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Cultura e spettacolo

Ida Magli, l'immortale

giovedì, 25 febbraio 2016, 23:10

di barbara pavarotti

1976. In un’università - la Sapienza di Roma - allo sbando, dove a tutto si pensava fuorché a studiare, dove si bivaccava nella aule occupate, dove gli studenti prendevano a sassate Luciano Lama, c’era una docente che incredibilmente in quel clima di fuoco riusciva ad attrarre una marea di giovani. La sua aula era sempre piena, le sue lezioni un’oasi di rispetto e ammirazione. Di stupore. Lei era Ida Magli, insegnava antropologia culturale.

Ma non parlava, come gli altri antropologi, soltanto dei popoli primitivi. Popolazioni in via di estinzione e studiate come rarità sopravvissute all’avanzare dell’uomo bianco. Lei parlava dell’uomo bianco. Di come fra noi e loro non ci fosse poi questa gran differenza in materia di simboli, riti, approccio al sacro, cerimonie.

Certo, tempi e luoghi diversi, ma anche noi, spiegava Ida, abbiamo i nostri riti di passaggio e di iniziazione,  i nostri codici che affondano in un simbolismo antico. Solo che non lo sappiamo, non ci pensiamo. Cos’è in fondo il “viaggio di nozze” se non quel rito,  in vigore in tutte le culture, di allontanare per un periodo dal villaggio i neo sposi in modo che potessero dedicarsi solo alla procreazione, prima di rientrare nelle consuetudini della comunità? Ida parlava della  donna, la grande vittima in ogni cultura, tranne le, pochissime, matriarcali.

Troppo forte il potere di colei che dona la vita, troppo pericoloso: andava irreggimentato, regolamentato. Quell’apertura di cui la donna è portatrice, ne fa mezzo di comunicazione con l’aldilà, il pauroso regno dei morti e dei non nati. La forza trascendente della donna doveva essere soggetta a processi di evitazione, imbrigliata in regole. Parlava del  fallo,  il grande simbolo del potere maschile, ovunque presente nella nostra realtà e in quelle primordiali.  Di  deflorazione, l’atto in cui risiede l’enigma del dolore: la vittoria dell’uomo sulla donna. Arrivò a studiare le partite di calcio in questa chiave: un gruppo di uomini che si contende una palla da infilare in una porta. La palla come estensione del pene, la porta l’apertura femminile da sfondare.  Parlava di purezza e impurità, le grandi categorie del sacro.

Tutto, nella vita quotidiana, per lei era analizzabile col metodo antropologico. Lo zerbino di casa non serve solo a pulirsi le scarpe, ma a lasciar fuori dalla casa-tempio ogni traccia di impurità proveniente dall’esterno. E fu boom. Gli antropologi o etnologi che si limitavano a studiare usi e costumi dei popoli in via di estinzione, sembravano anche loro dei sopravvissuti. Ida Magli inventò l’antropologia culturale. L’antropologia applicata alla nostra cultura. 

Ogni suo libro faceva scandalo. Lei stessa faceva scandalo in un’università ancorata a studi che nel fermento degli anni ’70 sembravano roba vecchia, morta. In un’università in cui - in quel tempo, in quel luogo - i docenti venivano messi alla berlina, Asor Rosa schiaffeggiato, Ida Magli era adorata. E lei non si risparmiava. Creava circoli culturali fuori dalla facoltà, aiutava le allieve/allievi  che reputava migliori cercando per esempio di far loro assegnare ricerche per il CNR e, quindi, qualche soldino. Non so perché Ida Magli mi reputò all’epoca meritevole di entrare nel gruppetto delle fedelissime.  

Ero una delle tante che ambiva a stare il maggior tempo possibile con lei. Che bramava di avere il privilegio di accompagnarla a casa, dopo le lezioni, con una 500 scassata. Solo per stare qualche minuto in più insieme. Sentirla parlare era una lezione di vita e di cultura strettamente intrecciate perché questa è l’antropologia culturale. Seguire Ida Magli era cambiare il proprio modo di pensare. O meglio, iniziare a pensare. Era liberarsi di tutto ciò che è ovvio, scontato, da schemi e pregiudizi per vedere finalmente la realtà.

O meglio andare oltre: capire ciò che si cela nella realtà. Il livello simbolico di cui è permeata, senza che ce ne rendiamo conto, la realtà. Tutte/tutti volevano fare gli antropologi. Poi la vita ci ha dirottato altrove. Lei stessa ha aiutato tante allieve a sistemarsi altrove sapendo che l’università non dava pane. Legioni di giovani per decenni, il suo periodo all’università, l’hanno eletta a Maestra, mentre i baroni non l’avevano in gran simpatia. Troppo fuori dalle regole, dai giochi di potere, dai salotti. Lasciata l’università, ancora altri libri e, ogni volta, profetici, dirompenti, spiazzanti. Una trentina nel complesso, senza contare le riviste culturali da lei fondate. Ida è sempre stata troppo avanti. Ha capito le cose per prima quando ancora era tabù parlarne.

Deprecava l’Europa dei banchieri quando tutti inneggiavano al governo Monti. La sua posizione sull’Islam era chiara: è un’altra cultura, non si può amalgamare con noi, è a rischio l’identità dell’Occidente.  Pochi le hanno dato retta. Oggi sappiamo che è vero. A casa sua, un giorno, mi fece vedere il panorama che vedeva dalla finestra: la moschea di Roma. Ecco, tutto ciò ci fagociterà, disse. Donna fragile, minuta e di ferro.  Malata, a 90 anni, ha scritto un libro uscito poco prima della sua morte: “Figli dell’uomo. Duemila anni di mito dell’infanzia”.  Ancora una volta dissacrante, che abbatte un altro mito, squarcia tutta la melassa che riversiamo sui bambini.

Dimostra come i nostri “cuccioli” nel corso dei secoli siano sempre stati vittime, trattati come una proprietà sacrificabile e sacrificata. Altroché esseri innocenti e indifesi di cui occuparsi. Il loro valore era religioso, sociale, economico e, di fatto, erano ritenuti una nullità finché non entravano nel mondo adulto. E un tempo ci entravano assai presto. Ida era così: tutto ciò che è vero è falso. Tutto ciò in cui credete è una gabbia culturale. E lo scopo dell’intera sua vita è stato smascherare queste gabbie. Riconoscerle. Vivere, sì, ma consapevoli. Ida Magli, una delle voci più lucide e intelligenti di questo e del secolo scorso, per noi e per tantissimi rimane un’immortale. E anche alle Gazzette ha regalato con i suoi articoli perle di immortalità. 


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