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Cultura e spettacolo

La solitudine dell’onestà - Giorgio Ambrosoli: cronaca di un omicidio annunciato

venerdì, 1 marzo 2013, 20:48

di igor vazzaz

Il teatro è un’arte strana, rischiosa, sfuggente. Il suo rapporto con quello che, non senza approssimazioni, possiamo definire reale è difficile da descrivere, delineare in senso compiuto. Per paradosso, l’arte che fa della (com)presenza fisica tra attore e spettatore la propria ragion d’essere, rispetto ad altre forme come il cinema o certa narrazione televisiva, sconta ineluttabilmente un deficit di verosimiglianza, una minor impressione di realtà che la obbliga, dunque, alla costante adozione di forme simboliche, al ricorso della metafora. E questo scollamento, che costituisce, in realtà, una delle forze propulsive della scena, il suo essere potentemente politica (nell’etimo di arte della polis), ben al di là del pelago mortifero dell’attualità, si riverbera con puntualità peculiare negli spettacoli che si assumono la responsabilità di riportare fatti realmente esistiti.

È il caso di La solitudine dell’onestà – Giorgio Ambrosoli: cronaca di un omicidio annunciato, che ieri sera ha inaugurato presso il Teatro San Girolamo un miniciclo di “teatro civile” che si completerà sabato sera con Assolo contro la ’ndrangheta e domenica con Per non morire di mafia.

Chi sia Giorgio Ambrosoli è, o dovrebbe essere, noto: uomo riservatissimo e lontano dai riflettori, avvocato esperto di questioni finanziarie, si occupò, in qualità di liquidatore, dal caso della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, sollevando il coperchio su uno dei più intricati casi di collusione e corruzione tra interessi finanziari, cospirazioni politiche (la vicenda ha toccato direttamente la P2 di Licio Gelli), e delinquenza organizzata. Un uomo “perbene”, moralmente retto (cosa che, in un paese rispettabile, dovrebbe costituire la norma, ma che in Italia costituisce sempre motivo di eccezionalità) e che, nel fare l’interesse del proprio paese e della collettività, venne vergognosamente abbandonato dalle istituzioni, lasciato solo, sino all’assassinio, avvenuto la notte dell’11 luglio 1979, su commissione dello stesso Michele Sindona. Pochi rammentano che Giulio Andreotti, un tempo amico di Sindona, in una delle rare gaffe di cui si sia mai reso protagonista, commentò la morte dell’avvocaticchio asserendo testualmente: «se l’andava cercando».

Palco vuoto, senza arredi né fondali: due sedie di legno, al centro, e altre sospese in aria mediante cavi spioventi. Sembra ispirarsi a un concetto di nuda visionarietà la scena che il regista Matteo Tarasco propone al pubblico, nel tentativo di illustrare la vicenda umana e professionale di questo eroe borghese (così il titolo del film che Michele Placido dirige, nel 1995, ispirandosi alla storia del liquidatore). L’inizio della recita è volutamente forte, con gli spari da fondo sala diretti a una figura umana in proscenio: l’omicidio è la base della ricostruzione. Il testo di Luigi Galluzzo ha l’impostazione da concerto vocale: i due poli dell’allestimento, Ambrosoli e Sindona interpretati rispettivamente da Giovanni Costantino e Salvatore Rancatore, alternano riflessioni, le proprie “versioni della storia”, rivolti direttamente al pubblico in forma monologante. Spiegano le ragioni del proprio agire: il rispetto della morale da un lato, la disincantata visione del mondo dell’altro, opposizioni semantiche inconciliabili tra loro. Costantino rende un Ambrosoli appassionato, privo d’esitazioni, Rancatore un Sindona rauco, talvolta troppo caricaturale. A corredo dei due, la moglie Anna Lori (una Sofia Vigliar in vestaglia e piedi nudi eccessivamente manierata e artificiosa) e una glabra e tenebrosa figura maschile in clergyman (Francesco Acquaroli, il più convincente dei quattro interpreti), unico personaggio privo di corrispondenza storica, presenza a suggerire i vari legami occulti (mafiosi, clericali, eversivi) dell’intricata vicenda.

La messinscena procede per quadri, numeri alternati, stazioni di una via crucis civile che condurrà, inevitabilmente, al punto di partenza, la morte del protagonista, cui segue la lettura dell’ormai famosissima lettera che Ambrosoli scrisse alla moglie nel 1975 e che dimostra come l’uomo fosse ben consapevole e dell’importanza del lavoro che stava svolgendo e dei rischi connessi. E, puntuali, scrosciano gli applausi del discreto pubblico presente in sala, dimostrando d’aver apprezzato l’impegno d’una ricostruzione che, sotto il profilo civile, può rappresentare uno sforzo encomiabile.

Qui, invece, si consuma un equivoco pericoloso e, a suo modo, grave, ossia quello di premiare l’intenzione (edificante, morale, “giusta”) a discapito della realizzazione, scusando, grazie alla prima, le insufficienze dell’altra. Il problema è che, a nostro avviso, La solitudine dell’onestà offre uno spaccato sin troppo semplicistico, manicheo, della realtà, con “i buoni” da un parte (non dubitiamo che Ambrosoli fosse una persona più che degna, sia chiaro) e i “cattivi” dall’altra (per quanto, nella raffigurazione di Sindona il tentativo di approfondimento sia individuabile). Non si capisce, inoltre, quali fossero i meccanismi mediante i quali il banchiere riusciva a riciclare e occultare denaro (e il tema bancario sarebbe pure di strettissima attualità): è presentato tutto in una forma davvero troppo lineare per essere credibile, cui non giova, infine, un’esecuzione assai carente in termini di forza scenica, evocazione, potenza. Si affida tutto alla storia (e alla Storia), ma non può bastare, perché il teatro risponde ad altre istanze, di natura specificatamente teatrale, e, come avviene nella quasi totalità dei casi del nostro cinema civile, non è giusto (né opportuno né politicamente corretto) che un’opera d’arte si regga e “si giustifichi” in base al proprio (supposto) precipitato morale. Che poi il pubblico si possa “accontentare” d’una simile costruzione retorica, senza un reale approfondimento sia teatrale sia politico, ci pare solo un sintomo, l’ennesimo, di una crisi profonda, sia teatrale sia politica.

Settimana assai impegnativa per il teatro lucchese: oltre agli altri due appuntamenti (sabato e domenica sera) con il teatro civile presso San Girolamo, da stasera a domenica pomeriggio, presso il Teatro del Giglio, sarà la volta di Sebastiano Lo Monaco con Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello.

 

 

La solitudine dell’onestà - Giorgio Ambrosoli: cronaca di un omicidio annunciato

di Luigi Galluzzo

regia, spazio scenico e luci: Matteo Tarasco

con Francesco Acquaroli, Giovanni Costantino, Salvatore Rancatore, Sofia Vigliar

produzione: Arte e Spettacolo Domovoj


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