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Cultura e spettacolo

Vince la politica, muore il museo

giovedì, 24 aprile 2014, 13:29

di silvia toniolo

“Preferiscono lasciare morire un museo, in nome di un'ideologia politica. Se l'amministrazione non si ravvede, adiremo per vie legali”. Franco Lombardi, coordinatore del museo della Liberazione, si mostra deciso e sciorina una serie di motivazioni, tutte argomentate con documenti scritti, per reclamare la possibilità di rendere più visibile e aperto alla città lo storico museo situato nei locali del primo piano di palazzo Guinigi. 

“Mancano due giorni alla festa della Liberazione e dal comune non ci è ancora arrivata l'autorizzazione per l'apertura. L'anno scorso – spiega Lombardi – l'abbiamo ricevuta un giorno prima e non abbiamo potuto, di conseguenza, pubblicizzare e comunicare la cosa per tempo. Noi quest'anno terremo aperto, con o senza il via libera del comune e mi auguro non abbiano il coraggio di contestare la nostra decisione”.

“Perché non ci hanno già dato l'autorizzazione? A dire il vero non ci hanno ancora dato l'agibilità che ci spetta, secondo la convenzione stipulata con Favilla – sbotta Lombardi – Tra l'altro abbiamo sollecitato l'amministrazione più volte, ma è evidente che sta prendendo tempo perché ci vogliono sotto l'Istituto Storico della Resistenza, a loro questa gestione privata non va giù”.

Lombardi tiene a mostrarsi com'è, con la sua  passione contagiosa per la storia partigiana, un entusiasmo e una determinazione smisurate nel combattere fino in fondo per far risorgere un museo che merita la dovuta attenzione, tanto quanto l'Istituto storico della Resistenza, gestito interamente dal comune.

E a 25 anni di distanza, ancora si contesta il fazzoletto bianco, in bella mostra nella sala di apertura, come per ricacciare quell'ideologia “incriminata” che si pone in contrasto a quella fondata dal Pci di quel tempo: “Secondo l'Associazione nazionale partigiani d'Italia – spiega Lombardi – la Resistenza l'hanno fatta solo i partigiani rossi. E' quel che dice la sinistra, che vuole ignorare il fatto che, come riportano i testi storici e diverse testimonianze –  esistevano gruppi eterogenei”. “Se è per questo che l'amministrazione non vuole darci visibilità? Ne sono convinto. Non accettano il fatto che siamo un gruppo di volontari, non politici, che non chiede nulla agli enti pubblici. Hanno quindi paura che possiamo fare qualcosa in più di loro oscurando e contrastando l'Istituto storico”.

 “Un timore fondato? No, assolutamente. E' una diatriba vecchissima, che ancora oggi si fa sentire, ma noi ci vogliamo opporre a questa politica di contrasto. Il museo è sorto, nel 1951, in contrapposizione alla parte rossa dei partigiani, quindi chi non si riconosceva in quella politica, è uscito dall'Istituto per entrare a far parte di questo museo. Sono cose che appartengono al passato e oggi dovremmo conservarne e valorizzarne l'interesse storico e culturale. Noi non invadiamo il campo dell'Istituto. Al contrario, abbiamo cercato da subito di creare uno spirito di collaborazione che ci hanno sempre respinto”.Forte delle sue convinzioni, Lombardi motiva per filo e per segno i diritti suoi e dell' associazione “Amici del Museo della Liberazione”. E tutte le sue richieste si basano sulla convenzione che l'associazione aveva stipulato e firmato, per mano del presidente Fausto Viola, con l'ex giunta Favilla. Lombardi non si limita a darne un accenno, ma, documenti alla mano, tiene a leggere punto per punto quel che il contratto prevede.

 “Questa convenzione parla chiaro – commenta – l'amministrazione dà in gestione per vent'anni i locali del museo alla nostra associazione e noi, in cambio, concluso tale periodo, dopo averlo gestito e arricchito di un patrimonio storico che è quasi interamente di mia proprietà, lasciamo tutto  al comune. E parliamo di un investimento di decine di migliaia di euro”. Le clausole del contratto prevedono semplicemente che la gestione  sia interamente privata e che al comune non si chiedano soldi, mentre alcuni compiti tra cui quello di archivio, spettano al comune, anche se l'assessore alla cultura Alda Fratello non ne vuol sapere e si appella all'analisi semantica delle parole. Lo ha fatto qualche giorno fa in una lettera inviata alla stampa: Che cosa vuole dire “gestione”? Vuole dire che l’associazione ha il compito di catalogare, repertare, gestire tutto il materiale che vi si trova.

Contattata telefonicamente, l'assessore Fratello  si è dimostrata, come al solito, sulle sue, flemmatica e senza alcuna volontà di  esternare le sue ragioni -perlomeno in nome della dea trasparenza – di fronte ad alcune domande dirette.

Perché non ha ancora autorizzato l'apertura del museo della Liberazione per il 25 aprile?

E' già autorizzata.

E' sicura? All'associazione che gestisce il museo non risulta.

Può darsi, d'altra parte dovrebbe essere il gabinetto del sindaco ad occuparsene. 

Abbiamo letto i punti della convenzione firmata con Favilla. Se non potete revocarla non potete fare altro che dare l'agibilità. Perché questo ritardo?

Siamo in fase interlocutoria. Tutte e due le parti preferiscono tenere un profilo basso per superare elementi di dissenso.

Scusi, ma qual è l'altra parte? Con l'associazione abbiamo già parlato.

Preferisco, le ripeto, stare in silenzio su questa questione per non creare ulteriori difficoltà nella possibilità di trovare una soluzione di riconciliazione. 

Quindi lei ha intenzione di collaborare e incentivare lo sviluppo del museo della Liberazione?

Che domande, certo.



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