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Politica

Perché lo ius soli è inutile

lunedì, 19 giugno 2017, 09:02

di barbara pavarotti

Il problema del Pd è che si occupa di minoranze e non della maggioranza. Si è specializzato in battaglie di nicchia, ma della fetta più grossa degli italiani si è dimenticato. Questo Pd si appassiona a tutto ciò che riguarda un gruppo limitato di individui: matrimoni fra persone dello stesso sesso, transgender, e ora Ius Soli (letteralmente: diritto del suolo) per i minori migranti.

Ma esistono dei diritti molto più vasti calpestati. E il principale è quello sancito dall’articolo 36 della Costituzione: “ Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Su questo diritto il Pd di governo continua a fare orecchie da mercante. Anzi, ha contribuito non poco al suo affossamento per adeguarsi alle politiche liberiste di chi detiene il potere economico. Cosa deve fare uno stato di più importante se non assicurare un lavoro dignitoso ai suoi figli? Il resto viene dopo. A ricordarlo a tutti, inconsapevolmente, ma con un effetto dirompente, è stata la mamma di Gloria, la ragazza morta nel rogo di Londra:

"Dopo la laurea con 110 in Veneto le proponevano di lavorare per 300 euro al mese. Non voleva pesare su di noi ed è andata all'estero. In poche settimane ha avuto l'occasione di guadagnare 1800 sterline (2100 euro) al mese".

Tutti si sono vergognati dopo questa frase. Tutti, ma non loro, quelli che siedono in Parlamento. Mica li riguarda a loro che i giovani in Italia ormai viaggino su salari da fame. Che il lavoro sia un miraggio e ci sia una generazione di disperati. No, loro devono pensare a come dare la cittadinanza italiana agli stranieri che non hanno ancora compiuto 18 anni. Perché questo in fondo è il nocciolo dello Ius Soli. Dare questa cittadinanza prima di quanto attualmente previsto per legge. Perché al momento - è bene ribadirlo altrimenti si pensa che finora l’Italia sia stata tanto cattiva - qualunque extracomunitario può avere questa cittadinanza dopo 10 anni di residenza legale in Italia e, se nato in questo paese, al compimento dei 18 anni. Tant’è che nel 2016 205.000 persone sono diventate cittadini italiani. E naturalmente ce l’ha in automatico chi nasce da uno straniero già con cittadinanza.

Cosa si vuole ora con lo ius soli? Ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza legale necessario e riconoscere cittadini italiani i minori nati in Italia purché uno dei genitori abbia alle spalle, appunto, almeno 5 anni di permesso di soggiorno. Cittadinanza anche per i minori arrivati qui entro i 12 anni di età purché abbiano frequentato per 5 anni la scuola.

Tutto qui? Già, tutto qui in estrema sintesi. E’ una legge che mira a favorire i bambini, a farli diventare italiani prima. E di fronte alle creature, si sa, il cuore è sempre fragile. Si prevede, se la legge verrà approvata, una milionata di nuovi italiani, più, visto l’andamento delle nascite e la maturazione dei requisiti, circa 60.000 ogni anno. Quindi, almeno stavolta, la platea è un po’ più vasta.

Tutto questo andrebbe benissimo in un paese con una forte identità nazionale, che sa trasmettere i propri valori, che quindi considera l’essere italiano un valore prioritario. Ma noi siamo un paese slabbrato, che si disprezza, che disprezza tutto quello che è italiano. Pronto a esaltare tutto ciò che invece è straniero come migliore, più interessante. A inneggiare al multiculturalismo e all’indefinitezza. Quale italianità dobbiamo trasmettere a queste creature? La cittadinanza non è solo un fatto formale, una questione di comodo utile per motivi burocratici. E’ riconoscersi in una nazione, in un popolo. E’ un sistema di valori, lottare per esso, sentirsi parte di un tutto. Ma se noi siamo i primi a non amare noi stessi come faremo a spiegare a questi ragazzi che devono sentirsi orgogliosi di essere italiani?

