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Cultura e spettacolo

Una donna sola al comando: Pamela Villoresi racconta Coppi

venerdì, 8 marzo 2013, 12:48

di igor vazzaz

Non si può che parafrasare l’emblematica espressione coniata da Mario Ferretti (era il 1949, Cuneo-Pinerolo, terz’ultima tappa del Giro) per descrivere la performance di Pamela Villoresi che, in sella a una bici, si cala nei panni di Maria, sorella del Campionissimo, narratrice accorata nell’estenuante tentativo di tenere in vita il fragile Airone, quel fratello dai polmoni capienti e il cuore posato in grado di segnare il ciclismo del suo tempo e un’epoca intera. Si dice Coppi, si pensa (anche) a Bartali, a un’Italia da ricostruire, nella costante dicotomia insanabile, si tratti di guelfi e ghibellini, come di eroi profani della pedivella. E dev’esser periodo di spettacoli all’insegna delle due ruote se pure il Teatro delle Albe sta portando in giro un allestimento intitolato Pantani, sintomo evidente di quanto le due ruote conservino una potenza evocatrice tuttora innegabile.

Pedala, pedala e pedala, Pamela/Maria, e parla, il fiato rotto più dal timore doloroso per la malattia di Fausto che dal ritmo, ben sostenuto, del rullo di gambe. Illuminata da caldi fasci di luce dall’alto, l’attrice dà vita a Il mio Coppi, monologo sospeso tra la narrazione d’una cronaca familiare di primo Novecento e l’interpretazione sanguigna d’una donna, ormai, d’altri tempi. L’eloquio è fluente, mobile, dotato d’una sua esattezza, brillante, sia nell’offrire racconti di vita (l’infanzia di Fausto, il rapporto col fratello Serse, gli stenti familiari, sino alla consacrazione e alla scandalosa liason con la Dama Bianca) sia nel profondersi di un’interpretazione dolente e sentita, punteggiata qua e là dal sonoro delle voci dei medici al soccorso (inutile) del campione reduce dall’esiziale trasferta africana. Il tutto è svolto da dietro un velo trasparente, sul quale vengono proiettate didascalie informative e sequenze filmate, puntuali contrappunti visivi ed efficaci momenti fusionali con la figura in scena. Le parole di Maria, laica Maddalena impotente dinanzi alla Passione, figura muliebre e materna, laterale rispetto al protagonista della Storia con la maiuscola, ma fulcro nodale di una storia minuta e non meno profonda, alimentano quella mitologia pagana che è il ciclismo, sport di fatica, al di là di qualsivoglia bomba, di qualsivoglia artificio: fatica, dannata fatica, sangue e sudore, caldo e dolore. Uomo solo al comando, Faustó, alla francese, uomo solo nella vita, secondo la calzante osservazione di Curzio Malaparte, polo per l’ennesimo dualismo a incendiare gli animi d’un popolo litigioso per vocazione in un paese reduce dalla catastrofe bellica.

Un’ora di spettacolo che scorre rapidissima, ottimamente cadenzata da un’interpretazione fluida, efficace, ricca di tensione e di grande tenuta (anche fisica, poiché l’attice dà di pedale per la quasi totalità del tempo). Applausi copiosi, alla fine, sia per un’operazione ben realizzata sia per la memoria d’un campione in grado di iscriversi indelebilmente nella memoria collettiva, a dimostrazione che lo sport, e il ciclismo in particolare, costituisce uno dei pochi, reali, orizzonti mitici della nostra contemporaneità.

Due note: il Teatro San Girolamo non è il miglior spazio possibile per dare spettacoli, poiché la sala è lunga, stretta, ed è assai penalizzante seguire da oltre una certa fila di poltrone; infine, se di nuovo corso si deve parlare (la stagione corrente è ancora in eredità dalla passata gestione, con l’organizzazione a opera di Mariano Anagni), sarà pure il caso che la direzione del Giglio riveda la politica dei prezzi, giacché è abbastanza inconcepibile, coi tempi che corrono, chiedere venti euro a ingresso nelle condizioni di cui sopra e per spettacoli meno impegnativi, in termini di mezzi impiegati, rispetto a quelli ospitati sul palcoscenico principale..

La stagione del Teatro del Giglio prosegue da stasera (venerdì 8 marzo) a domenica, con l’atteso Servo di scena di Ronald Harwoodm protagonista il grande Franco Branciaroli, mentre il prossimo appuntamento con la prosa a San Girolamo è per giovedì prossimo (14 marzo): sarà la volta di L’anno del pensiero magico, con Stefania Rocca, per la regia di Luciano Melchionna.

Igor Vazzaz

 

Il mio Coppi, soggetto di Albert Ross, testo di Daniela Morelli

con Pamela Villoresi

costumi: Lucia Mariani

video: Andrea Giansanti

luci: Marco Scattolini

aiuto regia: Raffaella Pontarelli

regia: Maurizio Panici

produzione: ArTè Stabile di Innovazione

 


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