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Cultura e spettacolo : Speciale "I Teatri del Sacro 2013"

Un mosaico di storie per coloro che restano

sabato, 15 giugno 2013, 13:07

di andrea balestri

Il fine settimana  costituisce il momento più denso, e con il maggior afflusso di spettatori, per la rassegna I Teatri del Sacro in svolgimento a Lucca sino a domani (domenica), ma chi ci legge sa bene che pure i cinque giorni appena trascorsi sono stati densi di appuntamenti interessanti. Ieri  presso il Teatro San Girolamo si è potuto assistere a un lavoro originato da una polifonia drammaturgica: Chi resta, spettacolo composto da cinque episodi, ognuno realizzato da un diverso autore, con il regista Carmelo Rifici a tirare le fila.

Il tema comune ai vari quadri è la storia d’Italia, quella che molti ricordano sulle pagine dei quotidiani degli ultimi cinquant’anni: le vicende non sono mai troppo connotate, ma sono comunque facilmente riconducibili alla cronaca. Ogni brano tratta una situazione precisa, da una prospettiva “interna” a chi lo vive, andando a indagare i sentimenti e le emozioni delle persone coinvolte, con un’originalità variabile rispetto ai temi scelti e alle soluzioni offerte. La scena è composta da un fondale bianco, che si estende anche sul pavimento, creando un ambiente neutro che sarà man mano caratterizzato da pochi oggetti (un tavolo, due sedie, una telecamera) e dal mutare talora violento dei tagli di luce.

Il primo quadro, scritto dagli attori della Compagnia Proxima Res, si intitola Il Cristian e tratta della “ricostruzione dettagliata dell’accaduto”: Emiliano Masala e Mariangela Granelli  sono due genitori che raccontano della morte del figlio, ucciso da due poliziotti mentre cercava di sfuggire all’arresto. La rabbia e la ricerca di giustizia è il sottotitolo dell’episodio successivo, Muziko, scritto da Roberto Cavosi e interpretato dalla stessa Granelli affiancata da Francesca Porrini: La vicenda ricorda quella dell’anarchico Pinelli: qui una moglie è fuori dall’obitorio dove è stato portato il cadavere del marito, morto cadendo dalla finestra della questura, stando a quanto riferito dalle autorità. La donna chiede giustizia, mentre un'amica la consola, e decide di restare ad aspettare lì finché non otterrà giustizia. Nella terzo quadro, un sindaco vuole chiudere un “museo della memoria” dedicato ai morti di mafia per far spazio a una Birreria Biologica, ma è ossessionato dalla visione di un non meglio precisato parente di una vittima (o forse una vittima stessa): di lui si racconta nella scena successiva, Il progetto, curata da Renato Gabrielli. Qui ritroviamo di nuovo Masala nei panni del sindaco, mentre l’uomo misterioso è il talentuoso Tindaro Granata, che nel suo ruolo sottolinea l’importanza di “tenere accesi il ricordo e la memoria”. Il penultimo segmento (Niente zucchero nel caffè), ideato dallo stesso regista Rifici, è, per chi scrive, il più toccante: qui Granata interpreta il figlio di un mafioso, che conosce la figlia di un poliziotto (Caterina Carpio) ucciso dal padre sicario. “Il confronto” si sviluppa subito su un rimbalzo di responsabilità e sensi di colpa, e i due giovani, devastati e gravati dalle conseguenze delle azioni delle imponenti figure paterne, arrivano a rinfacciarsi reciprocamente le vacuità delle proprie vite, connotate dalle carriere di attore mancato (ora assistente in uno studio tecnico) e di nettubina perché iscritta alle categorie protette (dopo una laurea in giurisprudenza). Angela Dematté (già protagonista dello spettacolo Stava la madre, visto al festival giovedì sera) è la drammaturga che firma l’ultima sequenza, La ginestra, in cui Granelli e Porrini ci narrano “la concessione del perdono”. Si parla di una ex-brigatista in carcere che riceve la visita della figlia di un giornalista che ha ucciso. Il rapporto tra le due donne si delinea in modo molto interessante, con salti temporali e repentini mutamenti di vicinanza emotiva, poiché designa un percorso lungo e travagliato che le due compiono insieme, l’una per cercare redenzione e l’altra per elaborare il lutto. La messinscena si chiude con un assolo di Caterina Carpio, una ballata chiamata Ora è qui che ci racconta la fine del lutto, nella drammaturgia fisica di Alessio Maria Romano.

Globalmente, in questo spettacolo-composizione, articolato e complesso, l’approccio ai fatti recenti che Rifici propone può essere interessante, ma, talvolta, l’insieme è quasi debordante: gioverebbe una sintesi delle storie, fin “troppo narrate”. Al contrario, c'è un aspetto che resta ermetico nella performance: la continua presenza di una telecamera sul palco, inizialmente ben evidente sul proscenio, sempre più arretrata e defilata man mano che si procede verso il finale. La declinazione dell’intromissione della tv (testimoniata anche da una controfigura di Mina che canta in playback e da alcuni sfavillanti presentatori in smocking che intervengono a metà spettacolo nel ruolo di Dio e di Elia) dunque rimane oscura: da questo punto di vista, lo spettatore è lasciato a sé stesso, in contrasto con il resto del lavoro, durante il quale è fin troppo accompagnato.

Andrea Balestri

Proxima Res

Chi resta

un progetto di Carmelo Rifici

con Caterina Carpio, Mariangela Granelli, Tindaro Granata, Emiliano Masala, Francesca Porrini

drammaturgia Roberto Cavosi, Angela Demattè, Renato Gabrielli, Carmelo Rifici

drammaturgia fisica Alessio Maria Romano

allestimento Margherita Baldoni

luci Matteo Crespi

regia Carmelo Rifici


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