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Cultura e spettacolo

È (solo) teatro… but I like it, il Servo di scena di Franco Branciaroli

domenica, 10 marzo 2013, 14:39

di igor vazzaz

È una grande dichiarazione d’amore, amara, paradossale, quella che Franco Branciaroli, da decenni mattatore delle nostre scene, dedica al mondo del teatro, ricuperando quel gioiello di drammaturgia che è The Dresser di Ronald Harwood. Pièce del 1980 ripresa al cinema da Peter Yates tre anni più tardi (l’autore sudafricano vi figura come sceneggiatore, ottenendo peraltro la nomination all’Oscar vinto, invece, con Il pianista di Roman Polanski nel 2003), la commedia viene adottata in Italia sin dal 1980, diretta da Gabriele Lavia, protagonisti Umberto Orsini e Gianni Santuccio, e, a più riprese, nei decenni successivi. Servo di scena (la caduta dell’articolo determinativo nel titolo, avvicina l’espressione all’icastico scemo di guerra e, in qualche modo, il riferimento bellico risulta giustificato) è un testo raffinato, caleidoscopico gioco d’incastri, tra teatro e mondo, fuoriscena e dietro le quinte, storia e Storia, tributo ammirato alla grande tradizione scenica anglosassone e, infine, traduzione autobiografica dell’esperienza compiuta da Harwood come dresser (storica mansione del teatro inglese, figaro factotum al servizio del primo attore) di sir Donald Wolfit, riconosciuto interprete scespiriano, tra 1952 e ’58.

All’ingresso in sala, il sipario è aperto sulla mirabolante visione allestita da Margherita Palli: la parte sulla platea suddivisa in due piani, coi camerini sul livello inferiore, nei toni biancocremosi d’un consueto disordine d’artista; sopra, il retropalco di un altro spazio performativo, rivolto all’inizio verso il fondale (s’intuiscono i drappi vermigli di un sipario) e, nella seconda parte, anch’esso visibile dalla platea “reale”. Teatro nel teatro, teatro contro teatro, bizantino gioco di rimandi e scatole cinesi sul quale s’innesta la ludica dimensione interpretativa, zigzagante tra la “realtà” del dietro le quinte e la simulazione dell’arte drammatica. La storia è quella d’una scalcagnata compagnia di giro, dominata dalla figura di sir Ronald, anziano primattore e capocomico giunto ben oltre i limiti della consunzione psicofisica, assistito in tutto e per tutto dalla solerzia di Norman, tuttofare consacrato alla causa dell’artista col quale alimenta un complesso rapporto tra protezione e tirannia. Sullo sfondo, le follie, ora umane ora un po’ misere, del mondo degli attori, e i bombardamenti nazisti sull’Inghilterra (quello degli anni Quaranta è periodo particolarmente interessante per Harwood, fulcro di svariati suoi lavori, tra cui La torre d’avorio, attualmente in tournée nell’interpretazione di Luca Zingaretti).

Forte di tanta costruzione drammaturgica e della mirabile realizzazione visiva, Branciaroli dirige lo spettacolo abdicando da regista (nell’accezione consolidata del termine) per affidare l’intera resa d’insieme alla recitazione, ai movimenti innescati dal testo, nel costante ping-pong divertito tra retroscena (in scena) e scena simulata. Nessun pirandellismo, nessuna verità da svelare, nessuna morale, come a dire, parafrasando i Rolling Stones, it’s only Theatre… but I like it. Ha buon gioco, quindi, il nostro, nella calibratissima modulazione di registri grandattorici: gigioneggia sapiente, dosando la propria sconfinata gamma di timbri, ora tonanti ora teneramente senili, prestandosi volentieri al duetto complice con Tommaso Cardarelli, un Norman estenuato, cinguettante, talvolta pure troppo sopra le righe. La compagnia, di buona tenuta, fa da coro al concerto per due solisti sino alla beffarda amarezza del finale: gli artisti, riusciti ad allestire King Lear, non senza difficoltà ridicolose (Ronald, disfatto e rincoglionito, che si veste da Otello e poi recita brani di Macbeth), riscattandosi come teatranti e contribuendo a sostenere l’umore d’una nazione fiaccata dalle bombe, devono fronteggiare la morte del grande attore che, nel lascito di un’eredità quasi più simbolica che materiale, cita a uno a uno tutti i collaboratori meno il più fedele, colui che davvero gli era stato al fianco sino all’ultimo, il povero Norman. La riconoscenza non è di questo mondo, e men che meno pertiene a quella sua peculiare, dissipata declinazione che è il teatro.

Il pubblico del Giglio (stranamente meno numeroso del solito) gradisce e tributa prolungati applausi a uno spettacolo assai più prezioso di quanto, pure, non appaia a un primo sguardo: Branciaroli, così com’era accaduto nel paradossale Don Chisciotte di qualche stagione addietro (monologo sul capolavoro cervantiano in cui l’attore rinunciava alla propria voce, imitando quelle di due compianti colleghi immortali quali Carmelo Bene e Vittorio Gassman), prosegue un percorso che potremmo definire di teatro per il teatro, un’arte al servizio di niente se non sé stessa e che di per sé rappresenta uno sguardo profondo sul mistero della vita e della morte.

Si replica oggi alle 16.30. La stagione del Teatro del Giglio proseguirà venerdì 22 (sino a domenica 24) marzo con Monica Guerritore in “…mi chiedete di parlare”, ispirato alla figura di Oriana Fallaci, mentre giovedì prossimo San Girolamo ospiterà Stefania Rocca in L’anno del pensiero magico per la regia di Luciano Melchionna.

 

Servo di scena, di Ronald Harwood

traduzione di Masolino D’Amico

regia di Franco Branciaroli

scene e costumi: Margherita Palli

luci: Gigi Saccomandi

interpreti: Franco Branciaroli (sir Ronald), Tommaso Cardarelli (Norman), Lisa Galantini (Milady), Melania Giglio (Madge), Daniele Griggio (Geoffrey Thornton), Giorgio Lanza (Mr. Oxenby), Valentina Violo (Irene)

Produzione: Teatro de Gli Incamminati - CTB Teatro Stabile di Brescia

 

 


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