In America ci credono, c’è orgoglio patriottico nell’essere americani. Da noi, la sola parola “patria” viene considerata retorica, da disprezzare. L’italianità è talmente annacquata che ci si ride sopra. Siamo europei, siamo cittadini del mondo. E allora perché gli extracomunitari non possono rimanere “cittadini del mondo”, almeno finché non siano convinti di voler essere italiani fino in fondo e non solo di facciata?

Come cresceranno questi figli comunque sradicati, all’interno di famiglie che vogliono mantenere le proprie tradizioni tanto diverse dalle nostre? Ci sarà anche da noi il problema delle seconde e terze generazioni che si rivolteranno contro il paese che li ha accolti?

Dietro a questa cittadinanza ritenuta assolutamente indispensabile, c’è una forte contraddizione. Tutti gli intellettuali, tutti i pensatori più aperti sostengono che i confini non hanno senso, che dobbiamo unirci, mischiarci (come sempre si è fatto senza tanto clamore), e poi invece adesso diventa fondamentale la cittadinanza. Così si sentono più italiani, dicono. Da quando in qua un’etichetta genera italianità? Non è così che si crea il senso di appartenenza. Magari se uno la vuole davvero questa cittadinanza, la sogna e la desidera, allora può aspettare benissimo i 18 anni. Come si aspettano i 18 per votare, per avere la patente, per diventare adulti. Se è un traguardo e non un dato di fatto scontato, allora è voluta davvero. E’ il frutto di un percorso ragionato. Ci si vuole sentire italiani. E non per vantaggi burocratici. Se si vuole la cittadinanza, bisogna che ci si riconosca pienamente nella cultura e nello stile di vita italiano.

Davvero pensate che un minore cinese, arabo, africano sia pronto a rigettare ciò che gli viene insegnato in famiglia per assumere l’italianità? Sarebbe una discrasia (e spesso ne vediamo le conseguenze violente): in famiglia ti trasmettono certi valori e fuori devi essere diverso. E’ evidente poi lo scollamento, la rabbia, tipica delle seconde, terze generazioni. La cittadinanza si deve concedere solo a famiglie perfettamente integrate. E 10 anni di permanenza legale in Italia, come prevede l’attuale legge, sembrano un tempo giusto. Cinque sono pochi.

E poi mettiamoci dall’altra parte, cambiamo prospettiva: noi italiani andiamo a vivere in Cina, in Africa, in Arabia. Quante tempo ci vorrà perché noi ci si possa sentire cinesi, africani, arabi? Non basta una vita. Cresceremo i nostri figli inevitabilmente con una mentalità italiana. Ed è giusto che i nostri figli decidano, consapevolmente, alla maggiore età, cosa essere: se rimanere italiani o adottare il modus vivendi, la religione, la cultura del paese ospitante.

Poi non è vero che l’Italia con lo Ius Soli si adeguerebbe all’Europa. Altrove rimane più difficile ottenere la cittadinanza. In Germania uno dei due genitori deve viverci legalmente da 8 anni. In Francia la si ottiene dopo i 18 anni. Nel Regno Unito la si ha se un genitore ha già la cittadinanza britannica, in altri casi non è facile. Nei Paesi Bassi dopo i 18 anni o dopo i 12 se i genitori sono residenti da almeno 10 anni. In Spagna dopo 10 anni di residenza con lavoro e permesso di soggiorno permanente. E nonostante questo, pressoché dovunque la disintegrazione delle radici ha prodotto rabbia e senso di rivalsa.

Questa è un’imposizione che si fa a dei bambini che non possono scegliere. Questa visione disincarnata e burocratica delle cittadinanza è una forzatura. O una furbata per raccogliere i voti della minoranza, che, si spera il prima possibile, possa diventare maggioranza. L’attuale maggioranza coi suoi problemi si rivolgesse altrove: non alla ditta Pd aperta h. 24 per i problemi delle minoranze.

 


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