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Enogastronomia

Cinque Stelle? No, Cinque Terre

mercoledì, 5 agosto 2020, 23:29

di aldo grandi

Er barcarolo va’ contro corente e quanno canta l’eco s’arisente... Stefano Bonansea, 58 anni, nato a Spezia, ma abitante da una vita e più a Monterosso, la più lontana e la più grande delle Cinque Terre non è un barcarolo romano né, a quanto ci risulta, è solito cantare. E', tuttavia, il miglior barcaiolo a queste latitudini e il motivo è semplice, anche lui, infatti, pur navigando sul mare azzurro del golfo ligure, va controcorrente nel senso che è un lupo solitario, ragiona con la propria testa, ama il proprio mestiere e, ancora di più, questo lembo di costa che è tra i più belli di tutto il globo terracqueo.

Noi non lo conoscevamo, lui e la sua Matilde Navigazione, ma quando la nostra collaboratrice della Gazzetta di Massa e Carrara, guida turistica giustappunto alle Cinque Terre ce ne ha parlato, non abbiamo avuto dubbi: costi quel che costi vogliamo conoscerlo e farci una bella gita in barca in quello che, a tutti gli effetti, è il parco nazionale delle Cinque Terre. La Doni ce lo aveva detto: guarda che Stefano è uno che non ha peli sulla lingua e dice quel che pensa. Azz... finalmente un gemello! 

Dopo esserci sciroppati, dieci giorni fa, oltre otto ore di viaggio per giungere, da Ventimiglia, a casa nostra grazie alla messa in sicurezza delle gallerie sulla A10 e al Ponte Morandi che era ancora chiuso - e meno male che i 5 Palle e il Pd hanno ancora da pensare al Covid-19 augurandosi, roba da pazzi, una seconda ondata così da poter dire che avevano ragione - questa volta niente disagi e direzione Spezia che da Lucca dista, sì e no, 45 minuti. Scegliamo di viaggiare in sella ad uno scooter, il Liberty 300 della Piaggio che l'amico Luca Braccini ormai da sempre nostro fornitore con Serchio Motori, ci ha appioppato due anni fa e al quale noi tiriamo regolarmente il collo.

Dietro il minimo indispensabile, prenotiamo direttamente senza Booking riuscendo a strappare un prezzo migliore. Decidiamo di pernottare a Manarola, una chicca dicono e noi ci fidiamo. E' la nostra prima volta oltre Rio Maggiore, mai viste le Cinque Terre tantomeno dal mare. You only live twice recitava il film di 007 del 1967 con la musica di John Barry e la voce di Nancy Sinatra, ma a noi sembra che di vita ce ne sia solo una e, quindi, spremiamola fino in fondo. 

A Manarola prendiamo alloggio da Giovanni Rooms. Il gestore è gentile, disponibile e, soprattutto, la pensa come noi. Cosa si può chiedere di più? La stanza è la Tramontana, la consigliamo, doppia vista mare sulla baia, baciata, per di più, dal sole tutto il giorno. Ristrutturata di recente, è al civico 22 di via Ettore Cozzani, un tiro di schioppo dalla chiesa. 

Stefano Bonansea ci aspetta di fronte al molo. Il suo gozzo sorrentino ha una bella pancia che ci permette di stare sdraiati in tutti i sensi e le direzioni. Stefano fa questo mestiere da 15 anni, da quando, ex commerciante di auto usate, non ne poteva più di vivere lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia. Così, un bel giorno, quando la pancia ha avuto ragione della testa, ha mandato tutto a quel paese, ha chiamato la moglie e le ha detto che lui, con quel lavoro, aveva chiuso. Una scelta di pancia e ancora una volta una scelta di sostanza.

