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Attacco alle puppe. Dopo quelle di Lattanzi, ora avanti con quelle di Bertocchini

mercoledì, 17 maggio 2017, 09:40

di aldo grandi

Non è una coincidenza, ma potrebbe sembrarlo. Non è un'alleanza, ma sembra una possibilità. Unico denominatore comune l'assalto all'ente di San Micheletto, la cassaforte cittadina, la mamma di tutte le puppe. Da un lato il sindacato Cgil della Banca del Monte che approfitta dell'insediamento della nuova presidenza per bussare alla porta; dall'altro il documento diffuso, cosa anomala e mai avvenuta prima, dal consorzio industriali Toscana Nord contenente non solo chiare accuse alla dirigenza e alla conduzione della Fondazione Carilucca per l'esclusione di Luigi Lazzareschi dall'assemblea dei soci, ma anche una richiesta manifesta e decisa ossia la modificazione dello statuto dell'ente. Infine, infiliamoci pure la pessima figura rimediata da Vittorio Armani, ex direttore dell'associazione industriali di Lucca che, deluso per essere stato 'silurato' e accantonato, prima ha annunciato le proprie dimissioni, poi, per intervento dei vertici di Palazzo Bernardini, ci ha ripensato. Tutti e tre gli aspetti sono da mettere in relazione alla fine di un'epoca. King Arthur, al secolo Arturo Lattanzi, il presidentissimo della Fondazione Carilucca, colui che l'ha fatta diventare quel che è grazie all'operazione Casse del Tirreno ceduta a Fiorani per 3 mila 450 miliardi delle vecchie lire con tanto di fideiussione della Dresdner Bank fino all'estinzione del debito, ossia 2005, se ne è andato in pensione a 80 anni e un mese prima la sua destituzione e subito dopo l'avvento di Bertocchini, è iniziato l'assalto alla diligenza. Al centro, la voglia e l'aspirazione di poter ciucciare, in un modo o nell'altro, direttamente o indirettamente, politicamente o economicamente, dalle zinne pardon dalle puppe dell'ente. E' di ieri, infatti, il comunicato diffuso dal sindacato Cgil dei dipendenti della Banca del Monte con cui si lancia un appello alle due Fondazioni - in realtà una, perché la fondazione Banca del Monte non si sa nemmeno se resterà tale o se si fonderà con altri istituzioni similari vista la ormai cronica assenza di denaro - affinché si muovano per salvaguardare la lucchesità della banca. Arieccoci con la solita presa per il culo: la lucchesità delle banche. Ma quali?, ma dove?. Ormai la banca non è più una istituzione legata al territorio e ne sono testimonianza le fusioni e gli accorpamenti che anche a Lucca hanno prodotto risultati che tutti possono vedere. Oggi, di lucchese, sono rimasti solamente i dipendenti e per due motivi: perché c'erano già al momento della fusione e perché vivono sul posto ché altrimenti ai vertici e ai banchieri sarebbe interessato poco avere un dipendente made in Lucca o made in qualsiasi altro stato dell'Unione Europea o di qualche altro organismo sovranazionale.

La verità tanto per dircela tutta, è una sola: fino ad oggi la Banca del Monte si è salvata dall'essere incorporata e annientata da Carige, che detiene il 60 per cento delle sue azioni, grazie, soprattutto, al veto posto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Arturo Lattanzi il quale, per andare incontro alle stesse richieste di mantenere la lucchesità della banca, sborsò 26 milioni di euro per acquistare il 20 per cento delle azioni in possesso della Fondazione Banca del Monte. Questi soldi hanno permesso a Del Carlo e soci di assolvere alla funzione dell'istituzione, a pagare gli stipendi, compresi propri compensi, per tutto questo tempo, a mantenere in vita un moribbondo che rischia di esalare l'ultimo respiro da un momento all'altro, ma, soprattutto, hanno permesso alla Banca del Monte di resistere in quel poco o nulla di autonomia che gli era rimasta. 26 milioni di euro, va detto, buttati nella tazza del cesso poiché ad oggi e salvo rovesciamenti del sistema economico mondiale, le azioni che furono acquistate con quella somma non sono cedibili né lo saranno in futuro. In sostanza, non le vuole nessuno. E, ironia della sorte, proprio quel salavataggio fatto da Lattanzi gli è stato, di recente rimproverato quasi si fosse trattato di uan spesa personale e non, come, invece, è stato, un gesto estremo di andare incontro alle richieste dei notabili cittadini e dei dipendenti della banca.

