Anno XI

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Enogastronomia : Roma

Da Canova a Castroni, c'è caffè e caffè

martedì, 8 giugno 2021, 00:59

di aldo grandi

Sulla location nessun dubbio. Abbiamo girato numerosi alberghi nella capitale, tutti o quasi nel cuore del centro storico perché è soltanto o quasi, vivendo e respirando il cuore di Roma che ci si può innamorare di primo acchitto e godere di una vacanza assolutamente inebriante. E anche questa volta, nonostante abbiamo cambiato tipologia, siam o rimasti ancora più soddisfatti che in passato. A onor del vero avevamo prenotato in piazza Fontanella Borghese, ma un mese prima della partenza la proprietaria dell'hotel ci ha telefonato annunciandoci che tenere aperta la struttura per solo qualche prenotazione non aveva senso per cui ci invitava a recarci altrove fornendoci anche un indirizzo ad hoc.

Non le abbiamo dato retta e ci siamo imbattuti, on line, nel sito Babuino Palace Suites, camere splendidamente arredate e funzionali, diciamo pure di categoria superiore, proprio a due passi da piazza del Popolo, in via del Babuino 29, strada che conduce a piazza di Spagna e che è la parallela a via del Corso. 

Non è un albergo, ma è anche meglio almeno quando si viaggia in coppia ai tempi del covid. Nessun contingentamento, nessuna colazione distanziata, nessun divieto se non un obbligo, quello di indossare le mascherine all'interno dell'edificio della serie fin dove può giungere l'assurdo.

Così, il mattino successivo all'arrivo, vista la vicinanza di due locali che a Roma sono una istituzione,  la scelta è di recarci a prendere un cappuccino e un pezzo dolce da Canova a piazza del Popolo. Ai nostri tempi, metà anni Settanta, in piazza del Popolo spopolava e spopola, si fa per dire, tutt'ora, anche il caffè Rosati, proprio sull'altro lato della piazza di fronte al Canova. Era, a quei tempi, il bar dei fasci, da cui partivano le cosiddette 'spedizioni punitive' verso la nostra scuola, il Maffeo Pantaleoni di via Maria Luisa di Savoia, istituto tecnico commerciale sostanzialmente rosso. 

Ci sediamo da Canova con un cielo plumbeo e una pioggerella che i romani definiscono gnagnarella, una pioggia lenta, fina e poco fitta, per nulla fastidiosa anzi, con la calura estiva perfino un sollievo per chi la conosce e non se ne fa intimorire mettendo subito mano all'ombrello.

Ordiniamo un cappuccino scuro, un bicchiere d'acqua e limone e un pezzo dolce. Il cappuccino somiglia tanto al nostro caffè macchiato o macchiatone, con poco latte perché, ci spiegano, a Roma cappuccino scuro vuol dire con meno latte e doppio caffè o quasi. Mah...

La brioches non è male, è integrale, ma niente di speciale. L'acqua, probabilmente, è la migliore che c'è o, almeno, così ci pare visto che non avendo sapore deve essere per forza uguale a se stessa.

Ci alziamo per andare al bagno, un percorso all'interno di un locale a nostro avviso cupo, dalle luci basse, dagli arredi di colore grigio se non erriamo, il bagno è in fondo a non si sa bene cosa e quando ci arriviamo e apriamo la porta di quello riservato agli uomini, ci accorgiamo che se dovessimo sederci sulla tazza rischieremmo di caderci dentro. E questo non perché il buco sia troppo grande, bensì perché il locale è troppo stretto. A malapena riusciamo a entrarci e a chiuderci dietro lo sportello.

Sono circa le 10 e non c'è nessuno a sedere, solo noi e un'altra coppia, massimo due. Che tristezza. Forse è così causa pandemia non essendoci turisti che sono i più assidui frequentatori. Servizio nella norma, chiediamo il conto che arriva subito: 11 euro. Azz... e meno male che, di due, uno solo ha fatto colazione, altrimenti sarebbero stati oltre 20 euro. Ogni commento è superfluo. Siamo dei baccelli, da non confondere con nome proprio di persona.

Ce ne andiamo non senza aver prima immortalato lo scontrino e giuriamo che a questi tavoli non ci siederemo mai più. 

