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Cultura e spettacolo : Speciale "I Teatri del Sacro 2013"

Abbiati e il suo Kolbe: quando l'amore oltrepassa il filo spinato

mercoledì, 12 giugno 2013, 12:10

di valentina passigni

"L'odio non serve a niente, solo l'amore crea". In questa frase si racchiude lo spirito di Maximilian Kolbe, radioamatore per vezzo, sacerdote per vocazione: vocazione che non vacilla neppure quando tutto marcisce, quando il filo spinato di Auschwitz fa piovere su di lui, pesanti come macigni, le ceneri dei suoi fratelli. In La radio e il filo spinato, secondo spettacolo per il secondo giorno dei festival I Teatri del Sacro,   Roberto Abbiati e Luca Salata raccontano l'amore smisurato di Kolbe per la natura e per l'uomo, che si alimenta tra le raccapriccianti insidie del campo di concentramento polacco. La resa  dello spettacolo appare innovativa ed evita con intelligenza di banalizzare una tematica tanto rilevante quanto abusata. Ciò che si manifesta agli occhi del pubblico raccolto nell'intima sala del complesso di San Micheletto è tutt'altro che scontato: il palcoscenico, inizialmente spoglio, viene riempito nel corso della rappresentazione dagli attori stessi che si muovono freneticamente ed interagiscono con gli oggetti in maniera del tutto naturale, quasi a diventare parte integrante della scenografia. La storia del sacerdote viene raccontata tramite singole scene, intervallate dallo spostamento delle varie suppellettili a comporre il tutto, e dal massiccio impiego di canzoni dei Rolling Stones, sotto l'unica luce di due piccoli lampioni ai bordi del palco. Una peculiarità interessante sta nel fatto che, come ammettono gli attori stessi, a far da padrone sono le scenografie e le testimonianze di chi ha avuto a che fare con padre Kolbe. Il parroco non appare quasi mai: si preferisce delinearlo attraverso i racconti dei compagni detenuti, dei generali tedeschi e di coloro che lo hanno conosciuto. Viene rappresentata, così, una figura eterea, intangibile, potenza vitale in grado di illuminare il cammino di chiunque vi si imbatta. Si tratta dunque di un'assenza apparente, teatralmente densa e significativa, grazie alla quale Abbiati riesce a vivacizzare la rappresentazione: un'assenza colmata dall'intensità con cui i due interpreti, completamente in nero, riescono a tessere le fila di un così complesso meccanismo di gesti, parole e suoni in grado di colpire un pubblico entusiasta e di lasciare, con estrema modestia e delicatezza, un segno nelle menti di coloro che hanno assistito. Da appalusi.

 

369gradi

La radio e il filo spinato

di e con Roberto Abbiati e Luca salata

regia Roberto Abbiati

assistente Lucia Baldini

le immagini usate nello spettacolo sono di Lucia Baldini

con un contributo poetico di Mario Vighi


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