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Cultura e spettacolo : Speciale "I Teatri del Sacro 2013"

Carnalità e spiritualità: la duità inscindibile di Testori

sabato, 15 giugno 2013, 11:51

di sara casini

 Il quinto giorno del festival I teatri del sacro, il palco del “centrale” Teatro del Giglio ospita uno degli spettacoli più attesi del programma, Passione, messinscena tratta dal romanzo di Giovanni Testori (di cui si celebrano i trent’anni dalla morte) Passio Laetitiae et Felicitatis, per l’interpretazione di Maddalena Crippa affiancata, dopo molti anni dall’ultima occasione, dal fratello Giovanni.

Nell’angolo alla destra del palco, con la luce di una lampada a illuminargli il volto, un uomo seduto a un tavolino. Racconta a voce alta, con una lingua mai sentita prima che, pur essendo relativamente comprensibile, produce nello spettatore un iniziale e potente effetto di straniamento. Mescola elementi latini, lombardi, dando vita a una lingua corposa, materica, il cui suono basterebbe da solo a riempire la scena: non è il grammelot comico di Dario Fo, ma un idioma poetico e avvolgente che costituirà la musica costante dell’intero spettacolo. L’uomo dell’inizio (Giovanni Crippa) è lo stesso Giovanni Testori che racconta di un singolare episodio accadutogli da bambino: un uomo (“un povero Cristo”), fiancheggiato da due carabinieri, sta venendo portato in prigione. L’uomo gli dice qualcosa che, però, il piccolo Giovanni non capisce. Una seconda luce, dall’alto, illumina quindi una donna, in piedi al centro del palco. Testori scrive, e introduce, a due voci con la donna, il personaggio di Felicita: la donna stessa.

Lo spazio è ampio, sgombro, come unica scenografia presenta grandi pezzi di legno, sopra e attorno ai quali i due attori si muovono, tra stretti fasci di luce a illuminare solo porzioni di scena, lasciando l’ansiosa sensazione che vi sia qualcosa di nascosto dal buio circostante.Felicita è una ragazza giovane, ha un fratello e svariate sorelle. E, con naturalezza, si innamora  proprio di lui, con cui sembra pronta a instaurare una sorta di relazione incestuosa che, sin dall’inizio (ma, in questi casi, anche solo l’inizio è un oltre), pare spaventare il fratello, che  fugge e, successivamente, muore sfracellandosi con la moto contro il muro di una chiesa.

La descrizione estremamente fisica e dettagliata dell’amore della giovane per il fratello, esposta con il solito linguaggio carnale e altamente espressivo, riesce a non rendersi grottesca, a non scivolare, com’è fin troppo semplice che accada, nella semplice volgarità. La disperazione conseguente la morte del ragazzo spinge Felicita sino al cancello del cimitero nel cuore della notte. E qui, tremante e impotente eppure drammaticamente consapevole, incontra l’uomo che, facendole violenza, demolisce l’ideale puro e utopistico d’amore che la ragazza aveva plasmato sul proprio fratello.

Le voci degli attori si alterano, non dando mai adito a un dialogo diretto: l’elemento maschile si alterna a quello femminile, la penna gratta sul foglio, delineando le parole che vengono pronunciate.

La descrizione della violenza è così brutale da apparire essa stessa una violenza: non si può fare a meno di immaginare con vivida bestialità la ragazza che tenta di gridare, la mano che le preme la bocca per strozzarne i lamenti, l’imprescindibile presenza su di lei della “montagna”, il “maiale”, la bestia che rappresenta, nella propria ferinità, forma di quello che viene comunque definito “amore”.

Felicita perde la voglia di vivere, e perde la fede, fino a quando non si compie il “miracolo” destinato a cambiarle la vita: in una chiesa rivede nel crocifisso, il Cristo, il corpo del proprio fratello. La descrizione particolareggiata dell’amore “infinito” di Felicita per il crocifisso/fratello, quella duità che rappresenta il nucleo paradossale d’una fede tutta personale, risulta quasi irriverente nei confronti dell’ortodossia cristiana: eppure, si rivela entusiasmante la rappresentazione di una adesione non solo interiore, ma completa, coinvolgente, anche per quanto riguarda (ed è questo a sembrare, senza esserlo, blasfemo) la sfera sessuale.

Fattasi suora, Felicita compie un secondo “abominio”: s’innamora di un’orfana, una fanciulla tanto giovane da esser quasi bambina e che corrisponde il suo profondissimo amore, in grado di renderla infinitamente felice. Si chiama Letizia, ed è lei che, corrispondendo al proprio nome, permette a Felicita di posizionare quel fatidico accento mancante sulla a del proprio nome, passando da Felicita a felicità.

Inevitabile che la “vergogna” venga scoperta, punita (e celata) in convento, per quanto in seguito le amanti riescano a unirsi un’ultima volta nel bosco, con passione travolgente, impetuosa e intensamente carnale. Per poi morire assieme.

La musica, ripresa in parte dal repertorio cantautoriale italiano (Jannacci e Tenco), svolge un ruolo comunque marginale nell’economia dell’allestimento, nonostante il Mozart contribuisca non poco a un finale di grandissima intensità. Vero è che l’intero spettacolo si regge sulla potenza espressiva di una grandissima Maddalena Crippa, perfetta interprete dalla complessa carnalità nestoriana, di quella lingua sonora ed esplosiva, ben echeggiata dalla voce sempre puntuale del fratello Giovanni Crippa. Lo spettatore, talvolta, rischia di “perdere il filo” della storia, ma rimane tuttavia incantato dal suono di ogni parola, da una musica verbale che si fa carne..

 

Tib Teatro

PASSIONE  

dal romanzo "Passio Laetitiae et Felicitatis" di Giovanni Testori

con Maddalena Crippa e Giovanni Crippa

adattamento teatrale e regia Daniela Nicosia

scene Gaetano Ricci

disegno luci Stefano Mazzanti e Paolo Pellicciari

costumi Silvia Bisconti


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