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Va, se ci riesci, dove ti porta il cuore

mercoledì, 12 giugno 2019, 20:30

di aldo grandi

Era la fine degli anni Novanta. Oreste del Buono, un mito dell'editoria e non solo, propose a questo scribacchino di provincia con aspirazioni nazionali, di pubblicare con Baldini&Castoldi la biografia di Ruggero Zangrandi. Chi scrive, allora, si recò a Milano dove ebbe anche modo di conoscere personalmente Alessandro Dalai, l'editore, colui che nell'ambiente veniva chiamato lo squalo, ma che aveva indubbiamente messo a segno alcuni dei colpi più clamorosi e interessanti, culturalmente parlando, degli ultimi anni. Era lui che amava spiegare come anche i libri apparentemente privi di spessore culturale, meritavano di essere pubblicati per ragioni puramente di carattere economico, poiché era con quegli incassi che si potevano, poi, pubblicare anche i libri veri e propri, quelli di saggistica biografie comprese. Fu in quella occasione che il sottoscritto rimase sconvolto apprendendo quanti milioni di copie aveva venduto una sua 'collega' ben più famosa alla Baldini&Castoldi, Susanna Tamaro, con il best-seller Va dove ti porta il cuore. Così si fece dare il libro e, durante il viaggio di ritorno in treno, iniziò a leggerlo per capire come fosse possibile che un libro avesse avuto così tanto successo. Alla fine la ragione di questo incredibile riscontro planetario apparve in tutta la sua chiarezza: la gente aveva letto il libro perché rimaneva affascinata e anche qualcosa di più dalla scelta della protagonista di seguire il proprio sentimento contro ogni evidenza e convenzione sociale. A pensarci bene, però, la stragrande maggioranza delle persone, nel corso della propria vita, non sempre anzi, di rado, va dove le porterebbe il cuore.

Ed è per questo che un libro che insegna a seguire ciò che si sente riesce ad avere così tanto successo. Quest'ultimo è, in realtà, inversamente proporzionale al numero di coloro che si fermano sull'orlo del... baratro, al di qua del guado, prima, cioè, di spiccare il salto finale che potrebbe-dovrebbe condurre sull'altra sponda. Un conto, infatti, è seguire il proprio cuore sulle pagine di un libro, senza compromissioni né scelte dolorose e drastiche e un altro è farlo, realmente, nella vita quotidiana. 

Com'è possibile che un argomento tanto banale, ossia l'amore con tutte le sue passioni, arrivi a vendere 16 milioni di copie? A pensarci bene noi tutti possiamo provare ad andare dove ci porta il cuore. Si tratta, in fondo, di un'esperienza accessibile a chiunque eppure, nonostante questo, i libri che celebrano l'emozioni di un amore sofferto, ma seguito e conquistato, toccano, spesso, i vertici delle classifiche.

Facciamoci una domanda: quanti, nel corso della loro esistenza, soprattutto da adulti, sono pronti a rinunciare a tutto pur di seguire un sentimento? Quanti, cioè, sono disposti a rimettersi in discussione in un qualsiasi momento della propria esistenza solo e soltanto perché il cuore - e il cervello - hanno cominciato a pulsare di nuovo a ritmi dimenticati?

Quante sono le prudenze, le razionalizzazioni, i meccanismi di fuga che entrano automaticamente in funzione nel momento in cui ci si accorge che per seguire il cuore è indispensabile ricominciare e rinunciare? A cosa? Alla sicurezza qualunque essa sia per il solo fatto che essa è, comunque, data mentre ciò cui si va incontro rappresenta l'ignoto e la paura di affrontarlo.

Quante coppie, nonostante siano giunte alla frutta, non abbiano, cioè, più niente o quasi da dirsi e da darsi, preferiscono chiudere la porta del cuore piuttosto che scegliere una nuova vita? Tante, tantissime. E' molto più semplice, anche se frustrante e doloroso, rinunciare a saltare che prendere la rincorsa. Ed è incredibile la capacità che ha il nostro essere di inventarsi motivi più o meno razionali e oggettivi per giustificare la rinuncia. Questo vale non solo per i sentimenti, ma per tutto ciò che riguarda le passioni di un essere umano. Scegliere di seguire ciò che si sente è una tra le cose più difficili, ma allo stesso tempo più stimolanti che possano capitare a un individuo. 

Ma perché il salto spaventa così tanto anche chi, in fondo, avrebbe tutti i mezzi e le possibilità di raggiungere l'obiettivo? Perché rimettersi in gioco costa fatica, perché innamorarsi di nuovo rappresenta una scelta azzardata, perché ciò che si possiede, foss'anche poco o niente, è sempre più certo di quello che si deve ancora trovare. Perché la paura di osare è una paura ancestrale che alberga nell'essere umano e sin da piccoli si viene educati ad accontentarsi, a razionalizzare, a non rischiare, a non volare perché, appunto, volare è un po' come voler andare dove ti porta il cuore, un po' come tornare a vivere.

In un mondo dove tutti cercano un porto dove ancorarsi, pochi sono coloro disposti ad abbandonarlo per riprendere a navigare in mare aperto. Molto, molto meglio restare ormeggiati o al massimo in rada e navigare, se proprio non possiamo farne a meno, sottocosta. Ma mai avventurarsi in mare aperto perché non si sa dove le onde potrebbero condurci o anche travolgerci. 

Tutta la nostra vita o, almeno, quella di chi si sente un essere pensante, è una costante lotta tra il fermarsi e l'adagiarsi e il ricominciare e rinnovarsi. Saltare costa, basterebbe ricordarsi la scena finale di Papillon, il film con Dustin Hoffman e Steve Mc Queen. Ma ancora peggio che saltare è fermarsi a mezz'aria, tentare il salto, ma senza portarlo fino in fondo: per paura, prudenza, calcolo, razionalizzazione. 

Saltare significa vivere, provare nuove emozioni, lasciarsi andare ai sentimenti, agli stimoli che alimentano le nostre esistenze. Certo, può anche essere rischioso, si può anche perdere tutto, ma se non si gioca, di sicuro non guadagneremo niente.

Quanti, nelle loro vite, sono disposti a sedersi ogni volta al tavolo verde e giocarsi tutto per avere qualcosa di nuovo, di più e di diverso? Un tavolo verde che non è quello del casinò, ma quello sul quale passano i treni sui quali salgono le nostre esistenze, spesso esitanti, il più delle volte turbate, raramente felici della nuova opportunità di viaggio.

Ecco. Questa nostra società omogeneizzata e incline alla programmazione spinta, avrebbe bisogno di un sempre maggior numero di persone disposte a cercare le tracce della felicità e non importa né conta riuscire a trovarle, quanto l'averci provato e, solo per questo, aver tentato di seguire il proprio cuore.

 

 


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