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Cultura e spettacolo

La preziosa occasione dei Teatri del Sacro

venerdì, 21 giugno 2013, 20:08

di igor vazzaz

 Conclusa da qualche giorno la chiusura della settimana felicemente “occupata” da I Teatri del Sacro, è tempo di bilanci, su vari livelli.

Avendo seguito, come di consueto per gli eventi scenici della nostra provincia, tutta la rassegna (chi scrive ha mancato di assistere a cinque spettacoli su un totale di ventidue), è giusto rilevare come l’edizione 2013 abbia evidenziato alcune qualità difficilmente discutibili.

1.      Innanzi tutto, si può affermare con tranquillità che I Teatri del Sacro rappresenta ormai un appuntamento importante del panorama dei festival scenici nazionali, impreziosito dalla nuova collocazione stagionale (giugno anziché settembre) nonché dal taglio originale, interpretato con intelligenza dagli organizzatori che si sono sobbarcati l’onore e l’onere della selezione degli spettacoli. Quasi trecento proposte, ridotte, dopo due scremature, a ventidue allestimenti: selezione attenta, con esclusioni illustri e la capacità di attrarre un ventaglio autenticamente vasto e laico di personalità di altissimo livello. Ironia della sorte, e nota di merito per il festival e il suo direttore Fabrizio Fiaschini: alcuni grandi artisti che a Lucca, di solito, non vengono a causa di politiche culturali eccepibili, si vedono schiudere le porte delle Mura grazie alla CEI. Un godibilissimo (e ricco di spunti) paradosso.

2.      La formula della prima assoluta (gli spettacoli ammessi alla kermesse sono tutti rigorosamente al debutto) costringe i selezionatori a un leap of faith, un atto di fede, perché l’ultima decisione viene presa sulla base di un video con la “bozza” dello spettacolo, segmento assai parziale di un lavoro premiato, quindi, al buio. Questo, in qualche caso, ci pare abbia rappresentato un problema. Pur riconoscendo a tutti gli allestimenti una certa qualità d’ideazione, sarebbe ipocrita tacere il ricorrere, in alcuni di essi, d’una certa ruvidità esecutiva, una mancanza d’ulteriore approfondimento che fa presuppore un’eccessiva “tranquillità” da parte di chi, una volta vinto il bando (ossia ottenuto il parziale finanziamento al lavoro), abbia forse tirati i remi in barca. Il fatto che la Federgat e gli altri enti promotori si occupino, in seconda istanza, di facilitare la distribuzione degli spettacoli in alcuni circuiti rappresenta sì un utile sistema di riequilibrio, ma ciò non toglie la netta sensazione (ribadiamo: in alcuni frangenti) di colpevole incompiutezza.

3.      Sotto il profilo teatrale, l’impressione è che l’edizione sia stata quella della conferma soprattutto grazie alla qualità dei migliori spettacoli. Ci è parso di registrare una certa prevalenza dell’elemento femminile, con alcune attrici in forma davvero smagliante: su tutte, citiamo Maddalena Crippa (in Passione) ed Elena Bucci (con In canto e in veglia), ma ricordiamo volentieri l’ottima Laura Nardi (Storie del buon Dio), la spassosa Margherita Antonelli (Secondo Orfea), l’accoppiata Angela Demattè e Giulia Zeetti (Stava la madre), la bravissima Giulia Dall’Ongaro (Canti del guardare lontano), Ilaria Drago (Memorare), le attrici cantanti di La paranza. Un teatro femminile particolarmente adatto a proporre alcune interessanti interpretazioni del tema sacrale.

4.      Ottima l’idea degli incontri con gli artisti, all’indomani delle rispettive messe in scena: di uovo di Colombo fortemente voluto da Fiaschini, ha costituito un’occasione preziosa sia per il pubblico (più o meno esperto) sia per attori, registi, drammaturghi. Parlare di quanto fatto la sera prima, di teatro, di arte, di vita, di spiritualità, è stato davvero il quid in più di una rassegna viva, in grado di riconoscere come il teatro non si esaurisca solo nella performance, ma possa investire le figure che vi partecipano (da un lato come dall’altro del sipario) in un vero afflato comunitario.

