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Cultura e spettacolo

Madre e amore ai piedi di un Cristo senza volto

venerdì, 14 giugno 2013, 16:13

di Gemma Salvadori

Due donne entrano in scena, in silenzio. Sul palco, fino a quel momento vuoto, risalta il rosso della stoffa che copre il corpo mutilato di un quadro che raffigura i piedi di un Cristo senza ritrarne il volto. Plastiche, scomodamente immobili in posizioni solenni, la due figure posizionate sotto la croce iniziano a cantare, ma, al termine della polifonia, il quadro solenne lentamente inizia a sgretolarsi e dalla posa innaturale “fuoriescono” le due attrici. Le due donne sono, in realtà, su un set cinematografico d’una scalcinata Passione che ha la presunzione di affondare le radici nel lavoro di Pasolini. A loro è stato detto ben poco, se non che devono interpretare due statue e cantare inni al Cristo sofferente. Parlano, quasi senza muovere le labbra, senza sapere neppure cosa stiano a fare lì ferme, e la memoria va ai soldati che vegliano il milite ignoto nel film Tu mi turbi di Roberto Benigni. Il testo, infatti, assume tonalità comiche, trovando in parte la sua forza nelle pesanti cadenze dialettali (una umbra, l’altra toscana) che progressivamente emergono nell’eloquio di entrambe. Inizialmente sulle difensive, le due protagoniste entrano in confidenza, svelando poco a poco ognuna qualcosa del proprio essere; ma è in questo svelamento che la chiave comica viene meno, per lasciar posto alla reale sofferenza di Maria e Maddalena sotto quella croce senza volto a ricevere il sangue del Cristo morto.

La scenografia è essenziale, due sedie e gli enormi piedi lividi in primo piano: piedi appartenenti a tutti e a nessuno,  privi di un corpo e di un volto, senza identità. La messa in scena intreccia nel suo svolgersi il recitato e il cantato; la vicenda s’appoggia, musicalmente, alla tradizione dei canti popolari, di una cupa e profetica saggezza contadina, e a quelli religiosi. Ed è proprio nell’evoluzione di quel canto, prima puro ripasso tecnico della parte, poi eco di qualcosa di ben più grande che l’allestimento trae forza e si attua.

La pièce di Angela Demattè (la Maria di Betlemme dall’inflessione toscana), attrice e regista, è un crescendo che passa dall’inconsapevolezza frivola alla più cruenta sofferenza reale, sovrapposizione di passioni, terrene e metafisiche, in una fusione di istanze coraggiosa. Al suo fianco, la Maria di Magdala (la Maddalena) di una Giulia Zeetti dall’inflessione forse umbra, di certo di un accento dell’Italia centrale, accompagnata dalla musica di Antonia Gozzi, posizionata su un lato, quasi “doppio” della figura di un regista cinematografico, costantemente evocato ma, sorta di Godot, mai visibile. Stava la madre è uno spettacolo a suo modo originale,  imperniato su un testo non privo d’efficacia,  ma, benché l’idea si riveli interessante, il risultato finale risente di alcune incoerenze. La costruzione drammaturgica è, a tratti, eccessivamente dispersiva, e la conclusione proposta risulta essere in un certo modo quasi ripetitiva e fastidiosa.  La regista sembra voler a tutti i costi spiegare qualcosa al pubblico e, nel farlo, nel ricercare forzatamente il simbolo, rischia di danneggiare la fresca originalità del testo, diluendo il tutto in un finale troppo approssimativo, grossolanamente incollato, effettivamente distante da quel senso generale di comica (e tragica) delicatezza che costituisce, a nostro avviso, la qualità migliore della prima parte del lavoro.

 

Beat 72

Stava la madre

di Angela Demattè

uno spettacolo di Sandro Mabellini

interpretazione Angela Demattè, Giulia Zeetti

esecuzione e partitura musicale Antonia Gozzi

canzoni Ambrogio Sparagna

si ringrazia il Centro Sociale Barrio's per la residenza e Olimpio Mazzorana per la foto della croce Angela


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