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Cultura e spettacolo : la prosa

E "Napoli milionaria" si tinge di scuro, tra commedia e melodramma

domenica, 24 febbraio 2013, 15:17

di igor vazzaz

Il teatro è da sempre fonte primaria di soggetti, titoli, spunti che altre tipologie di spettacolo puntualmente riprendono in cerca di “alimento”, quando non addirittura di giustificazione culturale: si pensi alla televisione, al cinema e, andando ancor più a ritroso, al melodramma. È questa peculiare (seppur non esclusiva) attrazione che ci pare tratto particolarmente interessante (tra i tanti) per la versione operistica di Napoli milionaria, libretto dello stesso Eduardo De Filippo (autore della celebre commedia) e partitura musicale firmata da quel Nino Rota che rappresenta uno dei più grandi autori (in special modo al cinema, per quanto non estraneo al teatro musicale) del nostro tempo. L’operazione risale al 1977, per il Festival dei Due Mondi di Spoleto, e tocca una serie di problematiche quali la sopravvivenza del melodramma nell’era contemporanea (un certo purismo melomane, non troppo a ragione, vede nella morte di Puccini avvenuta nel 1924 il tramonto del genere lirico), il confronto tra commedia (del 1945) e riscrittura librettistica, le particolari connotazioni espressive che la musica riesce ad attribuire alla versione musicale. Ed è notevole rimarcare come l’allestimento prodotto dal Teatro del Giglio (in coproduzione con la sinergia LTL OperaStudio, che vede lo spazio lucchese consorziato con il Goldoni di Livorno e il Teatro di Pisa) rappresenta la prima ripresa dell’opera dai tempi del debutto, costituendo quindi un’occasione unica e ghiottissima per confrontarsi con un titolo assai poco conosciuto.

È ’o vascio, il basso, tipica abitazione popolana dei quartieri poveri napoletani, l’autentico protagonista di questa vicenda corale, scura, ambientata a cavallo della Seconda Guerra Mondiale: la famiglia di Gennaro Jovine si mantiene grazie ai traffici loschi della moglie Amalia, contrabbandiera di alimenti e caffè (prodotto feticcio per i partenopei e costante presenza del teatro eduardiano), in un progressivo sgretolamento morale e umano che culminerà con l’improvviso ritorno dal fronte di Gennaro, a sorprendere la consorte insidiata dal compare d’affari e i figli tra maternità impreviste, prigione e malattie. Ha da passa’ ’a nuttata, il celebre refrain che la pièce teatrale (ripresa poi nell’omonima pellicola del 1950 diretta dallo stesso Eduardo) consegna all’immaginario collettivo: la guerra, come evento storico, è finita, ma non la pena della povera gente, la tribolazione, il dolore.

Se la versione teatrale, inserita come primo titolo nella Cantata dei giorni dispari, riesce a conservare una sfumatissima parvenza di speranza nella prospettiva di una ricongiunzione familistica, positiva pur nella sofferenza, l’Eduardo del 1977 sembra aver completamente perduta ogni solida fiducia nel futuro e nell’uomo. La riscrittura portata in dote a Rota è amara, quasi del tutto priva di aperture, e viene quasi da pensare a La pelle, romanzo di Curzio Malaparte ambientato, appunto, nella Napoli liberata dagli Alleati. La nuova lettura edoardiana si riverbera in una tessitura musicale ardita, spigolosa, saettante, alla quale giovano poco le citazioni popolaresche di melodie tradizionali, tempi terzinati da tarantella e qualche dilatazione ritmica swingata, di rievocazione gershwiniana. Prevalgono le tonalità cupe, per nulla stemperate dalle comiche sequenze che, a teatro, costituiscono le boccate d’ossigeno per una storia altrimenti avvilente (pensiamo alla scena del primo atto in cui Gennaro si finge morto per sfuggire all’arresto). Nell’insieme, si ha la sensazione di un imponente potpourri musicale, di gran cultura sonora e richiami stilistici, cui difetta, però, l’assenza di grandi momenti distensivi, arie memorabili, quei “ganci” che innamorano il pubblico e iscrivono un’opera nella memoria collettiva. La Napoli milionaria di Rota è certo interessante, ma in senso più intellettuale, a suo modo raffinato, che intimamente sentimentale.

L’allestimento del Giglio presenta un ambiente unico, come per la commedia, soggetto ai cambiamenti che i salti temporali della vicenda (con le differenze di situazione del caso) impongono: nel primo atto, la stanza del vascio è dominata da cromature spente, toni grigi e verdastri, virati poi al rosso della seconda parte, decisamente più illuminata. I costumi (come le scenografie a firma di Alessandra Torella) sono improntati a un rispetto naturalistico del soggetto, e potrebbero tranquillamente essere adottati anche nella versione originale. Pure la regia di Fabio Sparvoli rappresenta un interessante banco di prova, data la peculiare provenienza dell’opera: ci pare d’aver notato un profondo rispetto del soggetto, senza scelte sorprendenti, ma all’insegna di una felice mobilità attorica. Opzione ammissibile: il tipo d’ambientazione (la Napoli popolaresca di metà Novecento) è del tutto inedito per la storia del melodramma e i cantanti sono incoraggiati a sottolineare una certa gestualità insistita, una teatralità che appartiene al singolarissimo repertorio espressivo locale e che viene sottolineata dalla scrittura musicale. In questo senso, la direzione di Matteo Beltrami è rapida, acuminata, per una resa non priva d’efficacia: l’ensemble dell’Orchestra Regionale Toscana, del resto, è costituito da musicisti piuttosto capaci, in grado di assecondare con precisione le peculiari piegature stilistiche offerte dallo spartito rotiano.

