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Enogastronomia

1988-2018, trent'anni di Orti in via Elisa

domenica, 14 gennaio 2018, 13:21

di aldo grandi

Chi, a Lucca, non conosce Gli Orti di via Elisa? Pochi, pochissimi, visto che si tratta di uno dei ristoranti più frequentati e più accoglienti dell'intera città. Non tutti, tuttavia, ne conoscono la storia e, soprattutto, sanno che proprio in questo anno di... grazia 2018, esso compie il suo trentesimo compleanno. Trenta anni, tre decadi, sei lustri, tanta roba se si pensa alla frequenza con cui, complici crisi economiche di ogni tipo, al giorno d'oggi la ristorazione apre e chiude i battenti.

Gli Orti di Via Elisa aprirono... gli occhi e alzarono le serrande in un lontano 1988, quando ancora i telefonini erano un sogno, almeno qui da noi, i personal computer ancora lenti e piuttosto ingombranti, le auto lungi dal diventare quelle frecce dalle sagome inquietanti che sono, poi, divenute. Si era, però, in quell'epoca che fu definita del riflusso dopo le stagioni tristi e violente degli anni più o meno di piombo e in cui la crisi del petrolio aveva costretto gli italiani a tirare la cinghia. Un'epoca che il socialismo rampante dei Pillitteri e dei Craxi, aggiungiamoci anche i Martelli, fu denominata la Milano da bere, ma a Lucca, almeno agli Orti di via Elisa appena aperto da Franca Sodini e dal figlio Paolo Barbieri, complice il marito e padre Franco, sulla tavola, per bere, c'era ancora, come nelle case della maggior parte dei lucchesi, un solo bicchiere che valeva sia per l'acqua sia per il vino. 

Erano i tempi, tanto per intenderci e calcisticamente parlando, in cui la Lucchese Libertas 1905 si affacciava, a malapena, alle porte della serie B in cui, di lì a poco, sarebbe approdata per fare sfracelli grazie al tandem, pardon al trio Maestrelli-Grassi-Orrico. E fu proprio questo locale che, all'epoca, era più pizzeria che ristorante, a diventare una sorta di punto di riferimento gastronomico e non soltanto per il sodalizio di via Orzali dove, a quegli evi, aveva sede la società rossonera. La pizza era una specialità e poteva capitare anche di trovarci i piatti caratteristici della cucina lucchese tradizionale. Per carità, niente di comparabile, come quantità, a quello che si può degustare oggi, ma piatti sani e genuini cucinati dalle mani abili di Franca Sodini, moglie di Franco Barbieri socio in affari con la Buca di S. Antonio, di Giuliano Pacini. Da non dimenticare, per i curiosi del tempo che fu, che agli Orti veniva a mangiare anche una certa Gianna Nannini quando frequentava, giovanissima, l'istituto musicale Boccherini.

Il binomio Lucchese-Gli Orti andò avanti a lungo, anche durante gli anni della permanenza in serie B della società rossonera. Paolo Barbieri, grande e grosso, burbero, ma simpatico oltre ad essere un tifoso rossonero tra i più accesi e convinti, faceva il padrone di casa, dispensando consigli e pareri a destra e a manca, fedelissimo supporter di una squadra il cui organico aveva scelto quel ristorante non solo come luogo dove soddisfare i propri istinti fagici, ma come una specie di refugium peccatorum dove trovare asilo sportivo sia dopo le vittorie sia, soprattutto, dopo le sconfitte.

Lo stesso Egiziano Maestrelli, storico presidente, prese a frequentare, in maniera anonima il ristorante, quasi sempre a pranzo, lui che si vantava, in tutta onestà, di non saper cucinare nemmeno un uovo al tegamino. Personaggio rustico, fiorentino, proprietario di supermercati, era, in realtà, uno specialista dei mercati ortofrutticoli fiorentini e non soltanto. E ancora si racconta l'aneddoto di una dipendente degli Orti che, accogliendolo le prime volte e, piano piano facendo amicizia, un giorno gli chiese cosa facesse e lui, senza scomporsi, lavoro al supermercato. Così la ragazza, convinta si trattasse di un qualsiasi dipendente nemmeno tanto benestante, gli regalò per Natale un pensiero che fece sorridere Maestrelli, lui che i supermercati li costruiva e faceva lavorare bene.