Lui non mette piede a Manarola da sei anni, non perché non gli piaccia, ma perché non sopporta il turismo che, da queste parti, è, ormai, diventato il padrone assoluto. Almeno fino al Covid-19. "Se vedi le immagini scattate alle Cinque Terre un anno fa di questi tempi - dice - ti rendi conto che se tiravi un ago per aria restava sospeso. Non c'era posto, era una fila continua di gente che entrava e usciva dai treni. Un turismo mordi e fuggi che non serve a nessuno, tantomeno a noi che amiamo il parco delle Cinque Terre. Guarda il sentiero dell'amore e domandati perché, dal 2012, è chiuso senza che si sia riusciti a rifarlo. E' vero, ci sono state alcune frane, ma nel 2020 si ha paura di sistemare qualche smottamento? Un turista americano che possiede una ventina di macellerie, quando ha visto e saputo mi ha detto che, da loro, sarebbero andati in una decina  dal sindaco e gli avrebbero proposto di sistemarlo pagando di tasca propria e riprendendo, poi, i soldi, con i biglietti. Da noi la burocrazia uccide e così sono passati otto anni e la via dell'Amore e non solo quella, è solo un lontano ricordo".

Bonansea è uno che se ne sbatte della forma e dei politici: "Quando hanno creato il parco delle Cinque Terre speravo fosse la svolta. Invece lo hanno fatto nazionale e chi lo gestisce sta a Roma, inutile aggiungere altro. Adesso la presidente è la Donatella Bianchi, una che è anche presidente del WWF, fa la giornalista Rai ed è stata, ultimamente, inserita nel comitato di esperti in materia economica e sociale presieduto da Vittorio Colao. Ma chi è?, Wonderwoman? Il parco ha bisogno di qualcuno che vi si dedichi costantemente, con amore e attenzione quotidiana. Come si fa a fare tutte queste cose insieme? Ma se davvero è in grado di fare tutto insieme, eh, allora merita il Nobel".

"Sa chi ci guadagna con il sentiero dell'Amore chiuso? - prosegue a ruota libera Bonansea - Glielo dico io. Le Ferrovie dello Stato che dello stato non sono più. Adesso che i sentieri sono quasi tutti chiusi, resta solo il treno e lei non ha idea di quanto incassano. Se i sentieri fossero ristrutturati e funzionanti, i treni sarebbero vuoti perché la gente, con una passeggiata meravigliosa a picco sul mare e con una vista unica, sceglierebbe di camminare piuttosto che salire sul treno con il caldo  che fa. Invece niente, è costretta a fare il biglietto per il treno e nelle casse della società che li gestisce finiscono milioni di euro all'anno".

Effettivamente Stefano non ha tutti i torti. La via dell'Amore, conosciuta in tutto il mondo, ha attirato nei decenni turisti a iosa che hanno percorso questa strada che non ha eguali. Adesso è abbandonata a se stessa anche se dicono che fra tre anni e con un in vestimento faraonico ritornerà ad essere percorribile. Ci crediamo? Troppi interessi e, soprattutto, valanghe di soldi per chi gestisce il traffico ferroviario in dispensabile per poter visitare tutte le cinque terre. 

"Bisogna intendersi su quale tipo di turismo vogliamo - incalza il barcaiolo - Se quello di qualità, con i visitatori che chiedono qualcosa di più oppure il turismo che non dà niente né a chi lo fa, né a chi lo riceve. Fino all'anno passato arrivavano orde di turisti con pullman. Salivano sui battelli e come polli di allevamento venivano sbarcati su ogni paese per una toccata e fuga. Poi un pranzo a prezzo ridicolo che il pesce nemmeno lo ha mai visto dal vivo e di nuovo tutti indietro per risalire sul pullman e fare rientro a casa in  serata. E' questo quello che vogliamo per un parco che deve essere custodito e protetto? Se è questo, allora non lamentiamoci se, poi, crolla perché non può reggere a una simile invasione. I nostri paesi sono diventati una mangiatoia".

Paradossalmente il Coronavirus ha restituito la giusta dimensione: meno gente, ma anche meno turisti disposti a spendere cifre importanti per godersi le Cinque Terre fuori dalle scie della massa. "Vero - risponde - ma non si può avere tutto. L'anno passato non avevo nemmeno il tempo di respirare, oggi lavoro meno, ma vivo meglio e, soprattutto, capisco cosa serve a questo mare e a questo territorio per continuare a sopravvivere".

Acqua fresca e trasparente, mare verde e blu, più ti tuffi e più lo rifaresti. Il sole picchia duro, ma è tutta vitamina D, alla faccia del Covid-19 e di chi ci vorrebbe con le mascherine anche in mezzo al mare. Ma vaffanculo. Quando non ci sarà più spazio all'inferno, i morti cammineranno sulla terra: era questa la profezia di Romero e del suo Zombie. Parafrasando, quando non ci saranno più soldi in tasca, si pagherà con le mascherine e il distanziamento sociale: buffoni e stramaledetti. Hanno messo in ginocchio un Paese distribuendo il terrore a piene mani. E ora non sanno più cosa fare se non sperare in una emergenza costante.

