Anno 7°

sabato, 8 agosto 2020 - Recte agere nihil timere

Facebook Twitter YouTube

Enogastronomia

Gianni Mele, il... gladiatore della Nuova Arena di Milano

domenica, 17 novembre 2019, 12:18

di aldo grandi

Le famose ottobrate romane niente hanno a che vedere con un mese, quello di novembre, capace, quasi sempre, solo e soltanto di regalare giornate di pioggia o, alla meglio, di cielo cupo e plumbeo. Non fanno eccezione questi primi 17 giorni grazie ai quali, a nostro avviso, prima di parlare ancora di siccità nei prossimi mesi, dovremmo pensarci anzi, dovrebbero pensarci, gli esperti, una volta di più.

Abbiamo prenotato al Grand Hotel Visconti Palace, viale Isonzo, accanto a piazzale Lodi. Il viaggio vola via senza particolari problemi, pochissima pioggia rispetto alle tonnellate di acqua venute giù nel tragitto Lucca.Firenze sulla A11. Lo avevano detto, piogge torrenziali sul litorale e fino, inevitabilmente, alla Lucchesia, per il resto maltempo, almeno al centro, senza eccessive precipitazioni.

Dormito poco, sveglia alle 5.45, siamo sicuramente destinati ai colpi di sonno o, a essere sinceri, alla voglia di fermarsi in autogrill e schiacciare un pisolino. Abitudine contratta sin dalla nascita presumibilmente vista la costanza e la ripetitività del fenomeno a tutte le età e a tutte le latitudini. Arriviamo a Milano senza navigatore satellitare, siamo ancora della vecchia guardia, chiamiamo tre volte la reception dell'albergo e chiediamo consigli alle gentili addette le quali, tuttavia, barcollano più che brancolano, nel buio. Allora, maschilisticamente parlando e scusandoci per l'impertinenza, chiediamo se c'è un collega del presunto e cosiddetto sesso forte al quale possiamo rivolgerci con maggiore certezza di veder soddisfatte le nostre richieste.

La signorina si mette a ridere, noi anche e ci scusiamo di nuovo. Dopo qualche secondo arriva il collega: prendete direzione tangenziale Est, quindi uscite piazzale Corvetto, dirigetevi verso il centro, quindi arrivati a piazzale Lodi imboccate alla rotatoria viale Isonzo. Arabo per noi, ma visto che le signorine di cui sopra ci avevano consigliato di prendere per tangenziale Ovest, uscire ad Assago e a noi che qualche altra volta siamo capitati da queste parti sembrava eccessivo, accettiamo di buon grado il consiglio.

Facciamo il compitino e ci ritroviamo ad un semaforo: apriamo il finestrino e domandiamo ad un automobilista che, gentilmente, ci risponde subito. E' straniero, ma qui è normale e anche molto gentile: "Vado verso Corso Lodi, mi venga dietro". Azz... bada culo che abbiamo avuto. Su Corso Lodi salutiamo e andiamo diritti verso piazza Lodi. Arrivati alla rotonda, con quattro uscite, domandiamo ad un'altra persona ferma in bici. E' straniero anche lui, ci dice di svoltare subito a destra. Lo facciamo e quando vediamo che invece di viale Isonzo è viale Umbria, tiriamo un moccolo o roba simile e, inchiodando nel tentativo di fermarci e fare retromarcia, per poco non ci tamponano. Allora proseguiamo per viale Umbria ed è un casino. Finiamo per perderci, poi, per ritrovarci, insomma, alla fine, raggiungiamo l'hotel.

L'albergo è un quattro stelle in perfette condizioni, alla reception sono no gentili, di più, sorridenti senza sforzo. A mezzogiorno, ossia pochi minuti dopo il nostro arrivo, ci danno la camera, 408, quarto piano. Che pacchia. Ci sarebbe anche la piscina al coperto con sauna e bagno turco, quasi quasi, ma rinunciamo, parcheggiamo e con un taxi raggiungiamo un vecchio amico che ci ha invitati a pranzo.

Lorenzo Fazio è il nostro mentore, colui che, insieme e dopo Alessandro Dalai di Baldini&Castoldi, ha creduto nelle nostre potenzialità di storici-scrittori accettando di pubblicare i nostri libri al buio o quasi e, crediamo, senza mai pentirsene. Lo avevamo incontrato una prima volta ad Alessandria, dove ci eravamo recati per presentare la biografia di Giangiacomo Feltrinelli edita, appunto, da Dalai. All'epoca Fazio era direttore della collana Einaudi degli Struzzi, la più prestigiosa sotto il profilo storico e culturale. Venne con Federico Fornaro attuale capogruppo alla Camera di Liberi ed Eguali ed ex senatore Pd. Chissà se è a conoscenza del nostro processo con la sua collega Laura Boldrini.

