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Cultura e spettacolo : Speciale "I Teatri del Sacro 2013"

Italia 2013: basterebbe un miracolo?

giovedì, 13 giugno 2013, 16:27

di sara casini

Nell’imponente chiesa di San Giovanni va in scena, il terzo spettacolo del terzo giorno (12 giugno) della rassegna I Teatri del Sacro,  Paranza. Il miracolo, dramma interpretato dalla compagnia Teatro Iaia/Risorse Umane.

Un palco vuoto, se non per una struttura quadrangolare, scarna. Nella penombra, si scorgono quattro figure: ombre che si posizionano sopra, di fianco e di fronte alla struttura. Lembi di stoffa cremisi si lasciano intravedere nella luce fioca. Buio. Si alza una voce femminile e viene illuminato l’abside della chiesa (di fronte alla quale è situato il palcoscenico), in cui risaltano le pitture nel catino absidale, e la donna che sta cantando, incoronata di fiori e vestita con un abito rosso vivo.

Terminato il suggestivo canto, vengono illuminati uno per volta gli altri personaggi (un’anziana, un uomo in giacca e cravatta, una donna giovane), di cui lentamente si delinea la storia.

Ci troviamo in un’Italia che, nell’ansiosa ombra di cui il palcoscenico è ammantato, pare l’emblema del degrado: la cantante (Germana Mastropasqua) ha talento, ma, per quanto desideri “vendere la propria voce”, non trova chi sia disposto a finanziarla; la donna anziana (Alessandra Roca) è malata e in attesa di cure, ma nessuno pare interessarsi a lei; l’uomo (Enrico Roccaforte, che dirige lo spettacolo assieme a Clara Gebbia), un manager completamente dedito al proprio lavoro, è stato licenziato; infine la giovane signora (Nené Barini), benestante, ha perso la casa a causa di un terremoto, ed è costretta a vivere nella propria automobile.

L’incredibile drammaticità e l’ancor più drammatica verosimiglianza e plausibilità delle storie, colpiscono lo spettatore, che è costretto a riconoscere nei volti disperati, quasi folli, degli attori, una realtà presente e difficile da accettare. La disperazione di un padre che non vuole risultare un “fallito” agli occhi del proprio figlio e tenta di nascondere la propria povertà, una donna che si rifiuta di accettare la tragicità della vita: questi risultano drammi tremendamente quotidiani, che nell’Italia di oggi siamo costretti ad affrontare.

Il colore predominante (l’unico, se non si considerano il bianco e il nero della giacca dell’uomo) è il rosso, che risalta sui vestiti delle tre figure femminili. Rosso come la passione (quella evangelica), considerando la vocazione cristiana dello spettacolo? I quattro sventurati si incontrano per strada, in fila per chiedere ciò che hanno perduto, nella lugubre disperazione in cui l’intera rappresentazione è invischiata. Di fronte a un cartello che, sottolineando lo squallore della situazione in cui si trovano, nega loro ogni diritto, i quattro individui si ritrovano a dover mettere in dubbio la propria esistenza, il che ben rappresenta lo sconforto dovuto alla perdita di un’identità sociale.

Dovendo far fronte a questo rifiuto a concedere il diritto alla vita, i quattro si avvicinano tra loro e, sotto invito dell’anziana, decidono di fare una Paranza per chiedere un “miracolo”: l’avere indietro la vita perduta. Collocatisi sulle spalle la struttura quadrangolare (forse pure un modo per rappresentare come un’unione di persone debba farsi unitamente carico dei problemi di ogni membro), i quattro intraprendono una marcia il cui tempo viene scandito dai canti, dai respiri affannati e dai lamenti di individui ormai stanchi e affamati.

Il lungo cammino porterà ad un incontro inquietante ma sottilmente poetico con la morte, a cui è accostata l’immagine di un fiume che parla con le voci dei defunti, e, infine, a un inaspettato approdo alla fede, che pare salvare i personaggi.

Una rappresentazione che, mantenendo toni complessivamente cupi (ben favoriti dall’ambiente della chiesa), ha voluto descrivere con una drammaticità forse esasperata (e esasperante) l’Italia di oggi, accostandola a una visione del divino (in riferimento alla fede cristiana) come superiore e quasi irraggiungibile (l’unica figura evangelica che ritroviamo è Maria, che, secondo la tradizione medievale, rappresenta una sorta di  tramite tra Dio e l’uomo).

 

 

Teatro Iaia/Umane Risorse

Paranza – Il miracolo

un progetto di Clara Gebbia, Katia Ippaso, Enrico Roccaforte, Antonella Talamonti

regia Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte

drammaturgia Katia Ippaso

con Nené Barini, Germana Mastropasqua, Alessandra Roca, Enrico Roccaforte

musiche originali e direzione musicale Antonella Talamonti

costumi Grazia Materia

suono Francesco Fazzi

disegno luci Michelangelo Vitullo

scene Kallipigia Architetti


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