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Cultura e spettacolo

L’ineluttabile fine di un uomo ridicolo: Il processo di Franz Kafka di KanterStrasse Teatro

domenica, 11 marzo 2012, 19:49

di igor vazzaz

Se la traduzione cinematografica d’un romanzo può rappresentare un’operazione naturale, fluida, in virtù della possibilità di campionare la realtà all’interno dell’obiettivo per poi riprodurla in forma di proiezione luminosa, l’adattamento teatrale di un’opera letteraria costringe, di necessità, l’impiego di forme simboliche, metaforiche, a supplire la (solo) apparente inferiorità di mezzi della scena. È questa la prima considerazione suggerita da Il processo di Franz Kafka, spettacolo del gruppo KanterStrasse Teatro, ispirato al celebre romanzo, per la rielaborazione drammaturgica di Francesco Niccolini e la regia di Ciro Masella, visto sabato sera ai Differenti di Barga. La paradossale vicenda di Joseph K. (Ka, alla tedesca) inghiottito suo malgrado da un procedimento giudiziario inconoscibile e misterioso che lo condurrà alla morte viene distillata, depurata, sfrondata in poco meno di un’ora di allestimento inquietante e onirico. Si punta dritti allo spirito del testo, la sua intima essenza, la sua tragicità grottesca, da incubo ridicolo e meschino.

All’apertura del sipario, luci tenue verdastre delineano i contorni d’una scena bianca, claustrofobia delimitata da un pavimento e da un piano sghembo sospeso, a mo’ di soffitto inclinato. Sulla destra, un letto, abitato da un corpo supino, forse un cadavere. Tre figure indefinite, all’interno di tute protettive, ispezionano l’ambiente che diviene, col trascorrere dei minuti, vera e propria scena del crimine: raccolgono prove, scattano fotografie. Una voce fuori campo declama Un sogno, surreale racconto breve che Franz Kafka scrive tra 1914 e 1915 (sarà pubblicato nel ’17 sulla rivista Das Jüdiche Prag) e che, nelle intenzioni dello scrittore, avrebbe dovuto far parte di Der Prozess. È un sogno, appunto, prologo per quella che sarà la storia di un K. che ha voce e fattezze di Ciro Masella, la sua recitazione acuminata, tutta strappi, accelerazioni, impennate vocali. La luce sparata rende adesso il nitore d’una visione abbagliante: l’uomo viene destato da un’improbabile coppia di agenti, ridicoli e imbranati men in black (due dei tre “astronauti”, dismessa la tuta) che gli notificano il procedimento penale a suo carico. Inizia l’odissea tragica e risibile del protagonista, la sua incapacità di cogliere la situazione, i suoi rapporti, velleitari e utopici, con le donne, le sue pulsioni irrisolte, la sua maldestra difesa da un sistema distopico che finirà per stritolarlo.

Lo spazio è unico, isola candida circondata da una zona oscura che le dimensioni ridotte del palco dei Differenti impedisce di visualizzare: nell’intenzione registica, i personaggi entrerebbero nel campo visivo dello spettatore ben prima di far ingresso in scena, fluttuando in una cupa terra di nessuno per prendere voce, anima e direzione solo all’interno del rettangolo latteo, acuendo non poco il claustrale onirismo del dettato kafkiano. Per contro, l’obliterazione di tale effetto connota la recita d’un ritmo forsennato, una dinamica non esente da momenti d’ambigua comicità, nell’accanimento feroce ai danni di K., colui che non ha commesso colpe, ma forse è colpevole.

La scena si anima, s’affolla: la signora Brubach d’un Simone Martini en travesti, l’irascibile zio Karl di Tazio Torrini, le discinte fanciulle di Eleonora Miranda: costante è sempre e solo K., la sua fragilità inetta, la sua fine ineluttabile, la sua straziante inadeguatezza. Niccolini e Masella procedono per condensazione, fondono personaggi secondo istanze funzionali, per farne vettori, daghe affilate al martirio, lento e impietoso, del protagonista: e il palco teatrale, nell’impossibilità a tradurre la spazialità sempre varia del romanzo (cosa praticabile dal cinema, si pensi al film di Orson Welles del 1962), si fa scena mentale, spazio psichico allucinatorio, evocativo.

Il ritmo è tenuto, teso, strappa risate verdi a un pubblico preso in contropiede da un allestimento inconsueto per certi palcoscenici. Si chiude con l’esecuzione, silente, chirurgica, di K.: un’iniezione letale (nel romanzo, l’uomo viene pugnalato) e l’uomo muore, idiota e colpevole, come un cane. Rimane il dubbio angosciato d’un capolavoro che, come i classici d’ogni tempo, ci descrive, ci illumina, ci definisce, pure nella fobia tarlata, irriferibile eppur comune, che sia  tutto un semplice incubo, il misero sogno, per dirla con Dostoevskij, di un uomo ridicolo.

 

La stagione dei Differenti proseguirà il 24 marzo con Cinzia Leone in Mamma, sei sempre nei miei pensieri, spostati!, per chiudere, martedì 3 aprile, con Isabella Ragonese in La commedia di Orlando, spettacolo precedentemente rimandato a causa della neve.

 

Il Processo di Franz Kafka

adattamento e drammaturgia di Francesco Niccolini

regia di Ciro Masella

con Gabriele Giaffreda, Eugenio Nocciolini, Simone Martini, Ciro Masella, Elena Miranda, Giacomo Rosa, Tazio Torrini

scena e costumi Eva Sgro’

luci Marco Santambrogio

produzione KanterStrasse Teatro

in coproduzione con Armunia, Uthopia/tra Cielo e Terra, Comune di San Giovanni Valdarno, Centro Culturale Le Fornaci, Ginestra fabbrica della conoscenza


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