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Ce n'è anche per Cecco a cena

Lucchese, una lunga, interminabile agonia

lunedì, 4 marzo 2019, 21:42

di aldo grandi

Mancano pochi giorni, ormai, alla fine della farsa trasformatasi in dramma e prossima alla tragedia. Sportiva e umana. La Lucchese annaspa, si dimena, inciampa, ma si rialza, non molla, resiste. E' una sfida contro il buonsenso e la ragione quella che tifosi rossoneri, squadra e staff tecnico stanno portando avanti, ma è proprio per questo che desta maggiore ammirazione. L'ultimo atto di questa vergognosa messinscena si è avuto oggi durante la riunione della commissione comunale convocata per vedere se, all'orizzonte, ci sono barlumi di speranza ancor più che di luce. Ebbene, formalmente convocato dal presidente Dinelli, Arnaldo Moriconi, ex patron ed ex presidente della società, si è ben guardato dal farsi vedere dicendo, pare, che lui, con la Lucchese, ormai, non c'entra più niente avendo solamente l'1 per cento. Dispiace che quest'uomo, una via di mezzo tra il Fidel cubano e il Conte di Montecristo, non faccia niente per scacciare la sensazione di aver già tutto previsto, di aver tutto fatto, fino ad ora, per togliersi di dosso una veste per lui insopportabile e insostenibile. C'è ben poco da dire e da fare: la colpa, in tutti i sensi, è sua. Poi di tutti gli altri. La commissione si è, di fatto, chiusa con l'intenzione di convocare la nuova società, ossia i due magi rimasti poiché il terzo ha dato forfait.

Quindi, se non abbiamo capito male, Aldo Castelli e Umberto Ottaviani, entrambi da Roma, dovrebbero, adesso, risalire la Cassia e raggiungere Lucca per spiegare, dopo aver ricevuto pesci in faccia e manate sulla testa, cosa hanno intenzione di fare. Si chiede, in sostanza, a chi era stato, giustamente, cacciato dalla porta, di rientrare, adesso, dalla finestra. Se non fossimo nell'anno di (dis)grazia 2019, ci parrebbe di essere ancora in un fotoromanzo di quelli in bianco e nero editi dalla Lancio e che tanto successo mietevano negli anni della nostra beata incoscienza.

Sappiamo tutti, c'era anche una canzone, che la verità fa male, se non sempre quasi, ma è soltanto quella che può farci riaprire gli occhi. La necessità di abbandonare le illusioni sulla propria condizione è la necessità di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. Non è nostra la citazione, ma di un certo Karl Marx, altro spessore e altra testa rispetto ai novelli cosiddetti influencer odierni. Dobbiamo toglierci le fette di prosciutto dagli occhi se vogliamo vedere chiaramente cosa sta per accadere.

L'unica cosa che può aiutare la Lucchese in questo momento è un miracolo, ma nemmeno Marx o Qualcuno più in alto di lui e che di miracoli se ne intendeva, potrebbe più farci niente. La sorte è segnata. Sembra di essere sul Titanic in quella notte gelida in mezzo all'oceano con la piccola orchestra che non cessò di suonare fino all'ultimo.

Noi non siamo mai stati teneri con mister Tambellin Man, ma, addirittura, incolparlo per il crac della Lucchese questo no, non lo abbiamo mai detto né scritto, ma, soprattutto, pensato. Avrà tanti difetti e commesso altrettanti errori, ma non esageriamo. C'è un limite a tutto.

Servono soldi, in poche parole il vil denaro, la pecunia, i quattrini, li sordi, i vaìni - Chi un cià vaìni un'abbi voglie - e basta. Tutto il resto è niente. Sulle spalle della povera Pantera sono piovuti già due decreti ingiuntivi ed è probabile che chi vorrà prendere parte al banchetto finale - sarà un catering molto, ma molto ristretto, un po' come quello che Paperon de Moriconi ha sempre riservato nell'intervallo delle partite alla stampa - si lancerà ad iscriversi nell'asse dei creditori. Accade sempre così, in fondo.

Una volta, tanti anni fa, tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, coloro che fallivano erano soliti, sovente, chiudersi nel proprio studio, aprire il cassetto, estrarre la pistola immancabilmente detenuta e, dopo averla appoggiata alla tempi, premere il grilletto. Era un modo, alquanto esasperato e tragico, ma, indubbiamente, redimente e riparatore, una sorta di riscatto en fin de vie

Non chiediamo certamente questo, ma un minimo di onestà intellettuale, almeno quella, non guasterebbe. Sarebbe, in fondo, il minimo, una forma di rispetto verso coloro che, per questi colori, ne hanno viste e patite di tutti i colori e anche per una città che, davvero, non si merita un affronto simile.

 

 

 

 


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