Menomale che questo mare e questo cielo ci evitano un travaso di bile. Nel pomeriggio ci godiamo la vista dei vigneti terrazzati delle Cinque Terre tra Manarola e Riomaggiore. Stefano ci spiega come  sono stati realizzati e come vengono coltivati. Un tempo si saliva dal basso, ossia dal mare. Incredibile pensare alla fatica. E' uno spettacolo meravoglioso che testimonia la grande capacità dell'essere umano di adattarsi e adattare la sua vita alle condizioni dell'ambiente che lo ospita. 

Manarola è una chicca anche se scendere e salire, salire e scendere è un massacro. La sera aperitivo al Nessun dorma in centro dove in un locale piccolo, ma caratteristico e intimo, brindiamo con un rosato dei Colli di Luni accompagnato da olive taggiasche, torta di verdura e focaccia calda. Chiediamo di assaggiare anche lo Sciacchetrà, vino passito che costa una tombola: 50-70 euro per una bottiglia da 375 ml. 

A cena Giovanni ci ha prenotato alla Marina Piccola, vista sulla baia, ma tanto è quasi buio e non serve granché. Il posto è carino e il proprietario è un lucchese di S. Anna che ha vissuto i suoi primi 20 anni in via Cavalletti. Lo scopriamo al momento di pagare, così si chiacchiera del più e del meno. Abbiamo mangiato un sauté di cozze niente male con mitili cicciosi e delicati e un brodo speciale. Poi un riso ai frutti di mare, ma ci aspettavamo di più. Dozzinale e gamberi e scampi sicuramente congelati. Peccato. Prezzo normale, servizio sufficiente, di sicuro il sabato sera la quantità rende tutto più difficile.

Finalmente si è alzato un po' di vento. Siamo cotti. Dal sole e dal sale. Il letto di Giovanni è il top e la striscia di led di colore verde e blu sulla nuda pietra della parete concilia il sonno. 

Sveglia e via al molo per una colazione al bar fronte baia. In discesa tutto facile, poi risalire è tremendo. Carichiamo sulle spalle uno zainetto e portiamo due borse su per la salita fino al parcheggio dove abbiamo lasciato lo scooter. Arriviamo zuppi. Manarola e le altre gemelle richiedono sforzi fisici notevoli. Pensiamo a chi resta una settimana o, peggio ancora, 15 giorni. 

In sella allo scooter riprendiamo vigore e il vento caldo asciuga ovunque. Puntiamo a Lerici, sempre provincia di La Spezia, ma sul mare e pianeggiante. Attraversiamo Spezia che di bello, siamo soliti dire, ha solo lo stadio, all'inglese. Esageriamo, ma non di tanto. A Lerici lo spazio è altro rispetto a Manarola. Si cammina senza faticare, si va un po' di qui e un po' di là e, alla fine, scegliamo Tellaro per rifocillarci.

Prenotiamo alla Caletta, terrazza con vista mare: qualcuno aveva pensato - non noi - di farsela a piedi da Lerici, ma aveva sbagliato paese confondendolo con San Terenzo. Se avessimo osato, saremmo morti lungo i tornanti in salita che conducono a questa bella frazione di Lerici. Scopriamo anche qui che il titolare è stato, per cinque anni, a Lucca con la famiglia e ha frequentato tutte le elementari dalle suore Dorotee in via dei Fossi. Conserva un bel ricordo della città. 

Scegliamo, su consiglio, tre giri di antipasti di mare evitando di ordinare altro per non rischiare di ingolfarci e mangiare più con gli occhi che con la pancia. Peccato che noi mangiano con tutti e due e allo stesso modo. 

Dopo un inizio balbettane nel quale ci servono un piatto con del fritto misto di pasta e verdure, è tutto un crescendo di sapori e di gusto per il palato. Avevano ragione, l'antipasto basta e avanza. Del resto dobbiamo rimetterci in viaggio e ad essere sinceri non vorremmo beccarci qualche abbiocco.  


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