Adesso non c'è più Lattanzi al timone, ma, soprattutto, non ci sono più i 26 milioni di euro per comprare quel che sarebbe inutile comprare. Il sindacato annuncia che la Banca sta tornando a distribuire utili. Bene, ne siamo lieti, ma prima di arrivare ai 26 milioni di euro e alla loro svalutazione, ce ne vorrà. Come mai, domandiamo alla Cgil, questo appello è stato lanciato adesso che Lattanzi non c'è più mentre non sono state spese nemmeno due parole per salutarne la dipartenza nonostante fosse stato proprio lui, cinque anni fa, a salvare il culo ai 150 dipendenti della banca di piazza San Martino? 

Passiamo agli Industriali, genere di persone sempre molto attento alla forma e a non pestare i piedi salvo quando, proprio, non possono farne a meno. E questo è uno di quei momenti. La figura di merda rimediata dalla città e non solo a seguito della mancata elezione a socio della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca di Luigi Lazzareschi, uno degli imprenditori più prestigiosi e affidabili a livello nazionale, è, ormai, evidente. Lazzareschi, che non aveva certo bisogno della nomina per maturare un accrescimento del senso di autostima, ma poteva essere un importante ingresso in un ambito dagli sviluppi interessanti per il territorio, ha spedito una lettera con cui manda, sostanzialmente, a quel paese, gli industriali lucchesi e la fondazione stessa rinunciando a tutti gli incarichi che aveva nel consorzio industriali Toscana Nord. La sua mancata nomina è stata l'ennesima riprova che a Lucca nessuno è profeta in patria e che, purtroppo, la mediocrità, sovente, la fa da padrona. Comunque sia, a distanza di un mese e dopo riflessioni, conversazioni, seghe mentali di varia natura, finalmente gli Industriali Lucchesi hanno partorito quello che andavano dicendo e maturando da anni, ma che, evidentemente, non riuscivano a produrre. Ossia una critica, sistematica e sostanziosa oltreché sostanziale, di una gestione, quella di Arturo Lattanzi, che non hanno mai amato, ma che hanno solamente digerito. E male. 

Nella nota diffusa da Palazzo Bernardini, adesso e dopo la strigliata di Lazzareschi, gli industriali in loco alzano la voce sia pure senza mettere, in calce alla nota, nome e cognome di qualcuno, e chiedono, addirittura, la modifica dello statuto. Se si fossero svegliati prima, probabilmente anche la nomina di Lazzareschi non sarebbe stata bocciata. Sarebbe stato sufficiente, nei trenta giorni precedenti l'assemblea e la votazione avvenuta il 28 aprile, diffondere qualche comunicato ufficiale che annunciava sia la presenza di Lazzareschi come rappresentante della categoria, sia spendere, in prima persona, una nota di appoggio. Lazzareschi è, indubbiamente, lontano da certi circoli e da altrettante conventicole - ha da lavorare, cosa che, per certi lucchesi, è difficile da immaginare e ancor più da digerire - e una esplicita proposta-presenza da parte degli Industriali sui mass media avrebbe facilitato le cose.

Infine due parole per Vittorio Armani. Quando si annunciano le proprie dimissioni, onestà intellettuale e coraggio civile vorrebbero che si mantenesse ciò che si è detto. Ma comprendiamo che le spinte degli industriali che vedono meglio lui nell'organo di indirizzo continuando a tenersi nascosti come hanno fatto fino ad oggi, è cosa senza dubbio più semplice e opportuna. In realtà Armani, ormai, agli occhi della città - quella sveglia, non quella che dorme ancorata alle vecchie clientele e alle vecchie famiglie - è ampiamente delegittimato. Come si fa a lamentarsi pubblicamente di non essere stati presi in considerazione da Lattanzi, a dirlo a destra e a manca, a uscirsene fuori con un grido disperato di assenza di considerazione e, poi, restare con il sedere attaccato alla poltrona? Incredibile come le persone, per un incarico, una qualifica, un segno di vita, siano pronte a rimangiarsi quel che avevano detto il giorno prima.


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