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Bar Tessieri, ma il prefetto cosa ci sta a fare? La lezione di Guido Pallotta

domenica, 15 novembre 2020, 11:30

di aldo grandi

Ai nostri lettori oggi desideriamo ricordare un aneddoto storico utile non solo per comprendere come, nel secolo scorso e, soprattutto, nella prima metà, non tutto fosse da buttare, ma anche come sia facile, i tempi di marcia democrazia fare gli antifascisti quando, diciamolo pure, vorremmo vedere quanti di coloro che oggi starnazzano verniciati di rosso, all'epoca del Ventennio sarebbero stati capaci di aprire la bocca per protestare e dire quello che dicono oggi. Alcuni anni fa, ma, in realtà, dagli anni Ottanta, ci eravamo imbattuti nella figura di un gerarca fascista ex vicesegretario nazionale (il segretario era lo stesso Mussolini) dei Guf (gruppi universitari fascisti), Guido Pallotta, ex direttore di una delle riviste più intransigenti del regime, Vent'anni del Guf di Torino. Pallotta era, probabilmente, il gerarca più antistaraciano di tutti, perché lontano dall'apparenza e attento, soprattutto, alla sostanza. Rivoluzionario a modo suo, non sopportava chi, dal e nel fascismo, cercava solo prebende e cadreghini, non tollerava chi amava la vita comoda all'insegna del marcire piuttosto che marciare e disprezzava il vil denaro. Morì, infatti, volontario ad Allam Nibewa in Cirenaica il 9 dicembre 1940 e le sue resta, sepolte nel deserto, non furono mai ritrovate. Guido Pallotta Della Torre del Parco era nato a Forlì il 1 gennaio del 1902 da una famiglia nobile marchigiana.

Cresciuto nello spirito di inizi secolo e imbevuto di orgoglio nazionale e nazionalista come gran parte della gioventù studentesca dell'epoca, alla fine del conflitto mondiale, ad appena 17 anni, abbandonò la famiglia per seguire le truppe di Gabriele D'Annunzio alla conquista di Fiume città d'Italia. Arrivò a far parte, addirittura, della guardia personale del Comandante. Ebbene, di fronte al gesto del Vate, l'allora capo del Governo, il famigerato Cagoia Francesco Saverio Nitti, allertò i prefetti del Regno affinché si mostrassero intransigenti nel reprimere l'insurrezione del poeta aviatore. Il papà di Guido Pallotta era, allora, prefetto, ma quando seppe che il figlio Guido si era arruolato con i volontari di D'Annunzio, piuttosto che obbedire al Governo italiano e andare contro il figlio preferì dimettersi dall'incarico.

Per carità, ai tempi nostrani, figli o parenti che fossero, nessuno rinuncerebbe alla propria poltrona, ma, a quei tempi, altri tempi in tutti i sensi, certe gesta potevano ancora accadere. 

A Lucca, oggi, a seguito della chiusura per 45 giorni - 15 a marzo e 30 proprio ieri disposti dalla prefettura per un e per il caffè Tessieri di via S. Croce - un personaggio politico dal nome Francesco Colucci, socialista riformista da poco, socialista da sempre, ci ha chiamato telefonicamente ieri annunciandoci, particolarmente arrabbiato e determinato, che avrebbe chiesto le dimissioni del prefetto Francesco Esposito. Una richiesta coraggiosa alla quale ci associamo in toto e che abbracciamo senza esitazioni.

Anzi. Domandiamo al prefetto Francesco Esposito che non abbiamo mai conosciuto di persona - ricordiamo ancora quando, alla Nazione, quando all'altro capo del telefono c'era il prefetto di turno, l'appellativo Eccellenza si sprecava così come le corse al palazzo Ducale per ascoltare ciò che aveva da dire. Noi, fortunatamente, non eravamo tra i colleghi incaricati di recarci a ossequiare il rappresentante del Governo - se ha letto l'ordinanza, sia pure firmata da una sua collaboratrice e dipendente, con cui è stata disposta la chiusura per 30 giorni dello storico caffè di Filippo Giambastiani? Perché le cose sono due: o l'ha letta e, allora, ne è il principale responsabile e dovrebbe, come minimo, chiedere scusa e  togliere il disturbo; oppure non l'ha letta e la colpa sarebbe ancora maggiore visto che prima di mettere in mutande, in questo periodo di emergenza economica devastante, un imprenditore per un caffè, non ci si dovrebbe pensare una, ma nemmeno mezza volta e, poi, non farne niente.

Quindi, caro prefetto, da lei ci attendiamo una spiegazione ché le dimissioni, per quanto accennato sopra, sarebbero un gesto talmente eclatante che è impossibile, per tutta una serie di motivi, immaginarselo.

A proposito, casomai le venisse in mente di farci chiamare o convocare da qualche suo collaboratore, le ricordiamo che già alcuni anni fa un suo predecessore di sesso femminile ebbe a farlo incaricandolo di protestare animatamente per un titolo sgradito. Le lasciamo volentieri immaginare come il sottoscritto - direttore (ir)responsabile della Gazzetta di Lucca, piccolo giornale, ma molto, molto suscettibile - cordialmente, rispose.


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