5.      Un problema che, invece, è necessario porsi a Lucca è, senza dubbio, quello degli spazi scenici, riverberatosi sul festival in forma sia diretta (in termini di luoghi assegnati per la settimana di spettacoli) sia indiretta (ossia gestione dei flussi di pubblico con tutto quel che ne consegue). Al momento, il solo palcoscenico serio del centro è quello del Giglio (troppo grande e dispendioso, però, per alcuni tipi di spettacolo). La basilica di San Giovanni è uno spazio bello, ma assai particolare e privo di quinte, mentre la sala al chiuso del complesso di San Micheletto presenta l’handicap d’una capienza ridotta. Il caso più critico è San Girolamo, contraddistinto più da criticità che da pregi: palco troppo alto, poltroncine basse e tutte sullo stesso piano, ambiente stretto e lungo, tale che, da metà sala in poi, risulta difficile apprezzare quanto avviene in scena; è necessario un radicale ripensamento (magari l’impiego di una tribuna in legno), pena la sostanziale inefficienza, al di là delle buone intenzioni di destinarvi lavori di natura sperimentale. Se vogliamo tenerci stretto questo festival, sarà bene riflettere (e operare) sugli spazi, magari risolvendo l’assurdo caso della mancata disponibilità della chiesa di San Cristoforo.

6.      Ci riserviamo, inoltre, di parlare del nostro lavoro, la partnership istituita tra I Teatri del Sacro e Gazzetta di Lucca, rapporto reso possibile dalla volontà di chi scrive e dal progetto, proposto e subito accettato da entrambe le parti, di istituire una redazione speciale costituita da alcuni volontari, in prevalenza studenti reduci da esperienze laboratoriali condotte dal sottoscritto grazie alla Fondazione Toscana Spettacolo in ambito sia universitario sia di scuola superiore. Grazie al prezioso supporto del Teatro del Giglio, che ci ha messo in contatto con i ragazzi dell’Osservatorio di critica e scrittura teatrale tenuto da Cataldo Russo e per aver concesso alla fondamentale Sara Ricci di affiancare chi scrive nel lavoro redazionale, e grazie alla costanza, all’entusiasmo e alla disponibilità di tutti coloro che hanno formato un gruppo laborioso, compatto e divertente, che chi scrive è orgoglioso d’aver potuto coordinare. Penne “al debutto” in ambito professionale, la loro presenza è stata notata positivamente da tutti gli operatori (artisti in primis, ma pure dall’organizzazione, specie la gentile Marina Saraceno, addetta stampa di grande gentilezza e professionalità) e merita una menzione speciale, dato che ventitré recensioni per ventidue spettacoli, sempre pubblicate entro la mattina seguente le performance, vogliono dire aver lavorato di notte, con impegno, costanza e, soprattutto, serietà. Un grazie, quindi, a Sara Baccili, Andrea Balestri, Davide Barsotti, Sara Casini, Cassandra Gherardi, Mara Giammattei, Valentina Passigni, Valentina Pierucci, Gemma Salvadori cui si somma il contributo della nostra abituale cronista scenica Francesca Cecconi. Nomi che auguriamo a chi ci legge di poter ritrovare presto, perché di persone dotate e potenzialmente preziose, nella prospettiva di far riguadagnare alla cronaca scenica, e al suo oggetto pur nella minuta dimensione locale, la dignità e la centralità che meritano, in quanto forma di autentica resistenza culturale.

7.      Un idea, sorta per gioco all’interno della nostra redazione speciale in coda al festival, è quella di assegnare, ovviamente in forma del tutto simbolica, una sorta di nostro premio della critica ai migliori spettacoli e per alcune personalità artistiche distintesi nella manifestazione. Ci stiamo organizzando e, presto, renderemo noti i riconoscimenti.

Infine, è doveroso ringraziare chi, con intuito e correttezza, ci ospita: un giornale che, al di là di qualsiasi altra considerazione, rappresenta da due anni l’unica voce costante e, si perdoni la franchezza, autorevole in materia scenica dell’intero panorama locale, con buona pace di chi critica il pubblico e poi si perde Nekrosius, di chi non si prende la briga di leggere o interessarsi a quanto avviene sui nostri palcoscenici e di chi ancora fatica a capire che se questa città (e questo paese) vorrà mai rialzarsi, lo potrà fare soltanto se imparerà a smettere di considerare la cultura (e il teatro) come qualcosa di ancillare, o strumento buono solo per far girare il contatore di cassa. Chi ha orecchi per intendere, intenda, anche se non ci speriamo quasi più.

 


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