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Cronaca

Amianto ed Eternit per i clandestini? La caduta dal tetto scoperchia una vergogna

Il punto del tetto sprofondato sotto i piedi del ragazzo del Mali

martedì, 10 maggio 2016, 02:32

di andrea cosimini - aldo grandi

Vista da fuori, la struttura, fa un po’ impressione. Un grosso capannone in degrado, che quasi cade a pezzi, tutto scrostato e con le persiane fatiscenti con quelle che sembrano a tutti gli effetti lastre di Eternit con lana di vetro e fibre di amianto, cancerogeni e mai smaltite. Evidentemente, però, la prefettura ha ritenuto che questo posto fosse idoneo ad ospitare i sette migranti che, su loro richiesta esplicita, non potevano né volevano più stare nell’agriturismo Borgo Biaia di Camporgiano. Sono arrivati in questo casolare, in località Isola a Piazza al Serchio, il 22 aprile. E dopo due settimane, il dramma. 

Abdulaye Coulibaly, 26enne del Mali, è caduto dal tetto della struttura che, improvvisamente, ha ceduto sotto i suoi piedi facendogli fare un volo di quasi sei metri. Referto medico: fratture al collo, alle vertebre, alla spalla e al bacino. Gli è andata bene. Non è in pericolo di vita e non rischia la paralisi motoria. Ma come è potuto accadere tutto questo e di chi sono le responsabilità?

Siamo andati sul posto per capire. Gentili come sempre, i migranti, ci hanno accolti all’interno della loro temporanea abitazione e ci hanno fatto sedere. Sono tutte facce note. C’è Lamine, ad esempio, nostra vecchia conoscenza dopo l’esperienza fatta a Borgo Biaia. Quando arrivammo a Camporgiano erano in 47. O, almeno, così ci dissero i profughi. E si lamentavano di tutto: il cibo non gli piaceva, mangiavano solo pasta e riso, l’acqua gli creava continui disturbi intestinali, e i posti letto erano troppo ammassati. Qui a Piazza al Serchio, dicono, è diverso. Intanto sono solo in 7. Un numero tutto sommato gestibile. Poi l’appartamento è più che dignitoso, a differenza dell’esterno: tre camere da letto, due bagni, un ampio soggiorno, un caminetto e la cucina. Unica pecca: manca il wi-fi…Ma c’è la televisione. 

Cosa ha spinto allora Abdulaye a recarsi sul tetto e a rischiare la propria incolumità? Non lo sanno i suoi compagni e nemmeno i titolari della struttura: Jessica Bianchi e il marito, Giacomo Carrari. Il maliano, da quanto si apprende dalle varie versioni, si sarebbe allontanato autonomamente dal gruppo, all’insaputa di tutti, all’incirca intorno alle 14. Non un caso. Fino alle 13.45 infatti il signor Franco Nicoziani, proprietario del magazzino confinante con l’appartamento di Jessica e Giacomo, è solito restare all’interno del capannone dove tiene una serie materiali edili. A quell’ora, però, il signor Nicoziani va a pranzo. E così ha fatto anche venerdì, quando Abdulaye è salito sul tetto ed è caduto all’interno del suo magazzino. I ragazzi, seguiti costantemente da un tutor dell’associazione “Le Vie”, Alessandro Casali, personalità competente e qualificata per quanto riguarda le attività di integrazione e di supporto psicologico, erano rimasti completamente soli in quel momento perché Alessandro stava trasportando in questura alcuni di questi migranti per le solite attività burocratiche. D’altronde è normale: i ragazzi non sono in prigione, hanno la libertà di rimanere soli durante lunghi tratti della giornata. 

A questo punto sembra quasi che Abdulaye abbia aspettato appositamente di rimanere solo, assieme ai compagni, all’interno della struttura per andare sul tetto, scavalcando il cancellino chiuso con un lucchetto della scala a chiocciola all’esterno, non per aggiustare la parabola, visto che quest’ultima si trova proprio alla fine delle scale, ma per avventurarsi, non si sa bene a quale scopo, sui pannelli ondulati, in direzione del magazzino laterale, dove poi è caduto.

