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Cultura e spettacolo

La veglia sapiente di Elena Bucci alle radici del teatro

domenica, 16 giugno 2013, 12:21

di igor vazzaz

 In canto e in veglia, incanto di scena, di parola, di movimento, nella traduzione sonora e corporea d’un teatro che è radice, fusto e foglia: albero piantato nella marna profonda della nostra antropologia mediterranea, eretto in un Novecento di esperienze eccedenti, stagliato nel presente di artisti che, alla fonte di quell’eccedenza umana e artistica, si son dissetati, hanno bevuto e sino a trovarsi imbevuti, suggendo linfa, spunto, energia. Le Belle Bandiere, compagnia bolognese dal nome di reminiscenza pasoliniana, quel Pasolini così lontano così vicino al Testori che ci ha abbacinato venerdì sera nell’interpretazione di Maddalena Crippa, chiude il programma del sabato dei Teatri del Sacro, con un a solo scenico tutto femminile, firmato e interpretato da Elena Bucci.

Il palco della Chiesa di San Giovanni, situato in corrispondenza della crociera della basilica, ospita una struttura di tre pannelli aperti verso il boccascena, a delimitar lo spazio in cui è posizionata una sedia in legno. Nella cieca oscurità d’inizio spettacolo, s’intravede, lambito da un fascio luminoso opportunamente sagomato, l’aereo movimento delle mani dell’attrice: l’accompagna una partitura sonora di matrice elettronica, eseguita e gestita dal vivo da Raffaele Bassetti, tappeto musicale su cui s’incide la voce per tutta la durata dell’allestimento. Elena Bucci si svela con lentezza, fasciata da una lunga tonaca con mantello: scivola al centro, quasi danza intorno alla sedia, accompagnando voce a gesto, musica a mimica. È una donna che si rivolge a un’Assenza, qualcuno che non c’è, qualcuno che non c’è più: è la veglia, sospensione del tempo ordinario, cristallizzata nel preludio a un addio che non si vorrebbe tale, un addio all’altro che è addio al sé rifratto nell’altro, riflessione a specchio nel mistero della morte. Il teatro è questo: rituale partita a scacchi con la Nera Signora, confronto liminare sulla soglia di quel non luogo che è la scena, inusitata potenza trasformatrice di spazi e personalità.

Elena slitta di presenza in presenza, di personaggio in personaggio, di voce in voce, in un’interpretazione densa e antica: la postura è marziale, gambe piegate e divaricate, Sibilla Cumana ad accogliere in sé il furor ispiratore del potere mantico, della sapienza del dio. Non recita, Elena, incarna; non fa la parte, non si cala in una parte, a simular altrui psicologie secondo dettami da scuola di recitazione: semplicemente è, efficace e potente, sovrumana e gorgonica. Il suo è uno sprofondare nelle viscere del canto, del dolore, del mistero: ogni gesto è danza folle, corpo che si fa suono. Narra e fonde in veglia, passato e presente, ricordo e speranza. È dolce, ieratica, misteriosa, a tratti inquietante, pericolosa. Il suo passar di voce in voce non è abilità tecnica, ma atletismo del cuore di matrice artaudiana, appreso negli anni trascorsi, assieme al compagno di bandiera Marco Sgrosso, al fianco del mai abbastanza rimpianto Leo De Berardinis.

Tutto scorre, sembra dirci, nella forma e nel verbo, questa elegia scenica che spezza il respiro a un pubblico rapito sin dalle prime sequenze. Ipnotico e suadente, il narrare si fa dire, e il dire musica, cui rispondono perfettamente le luci ora dirette al volto dell’attrice, ora punteggianti di stelle le pareti della chiesa. Tutto scorre e tutto passa. Tutto deve passare, trascorrere, farsi dimenticare, affinché la vita prosegua. Lo insegnava Ernesto De Martino nel 1958 con l’insostituibile Morte e pianto rituale: è necessario separarsi dai morti, abbandonarli, farci abbandonare, perché non ritornino, perché ci liberino, dolorosamente, della loro presenza. Ed è il teatro, non solo come arte che più d’ogni altra ha a che fare con la morte, ma come andito sacro e limite estremo del contatto/contagio tra vita e aldilà, il luogo deputato affinché il rito possa volgersi in processo creativo, artistico, estetico. Lo spettacolo si conclude al commiato definitivo, in quel passaggio tanto necessario quanto irrisolvibile, e il pubblico si scioglie in un applauso che è abbraccio. 

 

Le Belle Bandiere

In canto e in veglia

di e con Elena Bucci

cura del suono, sensori e interventi elettronici dal vivo Raffaele Bassetti

luci Loredana Oddone

macchinismo Giovanni Macis

lampade e oggetti Claudio Ballestracci

assistenza all’allestimento Nicoletta Fabbri

collaborazione al progetto Marco Sgrosso


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