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Ce n'è anche per Cecco a cena

'Con-vivere' scrive direttora nel comunicato: ci dispiace, ma noi ci rifiutiamo di cambiare la nostra lingua e continueremo a usare la parola direttore

giovedì, 30 luglio 2020, 11:56

di aldo grandi

Siamo nati nel 1961 e, pochi giorni fa, sotto il segno del leone, abbiamo compiuto la non più giovane età di 59 anni. Siamo cresciuti in un mondo dove le parole avevano un loro significato e, soprattutto, insindacabile e ineluttabile, frutto di usi e consuetudini secolari. Siamo andati a scuola dove ci hanno insegnato la grammatica e non solo con particolare e maggiore attenzione, sicuramente, di quanto non si faccia ora. In più non ci fracassavano quotidianamente i coglioni, né sui banchi, né alla Tv - rigorosamente in bianco e nero e su due soli canali, anche troppi - né, tantomeno, sui giornali, con le Nuove Disposizioni Linguistiche tanto care a Laura Boldrini e a tutti coloro che hanno, negli ultimi anni, semplicemente devastato e rovesciato il buonsenso e il vocabolario italiano in nome e per conto di non si sa bene chi. Abbiamo avuto, già alle elementari, compagne di scuola con il grembiule bianco e noi con quello nero, ma non ci siamo mai sognati di voler provare il bianco per vedere che cosa si provasse. E viceversa. Eppure non eravamo discriminatori né discriminanti. Giocavamo insieme e per noi che eravamo maschi c'erano, all'opposto, ma accanto, le femmine ed era così anche per l'altro sesso con cui giocavamo volentieri alla bottiglia, a nascondino, ad acchiappino. Identità di genere? Boh, all'epoca e anche dopo ci è sempre suonato ai limiti della incomprensibilità. Infatti, che cosa vuol dire identità di genere? Identità significa una cosa ben specifica, attribuibile e attribuita. Diremmo, quasi, definita aprioristicamente e antropologicamente. Ora, invece, ci hanno aggiunto il 'di genere'.

La casalinga di Voghera, siamo sicuri, farebbe fatica a capire, ma non si può dire in questa società politicamente corretta dove vogliono devastarci non soltanto l'identità, ma anche l'anima e ciò che di più caro abbiamo dopo la... moneta: la lingua.

Così, oggi, mentre leggevamo il comunicato inviatoci da Con-vivere ci siamo imbattuto nella parola 'direttora' e ci è sembrata una cosa inconcepibile, che nessuna insegnante degli anni della nostra beata incoscienza avrebbe accettato. Anzi, l'avrebbe sicuramente barrata con un bello scarabocchio di colore rosso. E avrebbe avuto ragione. Questa moda, ridicola, assurda, offensiva verso le donne, sta prendendo piede non perché la gente sia convinta, ma perché preferisce rinunciare a combattere preferendo lasciar perdere e pensando che sia una sciocca disquisizione. Ma non è così. Attenzione, è da queste cose che si comincia a rinunciare alla propria esistenza.

Tanti anni fa, quando frequentavamo la facoltà di Scienze Politiche dell'università La Sapienza di Roma, intervistammo decine di intellettuali ed ex giovani cresciuti durante il ventennio fascista divenuti, poi, dopo la guerra e la sua tragedia, la nuova classe dirigente - più che digerente come quelle successive - del secondo dopoguerra. Una di essi si chiamava Tullia Romagnoli Carettoni ed era la figlia di Ettore Romagnoli, uno dei più illustri grecisti di questo disgraziato paese senza memoria. Aveva militato nelle file del Partito d'Azione - a proposito, ma le sardine odierne lo sanno cos'era? - poi era divenuta socialista. Donna di straordinaria eleganza, la incontrammo alla direzione dell'istituto italo-africano ai Parioli. 

Durante l'incontro, raccontando le sue aspirazioni di giovane cresciuta sotto un regime dove le donne erano, per lo più, destinate al focolare, ci disse un suo sogno era quello di diventare ambasciatore. Le suggerimmo la parola ambasciatrice, ma lei ribatté senza ombra di dubbio: "No, no, ambasciatore, ma quale ambasciatrice". Imparate donne di oggi. Non serve cambiare la desinenza delle parole, serve acquisire indipendenza di giudizio e autonomia di pensiero. A qualunque sesso o latitudine si appartenga.


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