battenti e questa volta non ci sarà nessuno a comprarle 26 milioni di euro in azioni coma ha fatto, anni fa, la 'cugina' di San Micheletto.

La Fondazione Banca del Monte, in sostanza, è alla frutta anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, è ai saluti. Peccato, però, che non si tratti di quelli, cortesi o amichevoli, dopo un pranzo o una cena al ristorante, bensì i saluti, ben più amari e devastanti, dovuti alla disastrosa situazione economica dell'ente di piazza San Martino. 

Nessuno che, al momento, abbia il coraggio di dire quello che, nelle più o meno segrete stanze tutti sanno. La Fondazione guidata, fino a un anno fa da Alberto Del Carlo che ha voluto andarsene non senza prima lasciare una sua erede, la figlia Silvia, nell'organo di indirizzo, è alla canna del gas ossia non ha soldi né per fare investimenti né, tantomeno, per elargire contributi. L'unica cosa che riesce a fare, pressoche bi o anche trisettimanalmente, è ospitare incontri culturali, politici o di altro genere nel proprio auditorium, segno di una vitalità a costo zero e a ricavo altrettanto che lascia il tempo che trova.

Il bilancio al 31 dicembre 2015 aveva chiuso con un avanzo di poco più di 20 mila euro, una bazzecola che lasciava chiaramente intuire come, ormai, i tempi delle vacche semigrasse dovute all'aiuto, consistente, della cugina più nobile e ricca Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, erano finiti.

La decisione - che nessuno, sostanzialmente e anche se, adesso, in clima prelettorale per la presidenza di San Micheletto, qualcuno prova a criticare - di acquistare 26 milioni di euro in azioni della Banca del Monte posseduti dalla Fondazione BdM, se per quest'ultima e Del Carlo ha rappresentato una sorta di bombola di ossigeno pressoché inesauribile, per King Arthur, al secolo Arturo Lattanzi, numero uno della fondazione Carilucca, è stata una grossa cazzata.

Ventisei milioni, sostanzialmente, gettati nel cesso dal momento che le azioni di Banca del Monte, di proprietà Carige, valgono, attualmente, quanto la carta straccia o poco più. Salvo miracoli dell'ultimo minuto. Eppure questa ingente somma ha permesso a Giuseppe Del Carlo di realizzare, al momento della vendita, una plusvalenza di nove milioni di euro che ha garantito l'esistenza per gli ultimi anni, dignitosa invero, della fondazione. Ora, però, le cose sono cambiate e i soldi derivanti dalla vendita della metà delle azioni Banca del Monte in possesso della Fondazione Banca del Monte, sono finiti. Si parla di bilancio chiuso in rosso anche perché il patrimonio della Fondazione, presieduta adesso da Oriano Landucci, dovrà essere svalutato proprio per lo scarso valore delle restanti azioni in portafoglio. 

Se si fanno due calcoli dopo aver dato un'occhiata alle poste di bilancio 2015, si può ipotizzare, per il 2016 e l'anno che verrà, un rendimento di poco superiore a un milione di euro che a malapena potrebbe garantire il pagamento degli stipendi e dei costi fissi. Questo significherebbe una cosa sola: il destino della fondazione Banca del Monte è segnato e finirà per condurla alla fusione con altri enti similari. A che cosa, dunque, sono serviti i ventisei milioni di euro spesi per acquistare azioni prive di corrispondente valore, se non a infliggere un duro danno di immagine e un duro colpo economico alla Carilucca che ha effettuato l'operazione sulla spinta di tutti coloro che - politici e politicanti in primis, opinionisti d'accatto e similari - chiedevano di salvare il salvabile, ossia la Banca del Monte e la relativa Fondazione? 

Acquistando 26 milioni di euro di azioni dalla fondazione Banca del Monte, ossia il 20 per cento del capitale di Banca del Monte spa, Lattanzi pensava di poter contribuire a mantenere un corpo bancario identitario a Lucca rappresentato dagli uffici e dalle filiali della Banca del Monte. Erano, del resto, ancora vivi i ricordi e le polemiche per la vendita a Fiorani della Casse di Risparmio del Tirreno per la modica cifra di 3 mila 450 miliardi di lire il cui pagamento era garantito da una fideiussione della Dresdner Bank, mica Monte dei Paschi o Banca Etruria.

Così l'animo, per molti duro, del Presidentissimo in procinto di abbandonare lo scettro del comando, si era sciolto e il portafogli aperto in modo da far passare i 26 milioni dalle casse della Fondazione Carilucca a quelle, semivuote, della Fondazione Banca del Monte.

L'operazione, tuttavia, non è servita se non a prolungare un'agonia senza fine. Oggi come oggi la Fondazione Banca del Monte - se è vero che il potere spetta a chi distribuisce le carte - conta quanto il due di coppe quando, a briscola, regna bastoni. Ma nessuno, nella città dove l'apparenza è più importante di qualsiasi sostanza, ha il coraggio di raccontarlo. Noi non ci sogneremo mai di dare giudizi di merito, ma, certamente, se la Fondazione Banca del Monte è ridotta in questo stato, di qualcuno la colpa dovrà pur essere.

 


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