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Cultura e spettacolo

Croce, fisarmonica e chitarra elettrica: la storia di don Tonino Bello chiude i Teatri del Sacro

lunedì, 17 giugno 2013, 12:53

di francesca cecconi

E anche la terza edizione dei Teatri del Sacro volge al termine. In questa domenica di un giugno finalmente caldo, il festival serra le porte con gli ultimi due spettacoli: Genesi della compagnia Accademia Perduta e Croce e fisarmonica di Armamaxa Teatro. Due rappresentazioni ben diverse fra loro, ma aventi come comun denominatore la musica: nel primo un contrabbasso, nel secondo una fisarmonica, poi affiancata da una chitarra elettrica, una Fender Stratocaster.

In scena per l’ultima esibizione, nella minuta ma funzionale sala del Complesso di San Micheletto, troviamo Enrico Messina e Mirko Lodedo per una pièce scritta a quattro mani dallo stesso Messina con il regista Carlo Bruni. Una performance che ricostruisce l’intero percorso religioso e umano di don Tonino Bello, dai primi passi mossi verso una fede di impegno sociale sino alla ballata della marcia pacifica su Sarajevo e la prematura scomparsa, a Molfetta, città in cui ricopriva la carica di vescovo.

Il pubblico in sala è già introdotto nella storia del religioso grazie alla proiezione, precedente allo spettacolo, di L’anima attesa del regista Edoardo Winspeare, un film a ripercorrere vita e pensiero del prelato per il quale, nel 2007, è stata avviata la causa di beatificazione. Ma pure per chi non ha assistito alla riproduzione video, la performance del gruppo pugliese permette un inserimento repentino all’interno della vicenda del clericale salentino, grazie a un prologo affabulatorio dello stesso Messina, in cui si anticipa e si specifica il ruolo esercitato dal pastore durante l’intera vita. Si evince sin da subito l’importanza del crocefisso, simbolo di religiosità, e della fisarmonica, strumento popolare cui s’associa una valenza laica proprio a sottolineare la peculiare fede profana di Tonino.

Ed è interessante il gioco instaurato tra gli unici due interpreti in scena: Enrico Messina nel ruolo di narrattore, cui è demandata la ricostruzione degli eventi, Mirko Lodedo come musicista e, soprattutto, spalla comica. La prima parte, infatti, è caratterizzata da un duetto comico, con alcune sequenze che divertono il pubblico: una tonalità che,  al proseguire della pièce, si perde un poco nel progressivo intensificarsi drammatico. La narrazione segue un piano drammaturgico delineato: l’incipit introduttivo è dato dal suono della fisarmonica che accompagna l’elenco di varie località care al futuro vescovo di Molfetta, dopodiché viene fatto riferimento alla piazza principale dell’ultimo luogo citato, dove il religioso stanzierà. La descrizione della piazza è occasione di (sor)riso per il pubblico poiché lo stesso Messina dichiara l’ambivalenza popolana del protagonista del testo, il cui primo pensiero rispetto agli spazi ampi e aperti sarebbe stato: «chissà che bel campo da calcio si potrebbe costruire in una piazza così grande, figurarsi a San Pietro!». Non mancheranno altri effetti comici o addirittura citazioni (come il riferimento al Bonifacio VIII di Dario Fo, durante la descrizione del Concilio ecumenico).

La scenografia è scarna: una piccola sedia, introdotta dallo stesso Lodedo per appoggiarsi a suonare la fisarmonica. Lo spazio ideale viene, però, reso in maniera impeccabile dalla descrizione verbale e dalla gestica di Messina: tra i vari elementi scenici evocati, ricordiamo la sala del parrucchiere (con poltrone rosse e specchio), luogo ricorrente dell’intera affabulazione.

La musica accompagna la parola, elemento “scomodo”, fonte di problemi per don Tonino, insaziabile uomo di fede alla costante ricerca di cambiare, migliorare il mondo, nella convinzione che l’uomo, il lavoro, l’impegno, possano realmente modificare le cose. La fisarmonica cede il posto alla fender, il cui suono graffiante riempie la piccola sala che, unita, assiste agli ultimi istanti di vita del religioso. Intensa ed emotivamente carica la scena finale, che descrive la morte di don Tonino: prima si ritorna, idealmente, alla sala del parrucchiere, poi si passa alle ultime parole dell’obiettore al telefono da Sarajevo che annuncia la scomparsa di don Tonino ai familiari «chiedo scusa è finito il tempo».

Così come finito è pure il tempo di questo interessante festival che ha visto protagonisti ben ventidue spettacoli, ventidue prime assolute avvicendatesi nei vari spazi scenici, più o meno adattati, di Lucca. Non resta, adesso, che attendere gli ultimi resoconti di questa manifestazione, da parte di organizzatori e altri soggetti interessati. Anche noi, come “redazione speciale” che ha seguito la rassegna recensendo tutti gli spettacoli in programma mediante i contributi di critici spesso alla prima esperienza professionale,  forniremo il nostro bilancio di osservatori, conservando comunque l’ottima impressione per un festival interessante e degno di considerazione, ormai parte integrante dell’offerta culturale di una città che di teatro ha fame, benché non tutti sembrano essersene accorti.

 

Diaghilev/Armamaxa Teatro con E. Messina e M. Lodedo

Croce e fisarmonica

di Carlo Bruni e Enrico Messina

con Enrico Messina e Mirko Lodedo

regia Carlo Bruni

musiche dal vivo Mirko Lodedo

con il sostegno di Pax Christi


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