Evitiamo il taxi, peraltro proprio davanti al bar, e a piedi attraversiamo la piazza, magnifica con il suo obelisco Flaminio al centro. In alto il Pincio, ci andavamo dopo aver marinato la scuola e ci godevamo il sole tiepido di fine inverno a Villa Borghese. Raggiungiamo il quartiere Prati dove abbiamo lasciato l'auto in sosta in via Plinio. A pagamento certo, ma con otto euro ci si sta tutto il giorno se si ha la fortuna di trovare un posto nelle strisce blu. Altrimenti restano i parcheggi privati, ma si viaggia dai  30 euro al giorno in su.

Via Cola di Rienzo, per chi non la conosce, giunge dal Tevere fino a piazza Risorgimento e alle mura vaticane. La percorriamo tutta e sbuchiamo proprio all'incrocio con via Ottaviano. Un tempo, passando di fronte alla vecchia sede del Msi, si rischiava qualche schiaffo se ci si imbatteva nei soliti quattro stupidi che aspettavano appositamente il passaggio di qualche studente magari vestito con eskimo e finte Clark e, quindi, presumibilmente, di sinistra. A onor del vero nel 1975, proprio in piazza Risorgimento, Alvaro Lojacono detto Varo, sparò e uccise lo studente greco iscritto al Frponte della Gioventù Mikis Mantakas durante gli incidenti scoppiati a seguito dell'apertura del processo ad Achille Lollo per la morte dei fratelli Mattei, figli del segretario della locale sezione Msi, a Primavalle nel 1973. Non c'è più l'orologio all'angolo e anche la sede del Msi, con il grande portone in legno che dava accesso all'edificio e dietro la quale numerosi militandi di destra cercarono riparo di fronte all'attacco degli extraparlamentari di sinistra, non esiste più.

In realtà non esiste più niente di quel che c'era allora. Solo le strade e la memoria, per chi ce l'ha.

Tornando indietro, solita fermata da Castroni, una torrefazione che a Roma è famosa e frequentatissima dagli amanti delle primizie e del caffè. Entriamo. Che meraviglia. Castroni c'era anche allora, negli anni Settanta e anche prima, ecco una delle poche cose che sono rimaste di una Roma che non c'è, davvero, più, sporca  come non mai, trascurata e abbandonata a se stessa, senza più anima e senza identità e, peggio di tutto, che anche chi ci vive non se ne rende conto e accetta senza battere ciglio ciò che, da noi, nessuno perdonerebbe a mister Tambellin Man. Qui la Virginia Raggi non ha fatto alcunché e non si capisce se per colpa sua e dei romani che non cambieranno mai.

Da Castroni, alla cassa, chiediamo un caffè macchiato e un cappuccino. Ci danno lo scontrino e lo guardiamo attentamente: 2 euro e 20 centesimi. Azz... contro gli 11 del Canova. Certo, è vero, qui non ti metti a sedere e non c'è nemmeno il pezzo dolce e il bicchier d'acqua, ma che differenza, soprattutto, nell'accoglienza. Dietro al bancone ci sono tre baristi che sembrano essere nati per questo lavoro. Sono gentili, sorridenti, affabili, chiacchierano e commentano, consigliano e riflettono. Sono veri, non sono finti. Il caffè, poi, è superbo o, come direbbero gli anglosassoni, superb. Il cappuccino pure anche se abbiamo evitato di chiederlo scuro.

Usciamo soddisfatti e con il cuore più leggero: in fondo, anche il tempo perduto non tornerà più, qualcosa è rimasto tra le pagine chiare e le pagine scure...

In piazza Cola di Rienzo, incredibile, ma vero, un altro pezzo di storia che ha resistito alle intemperie e alle crisi ricorrenti. E' uno splendido negozio di articoli per la casa, La tavola elegante. Ogni volta che veniamo a Roma ci passiamo davanti e questa volta non ci lasciamo sfuggire quattro piatti per la pizza con, impresse, altrettante immagini di Topolino, quello originale però. Il titolare ci spiega, con la moglie, che il negozio ha 70 anni e la cosa ci rallegra. I signori sono romani, non acquisiti né immigrati. Menomale. 

La cortesia è un piacere e non è uno sforzo, altro che grandi catene e grande distribuzione. Globalismo no grazie, e nemmeno articoli in larga scala provenienti dal paese del Covid o dai grandi magazzini che annientano l'artigiano e l'arte italiana unica al mondo. Unione Europea no grazie anche a lei. 

Abbiamo appuntamento all'ora di pranzo dall'altra parte di Roma, dobbiamo prendere la metro A a Lepanto per raggiungere Colli Albani sulla via Appia Nuova, ma questa è un'altra storia.


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