Fazio ci propose di passare ad Einaudi, per noi era come se ci avessero domandato di giocare nella Juventus. Come fai a dire di no? Così accettammo di risentirci e, successivamente, ci propose, a Torino, di fare un libro su Potere Operaio del quale noi, a essere onesti, sapevamo poco o forse qualcosa di più. Accettammo entusiasti e da lì prese inizio un percorso professionale che ci vide, noi e Fazio, seguire le stesse orme. Da Einaudi passò a Rizzoli e noi, che ad Einaudi trovammo, in sua assenza, la solita mentalità comunista o post comunista che, poi, erano la stessa cosa, lo seguimmo. Con Rizzoli pubblicammo tre libri nella Bur, collana che Fazio rilanciò alla grande, poi, però, qualcosa si ruppe e scelse di venire via aprendo una casa editrice di sana pianta che, adesso, è tra le più seguite, vendute e indipendenti: Chiarelettere.

Lorenzo Fazio è una persona che, sotto il punto di vista professionale, appare serafico, calmo, in grado di mettere a proprio agio l'interlocutore e, soprattutto, dotato della non comune dote di saper ascoltare. Ma dentro è un appassionato, un adrenalinico scopritore di talenti, che si entusiasma ai nuovi progetti ossia ai nuovi libri come un ragazzino alle prime armi in amore. E' un intellettuale innamorato a 360° di tutto ciò che è potenzialmente capace di attirare e attingere alla sua sfera emotiva. Ma è anche razionale e riflessivo ed è, comunque, un decisionista.

Ci abbracciamo davanti al locale con lui che arriva, magro beato, con in testa un berrettino di lana. Sorride, anzi, ride, è sereno o, almeno, così ci sembra. E' uno in grado, se gli piace un'idea letteraria, di salire su un treno, sciropparsi centinaia di chilometri e venire a conoscerla personalmente insieme all'autore. Agli Orti di Via Elisa ha lasciato un buon ricordo.

Il proprietario del ristorante è gioviale, il locale è tipico, la cucina milanese e italiana allo stesso tempo. Mai assaggiato risotto alla milanese con l'osso buco, scegliamo questo piatto unico. Poco dopo arriva in tavola e per noi che, da piccoli, dovevamo mangiarci per forza gli ossi buchi preparati dalla mamma, è un ritorno alle origini, ma molto, molto più gustoso. Lasciamo solo, per ovvi motivi, l'osso, divoriamo il resto. Nel contempo ci godiamo la nostra amicizia e, a dirla tutta, la nostra stima e, almeno per noi, riconoscenza infinita.

In una vita in cui si offrono sconti ovunque, a botte, anche, di due per quattro oltre che di tre per due, a noi non viene mai di dare tutto per scontato.

Il tempo scivola via veloce, come quando sei così trasportato da non accorgertene nemmeno. Arriva il momento dei saluti. C'è stato spazio anche per un progetto editoriale, finalmente si torna a lavorare insieme. Dopo il congedo rientriamo al ristorante per chiedere una cosa e, come sempre ci accade, con il proprietario, Gianni Mele da Oristano, cominciamo a chiacchierare. E scopriamo che questo ragazzo dai capelli grigi, studente dell'alberghiero ad Anzio negli anni della nostra beata incoscienza, venne a Milano a inizio anni Settanta e prese a lavorare in un locale all'epoca tra i più prestigiosi della città: il Don Lisander in onore di Alessandro Manzoni, un ristorante che avevamo scoperto durante il nostro libro su Giangiacomo Feltrinelli del quale egli era un assiduo frequentatore. Del resto, la sede della casa editrice Feltrinelli era a Via Andegari, un tiro di schioppo dal ristorante. Al Don Lisander dove, ricorda Gianni, a quei tempi andava anche Indro Montanelli subito dopo essere stato ferito dalle Brigate Rosse.

Nel 1982 Gianni Mele aprì la Nuova Arena, ossia 37 anni fa. Complimenti. Ma non è finita. Tifoso milanista - non si può essere perfetti - con foto storiche alle pareti, Mele ci racconta, apprendendo la nostra provenienza labronico-lucchese, di essere grande amico di Max Allegri, ex allenatore della Juventus, livornese doc, uno che l'estate ha consumato le scarpe nei gabbioni dei bagni sul mare dall'Ardenza fino alla terrazza Ciano (o Mascagni) e oltre. E poi si scopre che abbiamo una vecchia conoscenza in comune. Chi? Ma Stefano Filucchi, ormai conosciuto più come dirigente sportivo - Inter e Cagliari - che per essere stato, negli anni Novanta, capo della squadra mobile della questura di Lucca. Guarda i casi della vita... Ma Mele ci sorprende anche perché conosce, ovviamente, bene anche il secondo di Max, Marco Landucci da S. Alessio, e sua sorella Sabrina, ex moglie di Mario Cipollini due persone, Marco e Sabrina, eccezionali, garantiamo anche noi che li conosciamo abbastanza. Ma nel ristorante di Gianni Mele è assiduo anche un altro nostro conoscente che incrociamo spesso all'Enoteca Marcucci a Pietrasanta, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale. E poi ancora Alba Parietti della quale ricordiamo ancora gli occhi una sera all'enoteca durante una breve, ma simpatica intervista.

