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Cronaca

La vita ha un prezzo

martedì, 27 ottobre 2020, 11:51

di antonello rivalsa

I tira e molla sulle chiusure ipotizzate dal Governo con gran parte delle Regioni nettamente contrarie dimostrano che dopo mesi siamo arrivati al nocciolo della questione; il valore economico di una vita non è infinito.

Ma la vita fuori dai palcoscenici dei media, lo si sapeva, non ha mai avuto un prezzo non finito, neanche all’interno della cerchia familiare. In casi noti di sequestri di persona di padri, madri e figli le trattative sul prezzo del riscatto tra familiari benestanti e rapitori si sono protratte per mesi o addirittura anni anche a costo di mutilazioni del sequestrato.

E l’attribuire un valore economico alla vita fa parte di tanti aspetti del nostro quotidiano che conosciamo e che accettiamo senza discutere.

Le assicurazioni riconoscono alla famiglia di una persona investita e uccisa da un automobilista una somma stabilita dalla Legge. L’importo massimo è di 5 milioni di euro ed è indipendente dal numero delle vittime coinvolte. Ed a fronte della somma massima definita per Legge le assicurazioni, da sempre, operano dei tagli all’importo in funzione di tanti parametri quali l’età e la capacità di produrre reddito del deceduto.

Tutto noto e codificato e senza obiezioni.

Ora invece molti, in pubblico, ritengono che ogni singola vita debba essere difesa a qualunque prezzo e richiedono a gran voce misure che comportano un costo che deve essere pagato da tutti, ricchi e poveri, senza distinzione e senza proporzione rispetto alle disponibilità di ciascuno.

Ma se in ambito familiare e sociale è riconosciuto, addirittura per Legge, che la vita ha un prezzo perché rifiutiamo questo dato di fatto in questo caso?

I motivi sono diversi ma attengono, credo, soprattutto alla nostra sfera psicologica. Vogliamo rappresentarci, più in pubblico che in privato, diversi e migliori degli altri anche quando gli altri siamo noi. O più semplicemente ci allineiamo per opportunismo al pensiero momentaneamente prevalente.

Ma, se ancora oggi chi decide non vuole assumersi la responsabilità di dichiarare in pubblico che determinati sacrifici sociali richiesti per evitare dei morti non sono, o non sono più, accettabili né accettati da gran parte dei cittadini, l’indirizzo lo dà la piazza fosse anche delinquenziale e orientata politicamente, ma che raccoglie un sentire ormai diffuso tra milioni di persone allo stremo.

E mesi fa c’era una strategia alternativa possibile che non avrebbe spaccato il Paese, come alcuni proposero.

Invece di limitare attività, orari, spostamenti con misure inique e contraddittorie e che non possono essere protratte all’infinito in attesa non si sa quando di un vaccino, si doveva essere responsabili e richiedere responsabilità nei comportamenti quotidiani alle persone spiegando che sono questi che diffondono il virus e non le attività in quanto tali.

Si dovevano spiegare le ragioni che comportano in situazioni eccezionali, e che ci auguriamo non si ripetano, un incremento di mortalità senza colpa di alcuno e che attenuare oltre un certo limite il numero di morti riversa problemi e disperazione su milioni di persone tali da minarne l’esistenza.

Si doveva chiedere a coloro i quali non sono stati toccati nel portafoglio da misure e lockdown di contribuire di più e concretamente rispetto a coloro che vivevano con i soldi guadagnati giorno per giorno e che ora sono stati trasformati in bisognosi in attesa di ristoro.

Si dovevano avere il coraggio di affermare che gli unici e veri colpiti dal Covid sono le persone anziane fragili, e proteggerle e assisterle con servizi mirati utilizzando i fiumi di denaro sparsi al vento in questo periodo.

Si doveva spiegare che i morti che una democrazia deve evitare non sono solo quelli da Covid, ma anche quelli che potrebbero esserci domani se la società nel suo insieme non reggesse più.

I numeri riversati senza alcun filtro andavano minuziosamente spiegati con l’obiettivo di informare e far diminuire le ansie e le paure immotivate per la maggior parte della popolazione, e non usare come metodo il terrore che induce comportamenti irrazionali.

Alle persone andava spiegato in quali circostanze ricorrere al medico di base, quando andare al Pronto Soccorso e quando fare il tampone ad evitare che i Pronto Soccorso si affollassero di persone senza sintomi apprezzabili ma pieni di quella paura che è stata instillata loro quotidianamente.

Chi temeva di perdere il lavoro o lo aveva già perso doveva ricevere dallo Stato la stessa attenzione e lo stesso rispetto dovuti ad un malato da Covid.

Ai malati di tumore, di ischemia del cuore, a un diabetico, a un malato di HIV andava garantita pari dignità nella sofferenza rispetto ad un contagiato da Covid senza creare malati di seria A e B.

Era una strategia possibile.

Ma per trasformare queste ipotesi in fatti c’era bisogno di una classe politica che non è quella che abbiamo e anche più educazione civica in tutti noi dettata da vera compassione per i morti.

 


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