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Femministe sì, maschilisti no?

lunedì, 26 novembre 2018, 16:44

di aldo grandi

E' appena trascorsa la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Niente da dire, ricorrenza giusta e istruttiva anche se, a nostro avviso, spesso interpretata a senso unico e senza tutta una serie di considerazioni. Il linguaggio politicamente corretto del Pensiero Unico Dominante tendente, come sempre, a sinistra, giudica il femminismo e, quindi, le femministe alla stregua di una categoria protetta e legittimata a inalberare il vessillo di tutela della donna. La quale, ovviamente, difende la sua posizione e i suoi diritti. L'opposto di femminismo, ossia maschilismo, è impronunciabile e vocabolo dai connotati esclusivamente negativi. Succede, così, che un uomo che voglia vedere tutelati i propri diritti venga considerato un maschilista nel senso più deleterio del termine - altro senso, inoltre, non esiste - mentre per una donna il termine femminista ha una eccezione esclusivamente positiva salvo rare, più uniche, eccezioni. Pensavamo questo, noi che, in tutto il corso della nostra esistenza, per le donne abbiamo nutrito una sorta di rispetto-venerazione che ci ha condotti, molte volte, a ritenerle, sbagliando, sostanzialmente e fisicamente più deboli e, quindi, come tali, meritevoli di protezione, amore, cortesia, gentilezza: in una parola cavalleria. Quello che, tuttavia, con difficoltà riusciamo a digerire, è la tendenza a fare del femminismo un vessillo di scontro e non di confronto, dove gli uomini vengono visti come dei potenziali nemici capaci delle violenze più efferate. Lasciamo perdere, innanzitutto, questo atteggiamento persecutorio che, purtroppo, esiste eccome, ma che fa il paio, sia pure in misura più ridotta, con altri tipi di violenze che gli uomini sono costretti a subire in svariati ambiti della propria esistenza. 

E facciamo il punto su una contraddizione così palese e così evidente da instaurare in noi la sensazione prima, la convinzione dopo che, a fronte di un giusto, comprensibile, giustificato atteggiamento rivendicativo esista una ideologizzazione della donna che, guarda caso, sbanda costantemente a sinistra, in quell'universo parallelo dove non esistono mezze misure, ma l'assolutismo vero e proprio. 

In tutte le manifestazioni di carattere femminista, l'uomo viene messo, in un certo senso all'indice per la sua, potenziale e indiscutibile, a volte, violenza esercitata su un soggetto fisicamente più debole. Ma nonostante questo, mai e poi mai che vengano prese posizioni della stessa intensità contro il fenomeno dell'immigrazione incontrollata che da anni siamo costretti, noi uomini e le donne, a subìre. Una volta e fino almeno al pontificato di Giovanni Paolo II, la Chiesa era piuttosto guardinga e restìa ad ammettere anzi, ad accettare i matrimoni misti tra donne di religione cristiana e cattolica con uomini di fede musulmana. E non esistevano problemi nel riconoscere, indubbiamente, l'esistenza di conflitti, il più delle volte insanabili, in questa unione. 

In questi ultimi anni, al contrario, ciò che prima veniva dalla Chiesa esplicitamente manifestato, oggi è quasi del tutto scomparso. E sono ben pochi gli intellettuali, i giornalisti, i politici che hanno il coraggio di mettere nero su bianco i rischi cui va incontro, sistematicamente, la famiglia mista. 

Eppure noi non abbiamo mai sentito pronunciare una condanna né un rifiuto da parte delle associazioni femministe o dalle femministe più politicizzate, dell'invasione cui siamo stati costretti accogliendo centinaia di migliaia di giovani virgulti di religione musulmana senza nemmeno porci il dilemma se il farlo avrebbe generato situazioni esplosive. O non è evidente nel Corano la posizione, decisamente subordinata per non dire inferiore, della donna? Per carità, in una realtà musulmana i musulmani si comportano come bravi credenti rispettando le regole del Corano, ma in un Paese a maggioranza cattolica e, per il resto, secolarizzata, come si può non comprendere quale pericolo corrano la famiglia e i suoi componenti?

Inoltre, queste femministe a un tanto al chilo, non le abbiamo viste scendere in piazza e manifestare la propria rabbia nei confronti degli assassini di Pamela o di Desirée e certamente, chi ha la nostra età, ricorderà con quale giusto accanimento e disprezzo furono inseguiti gli autori del massacro del Circeo. Ma il dubbio è che se gli assassini e gli stupratori o gli spacciatori sono di colore o immigrati, non avviene la stessa rivolta interiore ed esterna che si manifestano qualora, come al Circeo, gli autori siano etichettabili come fascisti. Come se la violenza fosse una questione ideologica o di partito e non, al contrario, un atteggiamento trasversale da combattere sempre e comunque.

Ecco perché noi, quando si parla di battaglia contro la violenza alle donne, restiamo interdetti nel constatare che esistono diversi tipi di violenza e quella più criticabile e condannabile, secondo le associazioni femministe, è quella dell'uomo bianco, notoriamente fascista, razzista, omofobo e chi più ne ha più ne metta. E che le femministe non si rendono conto che assurgere a paladine dell'omosessualità è come, paradossalmente, condannare all'estinzione la razza umana o rinunciare all'unica prerogativa esclusiva che la donna possiede, ossia quella di generare la vita e di consentire la sopravvivenza della specie. 


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