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Economia e lavoro

Kinki Sushi, quando il sushi si sposa con la musica jazz

mercoledì, 11 dicembre 2019, 00:12

di aldo grandi

Non c'è solo Lorenzo al Kinki Sushi di via delle Città Gemelle a S. Anna. Con lui, socio nell'impresa, c'è anche Riccardo, in cinese Yang Tong, 29 anni, nato a Anhui, una provincia orientale della Cina con oltre 60 milioni di abitanti, a circa 220 chilometri da Nanchino. Riccardo è arrivato in Italia nel 2012, lui studente di Urbanistica, iscritto al Politecnico di Torino. Oggi, nel 2019, Yang Tong ha abbandonato gli studi di Urbanistica per dedicarsi, anima e corpo oltreché cuore, alla cucina sushi. 

"A Torino - racconta - la mattina frequentavo l'università e studiavo, ma la sera andavo a lavorare in un ristorante giapponese. Prima come cameriere, poi, piano piano, avvicinandomi alla cucina sushi con la voglia di imparare quanto di più era possibile. Mi piacevano i colori, pensavo e penso che così come l'urbanistica, anche il cibo e il sushi potessero essere costituiti da disegni simili a composizioni artistiche".

Riccardo lascia Torino e si trasferisce a Firenze, quindi a Cagliari, poi a Bari, quindi a Trieste e di nuovo a Firenze. Finisce a Prato dove, nel 2019, si imbatte in un ragazzo che lavora nel settore dell'abbigliamento, Lorenzo, parente del suocero e i due diventano subito amici. Entrambi sono sposati e con figli, due Lorenzo e Sofia, uno Riccardo e la sua consorte anche lei cinese.

Yang Tong ha maturato, ormai, molta esperienza, si è appassionato alla cucina giapponese e a quella di casa propria, cinese, vorrebbe fare il salto di qualità, ma sa che da solo è difficile se non impossibile. Un giorno, dopo tanto peregrinare in cerca di un luogo e di un locale adatti all'impresa, decide di trascorrere la domenica a Lucca in compagnia di Lorenzo. Le due famiglie vogliono passeggiare sulle Mura e tra una parola e l'altra, leggono gli annunci economici su Internet. Si imbattono, così, in un ristorante a S. Anna, proprio dove si trovano adesso e vanno a visitarlo. Ne rimangono estasiati. Piace loro l'ampiezza della sala, le luci, gli arredi, pensano che potrebbe essere il loro posto ideale e se Lorenzo aveva avuto, fino a quel momento, qualche esitazione pur amando da sempre la cucina, ogni dubbio viene accantonato. Cotto e mangiato. Siamo a settembre 2019.

Fino ad oggi o, almeno, fino a quando noi ce ne siamo accorti, da un lato stavano i ristoranti cinesi e giapponesi, al lato opposto i clienti italiani che si recavano a mangiare all you can eat fino a sfondarsi lo stomaco senza fare niente per provare a interloquire con l'altra parte. E la stessa cosa accadeva ai ristoratori d'oltreoceano, intenti, soprattutto, a lavorare, lavorare e lavorare, testa bassa senza nemmeno un sorriso, senza informarsi, senza chiedere e senza cercare alcun tipo di contatto con il commensale, visto esclusivamente come un pollo da ingozzare o quasi. Un rapporto brutto, il più delle volte arido e assolutamente incapace di trasmettere qualcosa alla fine del pasto.

Ecco la nuova filosofia che Riccardo porta al Kinki Sushi spalleggiato da Lorenzo. Il nuovo ristorante deve essere diverso dagli altri, mangiare sushi deve voler dire rilassarsi, gustare i cibi senza abbuffarsi pur senza alcun limite di ordine, significa stare a tavola e godersi la serata con un sottofondo di musica jazz. Jazz, avete capito? Quando mai i cinesi hanno ascoltato o diffuso nei propri ristoranti la musica jazz? Eravamo fermi alla musica cinese e giapponese, una palla che non ti dico. Alla fine sembrava di varcare il confine di uno stato straniero con tanto di passaporto al seguito. Nessuna emozione, nessuna scoperta. L'impressione di essere stati in un mondo di cartapesta.

Ed ecco che Rioccardo capisce che la musica jazz è fatta apposta per sposarsi col sushi, con i suoi ritmi, con le sue porzioni mignon e con una dimensione spazio-tempo che fa a cazzotti con l'attuale filosofia del mondo produttivo cinese: "Stiamo bene in Italia, perché in Cina, ormai, tutti pensano solo a lavorare e a lavorare per fare soldi, ma smarriscono i rapporti umani. Prima chi viveva fuori città veniva nei giorni di festa a trovare amici e parenti portando qualcosa e si stava tutti insieme, c'era calore. Ora invece tutti vivono in appartamenti e sono più soli di prima. Nessuno ride se non tra amici e parenti. Qui in Italia, invece, la gente sorride, è calda, ti accoglie con gentilezza. C'è un calore che in Cina non esiste più perché tutti sono presi dall'orgia della concorrenza e del guadagno a tutti i costi".

E' quasi Natale anche a Lucca e nel ristorante Kinki Sushi campeggia, all'ingresso, un grande albero di Natale illuminato: ma voi cinesi non siete cattolici! "Vero - spiega Lorenzo - ma noi siamo in Italia, viviamo in questo paese e non pensiamo di tornare in Cina. Vogliamo entrare nelle abitudini degli italiani anche se un passo alla volta. Lucca ci ha colpito per la sua bellezza, qui stiamo bene".

Anche i cinesi, in fondo, nel loro piccolo, come le formiche, si incazzeranno, ma qui, alla latitudine di via delle Città Gemelle, c'è spazio solo per i sorrisi, sinceri, per un desiderio che non avevamo mai visto in nessun altro locale del genere, di voler soddisfare i desideri di chi si avventura in questo ristorante che affascina per la sua intimità e riscalda per la sua luminosità oltre a deliziare il palato e, ancora più del palato e prima del palato, gli occhi: "Ho pensato - spiega Riccardo - che il sushi fosse un po' come l'urbanistica che studiavo e che anche tutti i colori che trovavo nell'arte potessero in qualche modo essere trasferiti nella preparazione del cibo così da far venire voglia di assaggiarlo in chi se li trovava davanti. Si mangia anche con gli occhi ed è dagli occhi che parte il messaggio destinato ai centri nervosi del nostro cervello che sovrintendono ai gusti".

Tanti colori simili a quelli impiegati nelle loro tele dai grandi architetti messicani. Yang Tong è una persona semplice, un cuoco modesto, che non ambisce a stelle e nemmeno a strisce, ma che si accontenta - e scusate se è poco - di far felici coloro che siedono alla sua tavola.

A proposito, il 24 dicembre sono chiusi, ma sia per Natale sia per il 31 dicembre e il 1 gennaio 2020, aperti a pranzo e a cena. Con, per San Silvestro, spumante e fuochi d'artificio. Più cinesi pardon, più italiani di così... 

 

Foto Ciprian Gheorghita


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