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Rubriche : tiri mancini

Renzi non si smentisce mai...

martedì, 14 febbraio 2017, 11:31

di marcello mancini

"Il problema non sarà quello di due o tre banchette toscane... Ne discuteremo recuperando l'allegria". A volte mi chiedo se Renzi si renda conto di quello che dice. O forse sì, se ne rende benissimo conto, ma pensa che gli italiani abbiano l'anello al naso. Parla di allegria alle migliaia di risparmiatori che hanno perso i soldi. 

L'ho ascoltato ieri alla direzione nazionale del Pd. Quando invoca la lealtà non può pensare che non si riconduca il concetto a quanto è successo con "Enrico stai sereno" e che l'opinione pubblica abbia dimenticato come andò a finire. 
Mentre elenca le medaglie dei suoi mille giorni di governo, per dirsi immancabilmente bravo, Renzi sorvola su tutte le bombe che ha sparato e sulle dichiarazioni avventurose, come quando invitò gli italiani dal salotto di Porta a Porta, ad acquistare le azioni di Mps, perché la banca era risanata e investire sarebbe stato un affare. E dovremmo fidarci, con allegria, del futuro che ci promette. 
Si è accorto ora dei ceti medi che ha ignorato per i mille giorni, impegnato com'era dietro ai  banchieri e agli interessi così lontani dai cittadini semplici. Si illude di tornare come se niente fosse successo. 
Ma a Renzi piace muovere il mondo intorno a lui stesso, secondo i suoi metodi e i suoi tempi. Lo ha fatto anche questa volta. Finge di decidere insieme agli altri, però non è vero. Gli è ancora concesso, finché resta il segretario. Ma temo per lui che non durerà a lungo. Ha mancato l'ultima possibilità di stupire, di smentire l'immagine - ma anche la sostanza, purtroppo - del politico più attaccato alla poltrona che agli interessi del Paese, del Narciso che troppo preso a specchiarsi nella sua presunta superiorità non si accorge della delusione che ha generato anche tra i fan della prima ora. 

Continua a non capire che l'unico modo per dimostrare che la sentenza del referendum lo ha cambiato veramente, sarebbe quello di smettere di avvelenare l'aria con l'arroganza. Sarebbe troppo pretendere che ammettesse gli errori, uno per uno: questo avrebbe dovuto fare, e non ripetere che ha già pagato lui, interamente, perché si è dimesso da presidente del consiglio. E sottintende: che altro volete da me? 
Un film già visto. L'arroganza, rimasta intatta, si misura dalla sufficienza con la quale cita i tre possibili candidati alla successione, di cui finge di ricordare il numero esatto. ("Mi sembra di aver capito che sono Emiliano, Rossi e Speranza...). 
Niente di nuovo. E' il solito Renzi, quello che conosciamo, dell'"io so' io e voi non siete un cazzo".
Il Renzi che non riesce a dire che il congresso non è una concessione alla minoranza, ma una necessità per discutere delle politiche del Pd, cioè del partito di maggioranza che sta governando il Paese. 
E' allergico a tutto quanto sa di assemblea, perché per la prima volta si troverebbe costretto a stare ad ascoltare un dibattito vero per più di un paio d'ore, violentando la sua insofferenza congenita; si troverebbe a confrontarsi con chi non ha idee uguali alle sue e non lo blandisce per  compiacerlo, a convivere con il dissenso democratico. Renzi non è abituato a elaborare proposte diverse, a disegnare progetti che non escano solo dal campo della sua stanza e dei suoi yesmen, ma che siano una sintesi di opinioni differenti. 
Ebbene, il congresso alla fine lo ha concesso, ma è deciso a celebrarlo a tambur battente,  perché l'obiettivo resta ancora quello di votare prima possibile. L'estremo errore, probabilmente fatale, è che Renzi non smette di ragionare secondo i suoi parametri, cioè a considerare il congresso come una conta (pro o contro di lui), convinto di potersi prendersi tutte le rivincite che aveva cercato dopo il referendum, grazie all'arma delle liste bloccate, e che gli sono state impedite finora da un percorso verso le elezioni, più lungo di quello che avrebbe voluto. 

Invece la minoranza di Bersani, Emiliano e Rossi, è convinta che il Pd debba ora "appassionare mondi più vasti", chiamare a raccolta chi si è allontanato, convocare una conferenza programmatica. Insomma, chiedono tempo per prepararsi, quel tempo che Renzi non ha mai voluto concedere a nessuno, perché significherebbe lasciare spazio a chi non è d'accordo con le sue decisioni. Non è una semplice battaglia sul calendario, come il segretario vuole fare credere. È la differenza che corre fra l'uomo solo al comando e un partito che discute democraticamente. Renzi ha sempre fretta di passare alla storia, eppure dovrebbe aver capito, almeno quello, che è stata proprio la fretta di diventare un padre della patria accanto a De Gasperi, Calamandrei e La Pira, che lo ha condannato alla sconfitta del referendum, di cui nessuno, tranne lui, sentiva tanta urgenza. Con questo comportamento, da proprietario del pallone della partita, ha rianimato quelli che ora chiama "compagni" ma si vede lontano un miglio che li considera tali. Una improbabile conversione linguistica che non gli risparmierà un precoce crepuscolo. 


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