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Cultura e spettacolo : Speciale "I Teatri del Sacro 2013"

Il Melville errante dell’anima di Valter Malosti

martedì, 11 giugno 2013, 11:50

di igor vazzaz

 L’edizione 2013 del festival I Teatri del Sacro si apre con Clarel, T/Empio e Labirinto, tre spettacoli assai diversi tra loro, comunque tra i più attesi, perfetto campionamento di un cartellone di assoluto prim’ordine, in grado di offrire al pubblico ben ventidue prime nazionali distribuite in appena sette giorni di programma.

A inaugurare la massiccia dose performativa Valter Malosti, pluripremiato regista della nostra scena contemporanea, alle prese con un testo complesso, sfuggente e paradossale quale Clarel. A Poem and Pilgrimage in the Holy Land, pubblicato privatamente da Herman Melville nel 1876 e che rimarrà sconosciuto ai più sino a dopo la morte del suo autore. Si tratta di un poema epico, pletorico ed eccessivo, visionario racconto del viaggio in Terra Santa compiuto da uno studente americano di teologia, Clarel appunto, vera e propria figura dello stesso Melville. Il giovane, la cui fede brancola nelle tenebre tarlate dal dubbio, intraprende l’esperienza del pellegrinaggio alla cerca di conferme, nella disperata speranza che il contatto diretto con i lembi di terra calcati dal Figlio di Dio gli permetta di ritrovare la retta via smarrita. Il viaggio intrapreso si rivela doppio fisico di quello interiore, nomade erranza nutrita di sogni, abbagli, reminiscenze letterarie, afflati mistici, per una scrittura tellurica, mai quieta, registrazione intima del tormento interiore del Melville uomo.

Il palcoscenico del Teatro San Girolamo, fiocamente lambito da fasci di luce, potrebbe sembrare quello d’un concerto: un leggio sulla sinistra, al centro, pochi passi addietro, un tavolo con una serie di apparecchiature computerizzate, sulla destra una postazione con alcuni strumenti a corda e altri “oggetti sonori” (bottiglie, campanelle), il tutto circondato dall’inerte neutralità delle quinte nere. Entrano in scena i due musicisti (G.u.p. Alcaro alla strumentazione elettronica, Lucia D’Errico alle chitarre) assieme a Malosti, che prende posizione in prossimità del leggio. Introduce lo spettacolo, dando qualche minuta (e, obiettivamente, non indispensabile) coordinata circa il lavoro svolto, per poi abbandonarsi alla lettura-declamazione. I riflettori sfumano su tonalità flebili, da pastello. La voce s’appoggia sul calore di un timbro appena arrochito. Il viaggio ha inizio.

La chitarra classica traccia una melodia segmentata e dissonante, accompagnando Clarel nell’intrapresa del viaggio, la rabbiosa reazione rivolta contro una teologia muta, non più in grado di soccorrere il suo spirito turbato e dolente. Progressivamente, si schiudono le porte del Medio Oriente, culla dell’umanità così come delle radici cristiane: Malosti calibra la voce sull’altalena tonale d’una nenia reiterata cui la musica, arricchita dalla granulosa sonorità elettronica, fornisce eco e risposte. Quasi immobile, il volto scarta di lato, di tanto in tanto, lasciando campo all’irruzione fonica, gli scoppi improvvisi d’una partitura che doppia la convulsione nevrotica di un testo scientemente sconnesso, votato al vortice come alla vertigine. Scaglia frasi, parole, Malosti, scolpisce un verso che, nella traduzione da egli stesso operata, si tinge sovente di reminiscenze dantesche, sino a ricalcare ritmi endecasillabi sinuosi e materici.

Le sequenze si affastellano, l’una sull’altra, a comporre un mosaico abbacinante, battuto dal vento sabbioso che le frasi medesime paiono invocare: a ogni climax corrisponde una dilatazione dai tratti marini, come di risacca a seguire il battere violento dell’acqua sulla battigia. Le luci scartano, ora intense e solari, ora tiepide e levantine, a replicare i cromatismi sabbiosi evocati dalla narrazione.

Concerto vocale ad altissimo coefficiente di difficoltà, e già perciò apprezzabile, questo Clarel: vien da pensare che, se si fosse trattato di un Dante a caso (moneta sin troppo inflazionata nell’offerta contemporanea di letture poetiche), la fatica per seguire il tortuoso percorso tracciato da Malosti sarebbe stata assai minore. Nondimeno, una certa ripetitività nella declamazione rischia d’inficiare parzialmente la potenza d’un testo di rara bellezza e altrettanta modernità, a traslare in versi uno smarrimento lancinante e certo insuperato. Si resta con una forte orma sonora impressa in petto, frutto più dell’articolata partitura musicale che del contributo vocale: si potrebbe tentar la strada d’una ricerca coloristica più impavida, quell’arricchimento che solo nel finale ci par d’intrasentire nell’attore e che, invece, potrebbe aiutare non poco l’orecchio d’un pubblico poco uso alla poesia, tanto più se mai frequentata. Di là da tutto, resta comunque il merito d’aver consacrato al dubbio, all’incertezza sincera, il primo capitolo di un viaggio, questo festival, dedicato al sacro.

 

Teatro di Dioniso

Clarel. Poema e pellegrinaggio in Terra Santa

di Herman Melville

versione italiana e adattamento Valter Malosti

concerto per voce, oud, chitarre e live electronics

interpretato e diretto da Valter Malosti

suono e live electronics G.u.p. Alcaro

oud e chitarre Lucia D’Errico

musiche originali Carlo Boccadoro

field recordings a Gerusalemme e Israele Luc Messinezis

luci Francesco Dell'Elba

consulenza scientifica Ruggiero Bianchi

assistente alla regia Elena Serra


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