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Cultura e spettacolo

Venditori di Fumo: quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto

sabato, 24 gennaio 2015, 18:13

di silvana iannaccone

Il 30 luglio 2012 i carabinieri del NOE di Lecce notificavano il provvedimento di sequestro dell’ Ilva di Taranto, chiudendo l’area di lavorazione a caldo, cioè degli alti forni dello stabilimento siderurgico. Nell'ordinanza disposta dal GIP il rapporto si concludeva così: "Chi gestiva e gestisce l'Ilva ha continuato nell'attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza".

Giuliano Pavone, scrittore e giornalista freelance sul caso Ilva ha scritto, Venditori di Fumo, edito Barney, per denunciare la verità e l’omertà di chi nel tempo ha permesso il disastro ambientale. Gina Truglio titolare della libreria Ubik ha voluto presentare personalmente il libro e intervistare l’autore per approfondire ogni sorta di vicenda legata al caso, cercando di scovare insieme la verità.

Facciamo un passo indietro nella storia per avere chiara la vicenda e sull’argomento complicato scelto dall’autore.

Nel 1959 in un terreno coltivato da oliveti, il Governo Italiano insieme all’Iri prende la decisione di costruire un’acciaieria a Taranto. In quegli anni l’Italia ha un risveglio economico e c’è “fame” di acciaio, se ne produce poco e per tale motivo una grande acciaieria è indispensabile soprattutto vicino al mare per l’importazione del materiale ferroso dall’estero. Viene scelta Taranto perché ubicata nel Mezzogiorno d’Italia, territorio con ampie aree pianeggianti e ricco di calcare. C’è inoltre la possibilità di creare posti di lavoro e di usufruire di contributi statali. La prima pietra viene posata nel 1960 e dalla produzione di tubi si passa al ’64 con il funzionamento del primo alto forno, il secondo nel 1965. La solennità allo stabilimento è dichiarata dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Saragat che inaugura ufficialmente lo stabilimento siderurgico Italsider di Taranto. In quegli anni nessuno piangeva la scomparsa del bosco di oliveti, si glorificava la produzione dell’acciaio.

Il panorama ambientale cambiò. Dal mare e dalla città si osservano alte ciminiere che sputano vapore inquinante, e intorno allo stabilimento aumentano le abitazioni. Nell’impianto lavorano 4.500 operai, l’Italsider diventa per la città il fulcro delle attività produttive, ciò ha portato ad ignorare ogni altra alternativa all’esigenze di sviluppo sociale di cui aveva bisogno Taranto per i suoi 200.000 abitanti.

Con la crisi del mercato dell’acciaio e varie vicende sia economiche che finanziarie, lo stabilimento viene acquisito da privati con il nome Ilva. Quando il gruppo milanese rileva le acciaierie, in Italia c’erano alti forni anche a Genova, Trieste, Monfalcone e Napoli. Con il cambiamento dal pubblico al privato viene modificata la produzione dell’acciaio dando molta importanza al business. I semilavorati a caldo che riforniscono gli impianti degli altri stabilimenti in Italia restano a Taranto, per essere poi perfezionati negli impianti a freddo situati nelle altre città. In questo modo tutta la lavorazione inquinante è concentrata nel quartiere Tamburi, per una superficie che si estende quasi il triplo rispetto alla città di Taranto.

Nel 2002 si valuta che le emissioni degli impianti dell’Ilva raggiungono il 30.6% del totale italiano, attraverso lo spostamento degli impianti a caldo da Genova a Taranto la percentuale è sale al 92%. Per quanto riguarda perizie epidemiologiche si è evidenziato un aumento della mortalità e patologie nei bambini come tumori maligni e leucemie

Giuliano Pavone nel suo libro racconta - “ Solo una cosa fa più rabbia della noncuranza con cui un’industria ha devastato l’ambiente e vite umane a fini di profitto: l’omertà e la connivenza di chi gliel’ha permesso”. Negli anni l’inquinamento provocato dallo stabilimento ha fatto ammalare molte persone e ogni famiglia che vive nel quartiere ha tragicamente sopportato un lutto. La chiusura dell’Ilva ha comportato anche la perdita di molti posti di lavoro, ma è inaccettabile non trovare un’alternativa nel rispetto della vita umana. “ Il caso Ilva oggi viene troppo spesso rappresentato come una sola vertenza occupazionale o una questione politica industriale. I drammatici dati di malattia e di morte, che qualcuno contro ogni evidenza mette ancora in dubbio, vengono derubricati a fattore scatenante di un problema squisitamente economico, , anziché essere essi stessi il problema”.

 


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