Della replica cui abbiamo assistito (giovedì 23, in anteprima) segnaliamo un’intensissima Valeria Sepe nei panni di donna Amalia: l’interpretazione s’attaglia perfettamente alla matrona di casa Jovene e la voce è calibrata con cura nei passaggi più irti della parte. Efficace anche il Gennaro di Giampiero Cicino: impresa non da poco la sua, doversi misurare in un ruolo che fu, a teatro, del grande Eduardo, attore dei silenzi trasposto in versione canora. Dal punto di vista del cast (composto interamente da giovani e promettenti cantanti selezionati dal laboratorio indetto da LTL OperaStudio nel corso del 2012), Napoli milionaria si contraddistingue, inoltre, per una composizione pletorica di ruoli (ben diciassette), caratteristica che ha contribuito, forse, al mancato successo (in termini di riprese e riallestimenti) di questo titolo pur notevole. Un così alto numero di caratteri (non del tutto inedito, pensiamo per esempio a Il viaggio a Reims di Rossini), unito alle peculiarità della partitura di cui abbiamo già detto e alla (eccessiva) diffidenza rispetto alle composizioni contemporanee, rappresenta un ostacolo difficilmente superabile dalle produzioni operistiche, specie in epoche di vacche magre come la presente: nondimeno, le crisi, se ben interpretate, offrono grandi occasioni per ricalibrare, cambiare strada, aprire nuovi orizzonti e, in questo senso, non c’è che da applaudire LTL Opera Studio e tutti coloro che si sono spesi per questa messa in scena.

Si replicherà (ulteriore motivo di approvazione: gli allestimenti devono girare!) a marzo presso il Teatro Goldoni di Livorno (venerdì 15 e sabato 16) e al Verdi di Pisa (sabato 23 e domenica 24).

 

Progetto LTL OperaStudio 2012

NAPOLI MILIONARIA

dramma lirico in tre atti di Eduardo De Filippo, tratto dalla sua omonima commedia

musica di Nino Rota

 

Edizioni Schott Music GmbH & Co KG, Mainz

Sub-editore per l’Italia Sugarmusic SpA - Edizioni Suvini Zerboni, Milano

 

personaggi e interpreti

(la scelta degli interpreti è frutto del progetto LTL OperaStudio 2012)

Gennaro Iovine Giampiero Cicino

Amalia, sua moglie Valeria Sepe

Maria Rosaria, figlia Francesca Paola Geretto

Amedeo, figlio Saverio Pugliese

Errico “Settebellizze” Dario Di Vietri

Peppe o’ cricco Veio Torcigliani

Riccardo Spasiano, ragioniere Juan José Navarro

Federico Antonio Sapio

O’ miezzo Prevete Gianluca Tumino

Pascalino “o pittore” Andrea Antonino Schifaudo

Il Brigadiere Ciappa Giuseppe Pellingra

Johnny, sergente americano Stefano Trizzino

Adelaide Schiano Marta Lotti

Assunta, sua nipote Alessandra Masini

Donna Peppenella Raluca Pescaru

Donna Vincenza Teresa Gargano

Rituccia, l’ultima figlia di Gennaro Eleonora Mascia

 

 

 

direzione d'orchestra Matteo Beltrami

regia Fabio Sparvoli

Scene e costumi Alessandra Torella

Luci Marco Minghetti

 

Orchestra della Toscana

 

Ensemble vocale del Progetto LTL OperaStudio 2012 diretto da Mauro Fabbri

 

Maestri collaboratori Salvatore Galante, Loredana Scalcione

Maestro alle luci Silvia Marchetti

Direttore di palcoscenico Guido Pellegrini

Assistente alla regia Emiliana Paoli

Assistente scenografo Juan Pablo Polizzotto

Capo macchinista Luca Barsanti

Capo attrezzista Daniela Giurlani

Coordinamento sartoria Sartoria Teatrale Fiorentina di Massimo Poli

Responsabile trucco e parrucche Sabine Brunner

Creazione dei suoni campionati Andrea Baggio

Sovratitoli a cura del Teatro del Giglio di Lucca

 

Scene realizzate dal Laboratorio del Teatro del Giglio di Lucca

Costumi Costumi d'Arte srl, Roma

Attrezzeria E. Rancati, Milano

Calzature Pedrazzoli - CTC, Milano

Parrucche Artimmagine, Napoli

Trasporti Untitrans, Viareggio (Lucca)

 

Nuovo allestimento del Teatro del Giglio di Lucca

Coproduzione LTL OperaStudio (Teatro C. Goldoni di Livorno, Teatro del Giglio di

Lucca, Teatro di Pisa)

 

 


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