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Cultura e spettacolo : la lirica

Una "Napoli milionaria" vera e propria rarità ritrovata

domenica, 24 febbraio 2013, 15:21

di oriano de ranieri

“Napoli Milionaria” al Giglio. L’opera, una vera e propria rarità, è stata apprezzata dal pubblico che ha tributato agli interpreti numerosi applausi. La scelta del nostro teatro e del suo direttore artistico Aldo Tarabella ha recuperato un capolavoro di Eduardo De Filippo e di Nino Rota che fino dal suo debutto nel giugno del 1977, al Festival dei Due Mondi a Spoleto, ha fatto discutere. Poi l’opera è andata nel dimenticatoio fino al Festival della Valle d’Itria nel luglio del 2010. E ora questo rilancio lucchese con la produzione del teatro del Giglio per conto di “Opera Studio”, il laboratorio lirico dei teatri di Lucca, Pisa e Livorno. Sulla scena 27 cantanti “guidati” dalla sapiente regia di Fabio Sparvoli.

L’Orchestra della Toscana, sotto la guida di Matteo Beltrami, si è bene districata nella complessa ma affascinante partitura di Nino Rota, con continui richiami alla canzone napoletana, a musicisti d’avanguardia, a operisti del Novecento, a autocitazioni dalle sue composizioni. Il musicista, noto al grande pubblico per “Il cappello di paglia di Firenze”, ma soprattutto per le colonne sonore dei film di Fellini e de “Il Padrino”, (per questo vincitore anche di un Oscar), “riveste” il dramma lirico scritto da Eduardo De Filippo, di un’atmosfera estraniente, a volte cupa fin dalle prime battute, in linea col pessimismo senza rimedio dell’autore del libretto, che già nel 1977 aveva visto che “La guerra non è finita, non è finito niente”. Constatazione amara che sostituisce, come è noto: “Ha da passà a nuttata” della commedia del 1945. Un mondo incomunicabile rappresentato dall’inutile dialogo tra il soldato americano Johnny che ritorna dalla sua famiglia e Maria Rosaria la figlia di Gennaro Iovine (Eduardo). La famiglia Iovine, grazie ai traffici del mercato nero di Amalia, diventa ricca ma perde i valori e gli affetti, e anche il figlio Amedeo, ucciso in una sparatoria con la polizia. Commovente il pianto della madre sul cadavere del figlio, amplificato dal coro e dalle rievocazioni della guerra e della deportazione del padre Gennaro. Un pianto emblematico dei morti di camorra, come in una guerra senza fine. Raramente l’atmosfera cupa, resa dalla musica, si scioglie pienamente in arie che inseguono una felicità sognata e negata come nella celebre “Villanova” che riecheggia il sogno di Belleville di Giorgetta, la protagonista femminile del cupo “Il Tabarro” di Puccini quando canta: “Belleville, è il nostro suolo e il nostro mondo!”

Tutti bravi gli interpreti. Amalia eccellente in un ruolo difficile di cantante attrice, interpretato per la prima volta a Spoleto, da Giovanna Casolla e rifiutato con garbo dalla mitica Callas, ormai alla fine: pochi mesi dopo fu trovata morta nel suo appartamento di Parigi. Giampiero Cicino ha reso molto bene e credibile Gennaro Iovine, il capofamiglia contrario al mercato nero e deportato. Protagonista insuperato (con gli altri) nella scena del finto morto sotto i bombardamenti, che ricorda Gianni Schicchi di Puccini. C’è da dire che tutti i cantanti, non solo i protagonisti principali, hanno dovuto essere più che mai attori, comici e tragici. Bravi Francesca Paola Geretto, Saverio Pugliese, Dario Di Vietri, Veio Torcigliani, Juan José Navarro, Antonio Sapio, Gianluca Tumino, Andrea Antonino Schifaudo, Giuseppe Pellingra, Stefano Trizzino, Marta Lotti, Alessandra Masini, Raluca Pescaru, Teresa Gargano. Applausi anche per la piccola Rituccia interpretata da Eleonora Mascia. Apprezzate le scene di Alessandra Torella e le luci di Marco Minghetti. Applausi anche per l’Ensemble vocale del progetto Opera Studio diretto da Mauro Fabbri. Oggi alle 16 replica al Giglio, poi il tour a Pisa e Livorno e probabilmente anche in altre città.


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