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Enogastronomia

Una sera d'altri tempi al St. Bartholomeo di Mario e Barbara

mercoledì, 20 maggio 2020, 23:28

di aldo grandi

Erano quasi tre mesi che non facevamo visita ai nostri amici Mario Mazzero e Barbara Madrigali, splendidi padroni di casa al St. Bartholomeo di via Anfiteatro. Li avevamo lasciati poco prima dell'avvento del lockdown, arrabbiati e, giustamente, preoccupati per quello che stava accadendo e, soprattutto, per ciò che sarebbe potuto accadere. Ora che i contagi sono quasi scomparsi, che i decessi hanno seguito la stessa strada e che i guariti sono superiori da un pezzo ai nuovi ammalati, anche Mario e Barbara hanno deciso, a partire da questa sera, di riaprire i battenti. E lo hanno fatto, ci perdoneranno l'ardire e anche l'ardore, con una passione, un entusiasmo, una disponibilità se non maggiori o migliori, sicuramente diversi rispetto al passato.

Sarà stata la serata, particolarmente mite e complice, sarà stata l'atmosfera, insolita e magica, fatto sta che mai come questa volta ci siamo gustati, noi e gli altri avventori, una cena ricca di serenità, di tranquillità, quasi come se il tempo si fosse fermato a concederci una pausa mai concessa prima.

E' vero, potrà sembrarvi strano cari lettori, ma stare seduti all'aria aperta dopo due mesi di arresti domiciliari forzati e inutili, ha rappresentato una sorta di rinascimento gastronomico e sociale. Paradossalmente, se questa emergenza ci ha lasciato qualcosa, è proprio il desiderio di riabbracciarsi e di scambiarsi i nostri abituali segni di pace, come parole e pacche sulle spalle, che avevamo quasi dimenticato. Per carità, mascherine on e colpi di gomito e non soltanto al posto di baci e abbracci, ma gli sguardi sono stati sufficienti ad abbattere qualunque muro e distanziamento sociale imposti da un potere cieco e senza senso né buonsenso.

Noi e Cip, ormai inseparabili durante questa bene-male detta epidemia part- time, seduti uno di fronte all'altro a gustarsi una zuppetta di moscardini e, successivamente, un assaggio, robusto, di penne alla amatriciana, cacio e pepe e con zucchine, pecorino e alici del mar Cantabrico che quasi nessuno sa dove si trova, ma le cui alici sono favolose e apprezzate. Al tavolo accanto un figlio col padre, quest'ultimo conosciuto da tutti come Ta Ta, al secolo Nicola Bernardeschi, un fiume in piena di racconti e simpatia. Più in là un'altra coppia serena, poi altre quattro persone delle quali una, che non conosciamo, ci si avvicina e ci ringrazia per quello che scriviamo ogni giorno. Restiamo basiti, ma di fronte alle parole di chi, in ciò che scriviamo, trova un motivo per andare avanti con maggiore leggerezza e qualche certezza in più, non neghiamo di essere stati piacevolmente sorpresi.

C'è qualcosa nell'aria, in questa e di questa Lucca così lontana e differente da quella che, almeno fino a tre mesi fa eravamo abituati a frequentare e a conoscere. Lo sappiamo, diranno che è una bestemmia, e, commercialmente parlando, sicuramente lo è, ma mai come stasera ci siamo sentiti a casa nostra e casa nostra è stata questa città meravigliosa che è capace di svelare, nel suo attuale silenzio, i reconditi meandri della sua anima. 

Non esiste alcun rumore se non quello delle nostre parole che rimbalzano con quelle dei nostri vicini di tavolo. Se qualcuno passa per la via, ci scappa un saluto che è un massaggio vocale e non, come una volta, un disturbo all'udito. Mancano, ce ne accorgiamo, le moltitudini, i turisti, gli sconosciuti, coloro che portano il denaro, ma che ammazzano il senso di identità e di comunità caro a queste genti.

Lucca, per la prima volta dal 1989 quando ci siamo piovuti perché spediti da un editore al quale non possiamo non essere riconoscenti, ci appare come non l'avevamo mai vista: vuota, riempita soltanto dalla sua essenza e dalla sua essenzialità. Nessun orpello, nessun corpo estraneo, sembra di essere tornati indietro nei secoli. La vita non corre, cammina e, a volte, si ferma e nessuno ne fa una tragedia. E' vero, girano meno soldi e chi era abituato ai fiumi di turisti da una botta e via, devono prendere atto che tutto è cambiato, almeno per il momento.

Lucca è tornata ai lucchesi e scivolando lungo le strade ci si imbatte in volti noti che, altrimenti, raramente capitava di incontrare. Certo, i lucchesi non potranno, anche volendo, spendere quanto spendevano le centinaia di migliaia di visitatori che abitualmente soggiornavano, chi più, chi meno, in questo cerchio meraviglioso. Ma sta il fatto che questa città si è riappropriata, paradossalmente, dei propri tempi e della propria vita, perché, sinceramente, quella di prima vita non era più.

E lo abbiamo fatto notare anche agli amici Mario e Barbara, con i volti così distesi e rilassati, cosa che non vuol dire essere incoscienti e non accorgersi di ciò che questi mesi hanno significato dal punto di vista economico. Ma c'è un altro spirito che aleggia nell'aria, c'è una voglia di riconquistare il cliente perduto per parafrasare il libro di John Milton, che lascia trasparire la volontà di ripartire non per tornare ad essere quel che si era, ma per diventare migliori e più attenti al particolare e all'aspetto umano e relazionale. 

Se un augurio è da farsi per questa città, per i suoi ristoranti, i suoi locali, i suoi negozi, a seguito di questa devastante clausura, è quello di acquisire la consapevolezza che un visitatore non è soltanto qualcuno a cui spillare, si fa per dire, una somma di denaro, ma un valore aggiunto che, se contento e soddisfatto del trattamento ricevuto, potrà sicuramente tornare. Ecco, quindi, la necessità e qui sposiamo le considerazioni di Valentina Mercanti, di un salto di qualità nei servizi offerti, nella necessità di una professionalità a 360° che non può essere improvvisata né impiantata da un giorno all'altro solo e soltanto per sfruttare, nemmeno fossero polli in batteria, chiunque si avventuri all'interno delle mura.

Da qui il vedere il Summer Festival o i Comics o altre manifestazioni, solo come occasione per fare quattrini. No, deve cambiare il modo di essere ospitali, deve esserci un nuovo rinascimento anche a livello commerciale dove la qualità e la storia di questa città devono tornare a farla da padrone scacciando mediocrità, indolenza, semplicismo, omogeneizzazione, falsa tolleranza e inutile accoglienza indiscriminata.

Stasera abbiamo, forse, per la prima volta in 30 anni, respirato un'aria diversa, più pulita, più sana, più rispettosa dell'essere umano in quanto tale. Ci doveva servire un Covid-19 per arrivarci? 

Grazie, quindi, a Barbara e a Mario per averci accolto nel loro spazio pubblico adeguatamente distanziato, riservandoci la cosa più importante che un oste può dare al proprio avventore: il calore umano.

Foto Ciprian Gheorghita


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