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Cultura e spettacolo

Te la do io l’economia! Il paradossale, ma presente, marchingegno di Castello e Cosentino

sabato, 12 dicembre 2015, 16:20

di igor vazzaz

Fa un certo effetto vedere il Teatro Nieri di Ponte a Moriano gremito, quasi tirato a lucido (stiamo sempre parlando di uno spazio la cui ristrutturazione dev’essere stata eseguita da nemici della scena, se si considera la scomodità del palco troppo alto e altre quisquilie) in occasione di Trattato di economia, spettacolo di Roberto Castello e Andrea Cosentino, all’interno del cartellone autunnale di SPAM! Rete per le arti contemporanee. Fa effetto perché si tratta di teatro vero, vale a dire vivente, che si colloca a pieno titolo nel presente, intessendo con questo, lo vedremo, una fitta serie di relazioni.

Si parla di economia, materia ostica ancorché diffusa, permeante le nostre vite, la nostra socialità, le nostre abitudini, dall’alimentazione al modo di presentarci. Seduti a un tavolo, i due artisti partono dal confronto tra una paperella e un pene, entrambi finti, entrambi di plastica: stesso peso, stesso materiale, stessa area di produzione. 2,50 € la prima, 10 € l’altro: perché? Misteri, è il caso di dirlo, dell’economia, dei bizantinismi del mercato, nell’innesco di un dispositivo spettacolare che spazia dal comico puro alla parodia, dalla performance al quasi comizio.

Strana coppia, Cosentino, attore, e Castello, danzatore-coreografo: stralunato, spiazzante e spiazzato l’uno, loico e dottorale l’altro, eppure giocano di rimando, imbeccandosi a vicenda, mescidando ruoli, registri e parole. Dopo la prima parte che sembra una paradossale conferenza, si passa a sequenze più movimentate, nella costante (auto)coscienza d’un lavoro ben architettato, ai limiti dell’iperfetazione riflessiva: per paura di risultar retorici, i due si pongono ed espongono il problema della retorica, a un tempo dribblando, ma pure sottolineando il rischio stesso che stanno nel mentre correndo. Mirabili sono i sintagmi in cui Castello, costume cangiante sino al  déshabillé, parodizza à la Jan Fabre, Luca Ronconi, Pina Bausch, tutti idealmente alle prese con il problema dell’economia da svolgere in chiave spettacolare. Ed è ottimo il contributo di Cosentino che, con mascheramenti di vario tipo, fa attrito grazie a una partitura verbale del tutto in contrasto con quanto agito dal collega.

Lo spettacolo ha un ottimo ritmo, specie nella prima metà, grazie alla verve comica della coppia, benché, col passare dei minuti, si noti una certa dilatazione. Si chiude, però, alla grande, con un video di Attilo Scarpellini, critico teatrale “militante”, che, senza aver visto l’allestimento, ne declama un entusiastico panegirico, ovviamente a pagamento. Epilogo amaro, nonostante le risate (copiose) della platea, nonostante la felicità di una messinscena che mette il dito nella piaga, ma, al contempo, non può certo offrire soluzioni (né dovrebbe farlo) ai problemi che pone.
Gli applausi sono generali e, francamente, meritatissimi, per uno spettacolo, lo ripetiamo, al presente.

Concetto che, francamente, deve sfuggire del tutto dalle parti del Giglio: giovedì scorso, infatti, si è celebrato l’incontro tra il nostro spazio cittadino e il Teatro Era di Pontedera, assurto al rango di Teatro Nazionale in associazione con La Pergola di Firenze; per l’occasione, la studiosa Carla Pollastrelli ha tenuto una conferenza su Jerzy Grotowski, regista e teorico del teatro di caratura mondiale e dal 1986 al 1999 operante a Pontedera, e due spettacoli prodotti dall’importante polo della provincia pisana (La prossima stagione, di e con Michele Santeramo, e 2x2=5. L’uomo dal sottosuolo, da Dostoevskij, con Cacà Carvalho, regia di Roberto Bacci). Tutto molto giusto, da un certo punto di vista, ma anche no, se, come ci hanno confermato, nei tredici anni di permanenza pontederese del maestro polacco (dal 1986 sino alla morte, occorsa nel 1999), mai vi era stato un invito da parte di Lucca; come a dire: gli artisti li vogliamo, ma solo morti.

Se questa è la convinzione, ci teniamo Castello e Cosentino.

 


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