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Enogastronomia

Cacio e pepe, un pezzo di Roma nel cuore di Lucca

mercoledì, 9 ottobre 2019, 12:10

di aldo grandi

E' vero, dicono che la pasta ingrassa e, certamente, se si pensa che a noi ne toccherebbero 110 grammi al massimo al giorno, buttarne giù 300-350 grammi è una amara verità. Ma come fai, quando, magari, sei un po' in debito di energie, a non fare un salto, visto che ti accolgono con il sorriso a 42 denti, da Barbara e da Mario in via San Giorgio alla Locanda di Bacco?

Noi non resistiamo alla tentazione che non è, ci perdonino la blasfemia, quella di Cristo, l'ultima, rappresentata nel 1988 dal film di Martin Scorsese che tante polemiche suscitò, bensì molto più terrena e destinata, più semplicemente, a soddisfare i nostri istinti fagici.

Così, puntuali come un debito, varchiamo la soglia, mattina o sera, pranzo o cena, non importa, eccetto il martedì che è chiusura settimanale, del locale in via San Giorgio a due passi dal Fillungo e da Palazzo Santini, e ci sediamo sereni e, finalmente, in pace con noi stessi, in attesa di ordinare la tanto agognata pasta alla romana.

Mario Mazzaro ha la nostra stessa età o giù di lì, sfiora, in sostanza, le sessanta primavere, come noi è cresciuto a Roma, noi in Prati, quartiere della piccola e media borghesia romana all'epoca, lui a San Lorenzo, zona decisamente popolare e notoriamente legata al partito comunista. Non a caso, nel luglio 1943, gli americani bombardarono lo scalo ferroviario proprio a San Lorenzo suscitando la rabbia popolare e l'arrivo persino di papa Pio XII.

Ci siamo incontrati, poi, a Lucca, e i suoi piatti romaneschi, oltre alla parlata tipica della capitale e una simpatia immediata, ci hanno reso amici. Ce lo ricordiamo anche quando dirigeva il Caffè Di Simo in Fillungo, memoria storica di una città che la memoria storica manda a puttane quando non rende migliaia di euro. Con lui anche il Di Simo aveva un altro spessore.

Comunque sia noi abbiamo una scelta varia tra i primi piatti da Mario: dalla matriciana alla gricia, dalla bersagliera alla carbonara. Ne manca una che noi amiamo sconfinatamente: la cacio e pepe, ma con tanto pepe e tanto cacio e, inoltre, parecchia pasta, non la solita porzioncina da 85 grammi prevista dalle consuetudini gastronomiche, bensì i soliti 200, 250 grammi che, quando eravamo più giovani e baldanzosi, doppiavamo mangiando direttamente dalla fiamminga con 500 grammi di pasta condita da dio.

I piatti di Mario, fortunatamente, non sono come le classiche scodelle di una volta in voga ancora oggi in molti locali. Hanno un fondo molto più profondo e, quindi, gli spaghetti o i bucatini ci precipitano nemmeno fosse un crepaccio. Così, dall'esterno, sembra di essere in regola con la dieta mentre, quando mangi, sembrano non finire mai.

Una volta, anni fa, Mariuccio ci preparava, a volte, anche i rigatoni con la pajata, le budellina del vitellino da latte, poi non le ha più trovate a queste latitudini e a noi, per poterle mangiare con i bei rigatoni o tortiglioni che dir si voglia, ce ne andiamo direttamente dalla Sora Lella all'isola Tiberina che ci attende anche prossimamente. 

Un pezzo di Roma nel cuore di Lucca verrebbe da dire e i lucchesi dovrebbero imparare a mangiare la pasta condita come si fa a Roma, in maniera decisamente più sfrontata e ricca oltreché saporita. A proposito, noi fra poco, a pranzo, ce ne andiamo a farci la solita cacio e pepe, ma anche la carbonara, questa volta, ci stuzzica l'appetito.

Buon pranzo a tutti i lettori di questo giornale che scrive come mangia, mangia come pensa, pensa e scrive come mangia.


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