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Cultura e spettacolo

Andrea Bianchi con l’occhio della mente, ritratto di un artista

mercoledì, 13 ottobre 2021, 00:29

di renata frediani

Erano gli anni '70, anni di contestazione giovanile che, mirando ad un nuovo ordine sociale contrapponendosi ai valori tradizionali, ha cambiato il mondo. In questo contesto storico, noi studenti dell’Istituto Statale d’Arte Augusto Passaglia di Lucca, a modo nostro, già da tempo, attraverso l’approccio alle discipline artistiche, cercavamo nuovi mondi, sogni, ideali poetici da raggiungere.

Fra quei ragazzi ne spiccava in particolare uno, Andrea Bianchi, che si distingueva per l’eccellente talento artistico facendo passare in secondo piano voti non magnifici nelle materie cosiddette culturali, voti che a volte non arrivavano alla sufficienza per il suo carattere impulsivo e ribelle, caratteristiche comportamentali non ancora ammesse in quegli anni dove la disciplina era uno dei parametri che contribuiva a far avere valutazioni scolastiche eccellenti agli studenti.

Andrea Bianchi, lo ricordo ancora nelle mattine condivise insieme a scuola durante l’ora di educazione visiva, quando, durante quella specifica lezione, entrava nella nostra classe con quel suo sorriso aperto e lo sguardo indagatore, l’artista per eccellenza. Noi ci ritenevamo superiori forse in storia, matematica, geometria ma non potevamo certo competere con il suo estro e soprattutto la sua Arte, già da studente era un vero artista.

Sono trascorsi tanti anni da quei momenti spensierati ed oggi mi trovo a scrivere la recensione alla sua personale allestita a Lucca nello splendido Palazzo Guinigi.  “Andrea Bianchi con l’occhio della mente”, questo il titolo della mostra.

Terminati gli studi, ciascuno di noi intraprende strade diverse e così terminano anche le amicizie con quei compagni con cui per lunghi anni si sono condivise passioni, successi, delusioni e speranze.

Quando casualmente, come spesso accade, si incontrano nuovamente proprio quei compagni di studi si immagina, prima ancora che la persona che hai davanti pronunci una parola di saluto, che questa sarà totalmente diversa da quelle pronunciate tanti anni prima. Anche sotto questo aspetto il Bianchi, come si usava chiamarsi una volta, per cognome, non si è adeguato al pensiero comune, al momento del nostro incontro, dopo tanti anni, per lui il tempo non era trascorso.  

Andrea l’ho rivisto poche settimane fa per la prima volta da quei lontani anni Settanta e subito abbiamo ritrovato quella familiare complicità tipica dei compagni di studi e, con mia meraviglia, mi ha riportato alla mente con precisione fatti e momenti vissuti tra ragazzi, ricordava perfino il modello e il colore degli abiti che indossavo in quei giorni a scuola,  cosa difficile per me da tenere a mente ma non per chi, come Andrea, le linee e l’uso sapiente del colore, mischiato all’impulsività, erano già in quei tempi gli ingredienti quotidiani del suo segreto universo.

«E' difficile, per non dire impossibile, descrivere la personalità di mio padre in appena poche righe; non basterebbero fiumi d’inchiostro, infatti, per raccontare di lui a tutto tondo […] Papà, un fumantino senza mezze misure […] una persona fuori dal comune, come
d’altro canto fuori dal comune sono le sue opere […] Impulsivo e pur tuttavia discreto, moderato, non invadente, al tempo stesso affezionato al suo lavoro, astratto, eclettico all’eccesso, mai e poi mai diplomatico o di circostanza», le parole dedicate ad Andrea dalla figlia Eva in “Lettera a mio padre”, pubblicata come prezioso cameo all’interno del Catalogo della personale, confermano come per Andrea Bianchi il tempo  trascorso non l’abbia cambiato, pregi per alcuni e difetti per altri, Andrea adesso, come negli anni della giovinezza, ha conservato il valore della purezza, della schiettezza e dell’autenticità, valori che in più occasioni risultano grandi barriere per successo e carriera.

Andrea scrive che “se tornasse indietro vorrebbe avere una vita monotona, senza colore”, ma questo per un artista pieno di talento e passione, con una vita intensa e movimentata come lui, sarebbe stato ed è tutt’ora un obbiettivo di difficile realizzazione, a mio parere neppure ipotizzabile.

Basta osservare le sue opere, intrinseche dei suoi stati d’animo che mutano dalla tempesta interiore alla quasi raggiunta serenità, dove colore e sapienti pennellate ci rimandano ad un turbinio emotivo che racconta le passioni di un artista, autentico e vero, alla continua ricerca di sé stesso attraverso la creatività della pittura. Un artista che, senza preoccuparsi del consenso e di conseguenza del profitto economico, ha investito un’intera esistenza per vivere e trasmettere emozioni prendendo a prestito la bellezza del paesaggio, della natura, di un piccolo nido, delle strade affollate della citta, svelandoci la sua vera personalità, caratterizzata dalla ricerca ossessiva dell’attimo d’ispirazione creativa che supporti il suo talento.

«Tratto di Bianchi rapido e rapito e dalla sua stessa visione in quanto egli teme, come dice, che l’idea possa fuggire via» scrive il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini nella prefazione al Catalogo.

Sempre alla ricerca di spazi ideali, infiniti, dove la presenza anche di un millimetro di cornice posizionata arbitrariamente sopra la materia pittorica  dall’artigiano disattento, è fonte di disagio per la limitazione a quello spazio immaginario, senza interruzione,  che guidano Andrea ad inseguire e tentare di raggiungere la pace in una guerra combattuta da sempre con sé stesso, che trova il giusto compromesso solo davanti a quello spazio libero, dove, con artistiche  pennellate  e studiati colori, riempie  il suo mondo ideale di uomo, ancora, dal  cuore  fanciullo.


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