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Il Tirreno a rischio cessione: i giornali cartacei possono vivere solo con contributi, sostanziosi, dello stato

domenica, 4 ottobre 2020, 10:45

di aldo grandi

Quando abbiamo appreso dello sciopero, non certo il primo né, pensiamo, l'ultimo, che il comitato di redazione del quotidiano Il Tirreno aveva deciso in risposta alla sua possibile vendita da parte dell'attuale proprietà, ci è venuto in mente l'amico e collega da una vita Luca Tronchetti. Non che l'avesse previsto, ma l'aveva, sicuramente, temuto. Era prevedibile che, prima o poi, in un mondo dove il cartaceo ha gli anni contati o quasi, qualcuno pensasse di disfarsi di ciò che, fino a un decennio fa, rendeva non poco e non male. In fondo, anche l'informazione fa parte, a tutti gli effetti, dell'universo economico capitalista: o produce profitti o chiude i battenti. Se fino ad ora ciò, per molte testate e periodici, non è accaduto, è per i contributi statali a pioggia che sono stati stanziati con forme parassitarie da mettersi le mani nei capelli. Non è stato, questo, il caso del quotidiano livornese che dagli anni settanta agli anni novanta e oltre ha dimostrato di essere un valore aggiunto per chi lo ha posseduto. Oggi, tuttavia, non è più così ed è inutile far finta di niente. Oggi sono i quotidiani di Agnelli ex Caracciolo-De Benedetti, domani saranno altri e non si tratta solamente di una questione economica, ma anche di libertà.

Ora, che il quotidiano labronico sia indipendente è tutto da dimostrare almeno per chi, come noi, lavora da 30 anni in questo settore e conosce ogni più piccola sfumatura di ciò che viene scritto e di ciò che, purtroppo, viene anche letto. Il Tirreno ci sembra, ora più che mai, schierato con il pensiero unico dominante, che vuol dire verniciato sistematicamente di rosso e senza alcuna forma critica che non sia verso la Lega e quel povero disgraziato di cristo senza croce che risponde al nome di Salvini. Esattamente come mamma Repubblica. Altro che i tempi del Caf, quando leggere il quotidiano di Scalfari era sinonimo di libertà di pensiero e autonomia di giudizio.

Dispiace, ovviamente, per i tanti colleghi che si trovano a vivere questa situazione di incertezza sul proprio futuro. C'è da aggiungere e lo fa chi ne ha beneficiato, che la nostra categoria, quella, appunto, dei giornalisti, ha vissuto fino a qualche tempo fa con stipendi lusinghieri mentre i nuovi arrivati, al contrario, non sono altrettanto fortunati. E' vero, i giornali cartacei sono in perdita sempre più consistente, la pubblicità arriva, ma a tariffe sempre più basse e in quantità sempre più ridotte, mentre stipendi e contributi continuano a pesare sulle esauste casse delle varie proprietà.

Internet e il web, certamente, hanno dato il colpo di grazia e Lucca rappresenta un esempio in tal senso. Notizie che vengono, talvolta, anticipate dai quotidiani cartacei, pubblicate, magari, ore dopo o anche il giorno seguente sull'on line, ricevono una eco e una risonanza come se non fossero mai apparse. Per non parlare del fatto che, l'on line anticipa costantemente tutto ciò che accade sul territorio per cui che senso ha spendere 1 euro e 50 centesimi per acquistare una copia cartacea? Nessuno, infatti, noi, da una vita non la compriamo.

Di fronte a ciò che sta accadendo e sta per accadere, ci rendiamo perfettamente conto di come, nel 2010, facemmo la scelta giusta - per tutti una scelta suicida - rinunciando allo stipendio garantitoci dal quotidiano fiorentino La Nazione, per ritrovare un po' di entusiasmo e voglia di scrivere che avevamo smarrito a causa di un lavoro che era diventato una tortura senza più alcuno stimolo e omogeneizzato all'infinito. Avevamo, all'epoca, 48 anni, ben lontani dalla pensione come anche adesso, ma nel 2020 siamo assolutamente convinti di non aver sbagliato. Anzi. 

E non soltanto per una questione di soldi, anche quelli importanti e sicuramente superiori di parecchio a quelli che possiamo permetterci adesso, ma per una questione di voglia di svegliarsi la mattina e fare il tuo giornale senza compromessi, direttive da colleghi asettici o notizie inutili che vanno pompate perché altrimenti non si sa come riempire le pagine.

Questo del giornalista non è un mestiere come un altro. Certo, sempre meglio che lavorare come diceva Luigi Barzini junior, ma se non hai la passione, l'entusiasmo, la voglia di alzarti ogni mattina e metterti a cercare notizie per rompere le scatole a qualcuno, diventa una tortura devastante e quotidiana. Meglio, allora, davvero, pulire i cessi che, almeno quelli, non richiedono un pensiero autonomo né, tantomeno, una qualsiasi forma di critica.

Crediamo, ormai, che sia finito il tempo delle mele per l'editoria e i giornali quotidiani che, va detto, hanno vissuto troppo sugli allori, cercando di vendere un prodotto che, alla fine, sembrava essere paragonabile ad un etto di prosciutto o a una confezione di biscotti. Le nuove generazioni dovranno scontrarsi, anche loro, con la necessità di diventare imprenditori di se stessi, che è la maggiore delle libertà anche se la più faticosa. Ovvio che i giornalisti, la stragrande maggioranza con la puzza sotto il naso per qualsivoglia contaminazione commerciale, storceranno il naso, ma non ci sono alternative se non quella, solita, sia sotto il fascismo sia sotto la democrazia, dei contributi parassitari dello stato. Alla faccia di ogni libertà che, in realtà, esiste solo sì, ma a targhe alterne.

Il problema di molti aspiranti giornalisti e di altrettanti dei 'vecchi', è di essere rimasti legati a vecchie schematizzazioni che, oggi, non hanno né lo avevano allora, un senso. Pensare che il giornalista debba essere di sinistra perché contrario al sistema ha inquinato per decenni questo lavoro conducendolo al punto dove si trova adesso. Il giornalista ha finito da un pezzo, ammesso che abbia mai cominciato, di essere quel provocatore capace di instaurare il dubbio o smascherare il falso, per diventare un impiegato del catasto - con tutto il rispetto di chi lavora al catasto - capace solo di passare comunicati o recarsi alle conferenze stampa. La gente non compra perché sente i giornalisti lontani anni luce dalle loro esigenze e dal buonsenso. 

Quando, quaranta anni fa, il Tirreno risorse dalle ceneri del Telegrafo, fu perché una classe di cronisti azzardò un'impresa e lanciò un nuovo modo di fare cronaca. Oggi non sarebbe sufficiente. In un mondo dove i poteri forti schiacciano le identità dei popoli, dove ognuno rischia di perdere non solo la bussola, ma anche se stesso, c'è bisogno di un giornalismo che osi, che attacchi, che abbia il coraggio di rovesciare la Verità Rossa rivelata,  che stia vicino a chi sente di essere sempre più abbandonato a beneficio di minoranze che non servono assolutamente a nulla. Chiunque dovesse acquistare il Tirreno o qualunque altro giornale cartaceo, dovrebbe pensarci su parecchio. Noi, ad esempio, anche se avessimo milioni da buttare, non lo faremmo mai perché o siamo padroni in casa nostra, o di fare beneficenza non ci interessa proprio.

 

 

 

 

 


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