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Cultura e spettacolo

Afghanistan: i sogni cancellati in una sola notte

sabato, 27 novembre 2021, 17:57

di francesca sargenti

Il 15 agosto 2021 è una data che resterà nella storia e nella memoria di molti, ma soprattutto delle donne afghane che in una notte hanno visto cancellare tutti i loro sogni. Il ritorno dei talebani per le donne ha significato la perdita dei diritti che in questi ultimi anni erano riusciti a conquistare.

La possibilità di studiare, di ascoltare musica, di uscire da sole, di fare sport, attività che per noi occidentali sono la normalità, per le ragazze e le donne afghane fino al 2001 erano cose impensabili. Grazie all’intervento degli americani, in questi ultimi 20 anni le ragazze hanno potuto studiare, diventare medici, imprenditrici, giornaliste, professoresse e anche poter sedere in parlamento.

Testimoni di questi avvenimenti e del ritorno del governo talebano erano presenti al convegno Una luce per l’Afghanistan organizzato a Palazzo Ducale nel pomeriggio di ieri (26 novembre) da Fidapa Sezione di Lucca.

“Sono rimasta colpita dalle parole di Rahel Saya, leggendo una sua intervista – ha così aperto il convegno Emiliana Martinelli, presidente di Fidapa Sezione Lucca  - tanto che, con le socie, abbiamo deciso di averla come ospite a questo convegno che stavamo organizzando. Un convegno dove volevamo intervenisse chi ha vissuto in prima persona gli avvenimenti di agosto per continuare la sensibilizzazione su ciò che sta accadendo e la denuncia delle violenze, non solo fisiche, ma anche morali  alle donne oltre alle libertà ad esse negate”.

Le parole di questa ragazza afghana giovanissima raccontate ai media non possono lasciare indifferenti nessuno: “Se fossi rimasta forse sarei già morta. Il velo fa parte di me, non lo toglierò mai. Quando ero in Afghanistan ho criticato i talebani ed è un miracolo che io sia qui, viva, adesso”.

Un paese dove il fondamentalismo e il maschilismo è molto forte, ma che in questi ultimi 20 anni ha potuto toccare un cambiamento: le donne hanno iniziato a studiare, ad avviare attività imprenditoriali, e, come ha affermato il giornalista Alidad Shiri ai presenti “Noi dobbiamo essere la voce delle donne afghane: loro sono scese in piazza, non vogliono mollare, ed è un nostro dovere morale non abbandonarle, non dobbiamo fare finta di non vedere”.

Rahel Saya, emozionata ma nel contempo contenta, ha raccontato come i talebani li avesse conosciuti solo attraverso i racconti, i documentari, ma nonostante ciò dopo aver vissuto lanotte tra il 14 e il 15 agosto, ha avuto paura. La sua è la storia di tante giovani donne, che, a differenza di lei, sono ancora in Afghanistan,  che hanno visto in una notte cancellare tutto ciò che avevano. Il suo popolo è oggi “come un uccello senza nido”, dove il nido rappresenta la comunità internazionale.

Al convegno ha portato la propria testimonianza anche il fotografo e giornalista Ugo Panella, che conosce molto bene il paese tanto da aver realizzato diversi reportages oltre a documentare da anni il lavoro di Fondazione Pangea, impegnata in progetti di sostegno alle donne.

 “I talebani in Afghanistan continuano con i rastrellamenti casa per casa alla ricerca di chi negli anni ha collaborato con gli occidentali – ha fatto presente Ugo Panella - la stessa Fondazione Pangea ha smantellato i propri uffici, bruciato le carte e i dossier relativi alle donne che ha aiutato, ed è riuscita a fare entrare in Italia 40 collaboratrici con le proprie famiglie, che ora sono nascoste, ma non è al sicuro, come non sono al sicuro i famniliari rimasti nel paese. Sono persone che vivono in piccoli villaggi dove c’è delazione, dove troppi conoscono il loro lavoro e il loro impegno.”

Panella ha sottolineato come i talebani in realtà non se ne sono mai andati, sono sempre stati radicati nel territorio dove hanno potuto sempre avere un consenso popolare.

“L’emancipazione della donna si poteva vedere nelle città, - ha proseguito Ugo Panella – ma era mal sopportata nei villaggi dalle persone anziane. In 20 anni si sono potute vedere dei cambiamenti, e sicuramente oggi nel popolo afghano e soprattutto nelle donne c’è una consapevolezza diversa, c’è una resistenza attiva che sta maturando e che non c’era alla fine degli anni novanta“.

“Nel 2001 le donne si suicidava – ha affermato Silvia Redigolo, responsabile della comunicazione della Fondazione Pagea – oggi hanno voglia di combattere per i loro diritti, e soprattutto per il diritto allo studio che vogliono garantire alle loro figlie “


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