Perché insistiamo con questo incidente e con la sua dinamica? Perché è evidente, alla luce di questo fatto, che si crea un problema di gestione e di responsabilità nei confronti di questi profughi. E se Abdulaye fosse rimasto infermo dopo la caduta o, peggio ancora, fosse morto? Chi avrebbe pagato? Di chi sarebbe stata la responsabilità? Se questi ragazzi, come è giusto che sia, non vengono trattati come prigionieri ma vengono solamente accolti nelle strutture messe a disposizione dai privati - in questo caso un casolare che prima era sede di un’attività artigianale di corde e poi, 5 anni fa, andato all’asta e affittato in una porzione dalla signora Jessica Bianchi ai primi di aprile proprio per ospitare i profughi - chi dovrà rispondere degli eventuali infortuni o di qualsiasi altro gesto commesso nei momenti in cui questi non sono sotto stretto controllo dei gestori delle strutture o dei mediatori culturali?

Jessica e Giacomo sembrano consapevoli di questo. Hanno tre figli, il più piccolo ha appena 10 mesi, quindi poco tempo a disposizione e, soprattutto, hanno già grandi responsabilità alle spalle. Infatti venerdì, quando alle 14.09 uno dei profughi maliani gli ha comunicato l’incidente, a loro è preso un colpo. “Siamo subito arrivati presso la struttura - racconta Jessica - e abbiamo sentito le grida del giovane migrante all’interno del magazzino. Fortunatamente la sua caduta è stata attutita dai cartoni che in quel momento ricoprivano i materiali edili ospitati all’interno del magazzino. Abbiamo subito avvisato l’ambulanza, poi la prefettura che ha mandato sul posto i carabinieri. Glielo avevamo detto di non salire sul tetto, che sarebbe stato pericoloso, ma evidentemente ha fatto di testa sua. E io sono stata malissimo, sotto choc per tre giorni”.

Lo capiamo benissimo. E ci chiediamo, a questo punto, chi glielo abbia fatto fare a Jessica e Giacomo di ospitare i profughi e di prendersi questa grossa responsabilità. “Personalmente – ha detto Jessica – vengo da un esperienza nel volontariato quindi l’ho fatto prima di tutto umanamente. Poi anche perché ritengo che, in questo modo, si evita di lasciare a piede libero e in forma del tutto incontrollata questi profughi che in massa si dirigono verso il nostro paese. Non lo facciamo, almeno noi, per guadagnarci soldi. Anzi, non tollererei il fatto di guadagnare alle spalle di questi poveri ragazzi. Come titolari della struttura ci arrivano 32,90 euro al giorno per ogni profugo (fanno 230,3 euro al giorno e circa 7.000 euro al mese). Di questi, come è noto, 2,50 euro li diamo direttamente ai migranti per il loro pocket money. Sono 75 euro al mese. Attenzione però: se il profugo si assenta per un giorno, senza dirci nulla, niente pocket money quel giorno. Non glieli diamo ogni giorno ma ci siamo messi d’accordo consegnando loro una parte di questi soldi il 15 del mese e l’altra il 30. Di ciò che rimane, ovvero dei 30,40 euro a nostra disposizione, diamo all’associazione “Le Vie” 2.500 euro al mese per pagare lo stipendio degli operatori e il resto lo impieghiamo per fare la spesa, comprare i vestiti, le medicine e pagare il riscaldamento a gasolio per i migranti. Altri 700 al mese sono per pagare l’affitto di questo appartamento. Insomma, il nostro guadagno è praticamente nullo”.

Già, anche perché sono pochi i migranti che ospitano. Il guadagno può esserci ma c’è bisogno che questi numeri aumentino. E in effetti la signora Jessica aveva fatto domanda alla prefettura per avere 16 migranti visto che a Camporgiano ha un’altra casa intestata alla società Hospitalia, la stessa che prese in affitto l’agriturismo Borgo Biaia quando quest’ultimo era sotto sequestro giudiziario. L’azienda agricola, seppur sotto sequestro (da gennaio 2013 a luglio 2015) andava gestita, spiega il marito di Jessica, Giacomo Carrari: c ’erano contratti con i tour operator, il ristorante, la piscina, il terreno.

Ma alla casa di Jessica a Camporgiano la prefettura non li ha mandati. Li ha lasciati tutti a Borgo Biaia, alcuni, addirittura, dice la signora, in una casetta di legno senza riscaldamento. Ora però sono arrivati. Ma non bastano per ricavarne un vero guadagno. Jessica, che pur si prodiga tanto per loro e li ha accolti con amore, sta pensando seriamente a rinunciare. A dire alla prefettura: ho vinto il bando ( anche con un punteggio alto quanto a “offerta tecnica”), ma mi ritiro. Troppa responsabilità.

 


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