"La Lucchese di allora - racconta Samuele Cosentino, entrato a far parte della società che gestiva il locale nel 1995 insieme alla futura moglie Silvia Pacini - era una cosa incredibile sotto tutti gli aspetti. Quando doveva pagare il mese delle consumazioni dei giocatori, capitava che si venisse avvisati, qualora la scadenza fosse di sabato, di passare a prendere l'assegno il venerdì. Non c'era un solo giorno di ritardo, non c'era nemmeno bisogno di chiamare erano loro che ci telefonavano. Altri tempi, è vero, ma come si fa a non rimpiangere quella serietà, quella professionalità che oggi, in questo mondo così globalizzato, non è facile trovare? I giocatori della Lucchese avevano trovato in questa pizzeria che faceva anche da ristorante un locale dove si sentivano a casa propria, circondati da affetto e dalle premure di Paolo e della signora Franca".

Il locale aveva, all'epoca, 11 etichette vinicole quando oggi ne vanta oltre 200. I dipendenti, che trent'anni fa o giù di lì arrivavano a malapena a sette, massimo otto, oggi sono 16 con tanto di sommelier e maestri d'olio. 

E' a metà degli anni Novanta che, nell'organico societario del locale, sbarcano Silvia Pacini, primogenita di Giuliano e Adriana e il fidanzato e futuro marito Samuele Cosentino, quest'ultimo proprietario di un bar nel centro storico che amava dedicarsi a tutto ciò che prometteva un futuro radioso nel settore della ristorazione. "Franco Barbieri - ricorda Giuliano Pacini - voleva vendere il locale, ma prima di cederlo a qualcun altro e vedendo che Silvia preferiva frequentare il bar di Samuele piuttosto che dedicarsi allo studio, li chiamai entrambi e feci loro un discorsetto. Se erano intenzionati a fare le cose serie, bene, quello era il momento: avrebbero potuto subentrare nella gestione del ristorante unitamente a Paolo Barbieri. Fu allora che Cosentino vendette il bar e acquistò una parte del locale insieme a Silvia che, poi, divenne sua moglie".

Il ristorante-pizzeria non era, certamente, anche esteticamente parlando, quello che è oggi. Dopo alcuni anni e con l'avvento di tempi più duri sotto il profilo economico legati ad una crisi economica globale che stava approssimandosi, si rese necessario fare una scelta: o rinnovarsi o... perire ossia scendere di livello e adattarsi ad un target basso pur di sopravvivere. "E' qui che abbiamo fatto una scelta precisa - spiega Cosentino - Avremmo potuto lasciare tutto com'era, magari restare più pizzeria e scegliere di adattarsi ad un mercato più ampio e meno disposto a spendere. Oppure alzare il livello di qualità, ampliare i locali, rinnovare gli arredi e le cucine, fare, cioè, nuovi investimenti e trasformare quella che era, soprattutto, una pizzeria, in un ristorante di livello stando, comunque, attenti, a non andare a rosicchiare la clientela della Buca di S. Antonio e del Giglio i cui target erano senza dubbio superiori".

"Tutti insieme - prosegue Cosentino - decidemmo di rischiare e così ristrutturammo le cucine, ogni volta che avevamo la possibilità si ristrutturava una parte del locale. Facemmo il giardino. Scegliemmo anche di investire sul personale, sul servizio e sulla qualità dei prodotti. Ad un solo bicchiere se ne affiancorono altri e di diverse tipologie, furono scelte nuove etichette per il vino, si fece una selezione del personale, il tutto, però, cercando di non snaturare quella che era l'essenza del locale, la sua simpatia, la sua tipicità. E i numeri iniziarono a darci ragione. Non che prima non ne avessimo, anzi, ma adesso c'erano una programmazione, una organizzazione logistica e una preparazione che, indubbiamente, alle origini non esistevano. La scelta di rischiare ci diede ragione, perché andammo ad acquisire quel segmento di clientela che pur senza voler spendere cifre eccessive, amava il cibo e il vino di qualità, magari anche cucinato con una certa raffinatezza. Fu così che da pizzeria con qualcosa di ristorante Gli Orti divennero un ristorante che faceva anche la pizza e così è rimasto".

Per questo compleanno sono stati stampati nuovi menu con un frontespizio ad hoc, verrà anche sicuramente celebrato l'evento più avanti nei mesi e una targa, omaggio di un assiduo cliente, campeggia già all'ingresso del locale e vicino alla cassa. Trent'anni, in fondo, sono qualcosa di più di un segmento di vita, sono un vero e proprio asse all'interno di una esistenza sia pure di carattere enogastronomico. 

 


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