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Cronaca

Sindrome di Stoccolma... anzi di Mogadiscio, ma forse no

lunedì, 11 maggio 2020, 21:10

di stefania leoni proietti

Non ho intenzione di sollevare polveroni come quelli che hanno ricoperto di terra e di fango la vicenda del rilascio di Silvia Romano.

Vorrei solo illuminare un po' il vero tema, a mio avviso, focalizzando lo sguardo su questa vita che è stata violata, in ogni caso la si metta. Dovremmo tutti gioire perché una Persona, poco più che bambina, sia tornata a casa, piuttosto che agitare le nostre armi (fortunatamente metaforiche) contro di essa e contro chi ha compartecipato, anche con sforzi ed impegno, nel nostro Paese per la sua libertà.

Vorrei far umilmente notare che Silvia ha bisogno di tempo, e che il giudizio non può e non deve essere emesso senza un giusto “processo”. Ha bisogno di tempo, la sua anima è stata trafitta, in qualche modo graffiata; nessuno di noi, può comprendere i meccanismi di difesa che sono scattati nella sua psiche, in cui si è senza dubbio, rintanata come una crisalide che ritorna ad essere bozzolo.

Su quel bozzolo di vita ha fatto leva lo stato di isolamento, di allontanamento coatto, di minaccia di morte, di oscurità che per oltre un anno e mezzo ha subito.

E qui viene la considerazione che ciascuno dovrebbe far sua: quel bozzolo era materia prima, malleabile e plasmabile come la creta nelle mani di un vasaio. Il suo unico contatto alla vita era “altro” rispetto a lei, sì è vero, ma essendo l’unico buco della serratura da cui scorgere una penombra, è divenuto il suo mondo, il suo unico triangolo di mondo, per un tempo lunghissimo. A proposito, il suo tempo senza misura era scandito probabilmente da voci e da suoni che rinforzavano nella sua solitudine, ciò che scorgeva da quel buco della serratura, attraverso i suoi carcerieri, attraverso la lettura dell’unico libro che ha avuto a disposizione.

Questa Creatura si è aggrappata alla vita come ha potuto, a modo suo, si è adattata, reimpostandosi, percorrendo una strada comunque compatibile con le sue doti di certa sensibilità e di certo altruismo considerato lo slancio con cui si è donata a luoghi e popoli così lontani dalla nostra cultura.

Pur tuttavia, appare evidente che ha grande valore - e varrebbe la pena di spostarlo su un sano piano di confronto e di compromesso - il dibattito tra coloro che argomentano con forza chi, per propria iniziativa si avventura in Paesi pericolosi si debba assumere le conseguenze del caso, e chi sostiene al contrario che la democrazia imponga allo Stato il dovere di mettere in atto tutte le azioni possibili – compreso il pagamento del riscatto eventuale – per il rilascio del rapito.

Tutto può essere migliorato addirittura radicalmente ribaltato, con l’emanazione di leggi non con contestazioni volgari e strumentalizzanti. E tentiamo di disunire i due tronchi della storia: quella personale da quella politico-religiosa.

Il processo e l’attacco a Silvia, al suo abbigliamento, al suo gesticolare, al suo sorriso, al suo attuale stile di vita religioso e non solo, deve essere rinviato per ora, diamo il tempo al bozzolo di riprendere la sua vitalità, di essere confortato in ogni singola cellula; diamo la possibilità che l’abbraccio materno, il ritorno nella sua famiglia possa sostenerla in questo percorso che sarà, purtroppo, doloroso e pieno di incognite; diamole la possibilità di una consapevole difesa ai pregiudizi, alle offese e ai commenti sommari.

Credo che il rispetto della vita e delle scelte siano doverose in una società evoluta; diamo un segnale chiaro che il cinismo e il nichilismo fine a sé stesso non hanno un futuro, sanno solo, se in caso, svilire il presente. Piace troppo, in questo momento, scovare la vulnerabilità e la fragilità per offendere l’altrui sensibilità e per sfidarne la reazione. Atteggiamento vicino al “profilo macho” che vorrebbe prevalere, imporre ed incombere per non argomentare, per non comprendere, per non evolvere.

E poi, l’avventura/disavventura di Silvia ha un sapore di gioventù, di quasi incoscienza e magari a qualcuno questo senso di avversione gli vien fuori con più acredine, proprio perché ha un’altra età o proprio perché ha perso la sua occasione di viverla con la passione che le è propria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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