Trasferiti sulle onde dell'entusiasmo, prenotiamo anche per il pranzo di sabato, questa volta in compagnia della trequarti che chissà dove sarà finita. Ci avviamo verso il centro attraversando Parco Sempione e sbucando a Largo Cairoli dove c'è la statua di Garibaldi. Sono le 15.45. Non piove ed è già qualcosa. Sbarchiamo in Duomo e ci si ripresenta di fronte la Galleria Vittorio Emanuele II, meravigliosa, affollatissima, ricca di negozi per i quali viene da chiedersi quanto pagheranno di affitto ancor più di quello che mettono in vetrina. Vaghiamo in giro per strade e viali i cui nomi ci sono familiari e per poter transitare sui quali, tanti anni fa, bramavamo per poter saltare sulla nave del Corriere della Sera

Già, Via Solferino, il passato di questo mestiere perché il presente, ormai, è altrove. Non sappiamo ancora dove, ma altrove. E quando arrivò il momento di poter vedere realizzato un sogno, tra una telefonata e l'altra, come non ricordarsi le parole del caro collega e amico Paolo Ermini, che ci aveva visionato anni prima quando doveva nascere il Corriere di Firenze ed era rimasto sbalordito dalla nostra velocità, che una volta, sentendoci titubante ci disse: "Aldo, ma cosa cazzo ci viene a fare a Milano tu che vivi in una delle più belle città della più bella regione d'Italia?". Ripensiamo a quelle parole e conveniamo che aveva ragione. In pieno. Nessun rimpianto, quindi, Tutt'altro. Come si fa a stare senza sole e, soprattutto, senza mare?

Fa freddo a Milano o, almeno, fa più freddo che a Lucca. In attesa di ritrovare la nostra compagnia abituale, scegliamo di precederla e andare a prenderla con la metropolitana. Sono anni che non scendiamo sottoterra, a Roma, da giovani, ne eravamo abituali frequentatori, ma oggi è tutto molto diverso o, forse, siamo noi ad esserlo. Fatto sta che scendiamo ai treni e saliamo su quello della linea rossa che ci deve condurre a Rho, pare un comune di 50 mila abitanti dell'area metropolitana milanese. 

E' incredibile. Migliaia di persone come le sardine in una scatoletta. E c'è chi riesce persino a leggere, rigorosamente in piedi, libri di saggistica e romanzi. Come se niente fosse e non sembrano nemmeno meravigliarsene. Per noi, sono tutti matti oppure alienati e, ormai, assuefatti a questa vita che definire di merda è, per noi, un eufemismo. Tutti chiusi dentro se stessi, quasi tutti con le cuffiette ad ascoltare chissà chi e chissà che cosa. Anonimi. Una sorta di atomizzazione dell'individuo spinta al massimo. Si ha netta la sensazione di essere sistematicamente soli, immersi in un frullatore senza alcuna identità. Passeggeri di tutte le razze oddio, ci accuseranno, adesso, di essere fascisti e razzisti?

Dopo un paio d'ore a consumare le giunture delle nostre povere ossa camminando su e giù per questo alveare impazzito, ma ben organizzato, si becca un taxi e si rientra in albergo. Sfiniti. Avevamo prenotato all'Antica Trattoria della Pesa sul Viale Pasubio, altro must della cucina gastronomica meneghina, ma annulliamo e rinviamo ad altra occasione. Ce ne andiamo, invece, a cena al quinto piano dell'albergo dove ci attende un meraviglioso risotto alla milanese, delicatissimo e mantecato il giusto e nulla più. Poi, il crollo. Camera accogliente, silenziosa e fornita di un ottimo materasso. Tutto, bagno compreso, in perfetto stato di conservazione.

Il mattino di sabato si apre con la buona notizia che non piove. A Lucca il contrario. Come sempre. Questo Visconti Palace ha una colazione a buffet tra le più fornite che abbiamo visto. Il salato pullula di ogni ben di dio, compresi, oltre ad affettati e latticini a volontà, anche un bacon abbrustolito alla perfezione che si accoppia benissimo con le uova strapazzate. Le salsiccette mignon sono una delizia alla quale non sappiamo rinunciare. Così come a tutto il resto, doppiamo le porzioni, sperando che l'orario antelucano, si fa per dire, ci permetta di digerire prima di approdare alla Nuova Arena. Un'isola è riempita di sola frutta fresca e secca. Ci sono l'ananas a fette e il melone giallo. 

Usciamo in strada decisi a prendere la metro, ma è sabato, traffico il giusto, rientriamo nella hall e chiediamo un taxi. Domanda che ci assale e ci perseguita: ma se a 25-30 anni neanche sapevamo cosa fosse un taxi e preferivamo bus, metro se c'erano e piedi, come mai oggi, a 60, non sembriamo in grado di farne a meno? E l'età impietosa o la saggezza che ci fa apprezzare le comodità?

In città incontriamo, per un caffè alle 11.30, una persona che non vedevamo da anni e che, se non ricordiamo male, incontrammo per la prima volta in una sala della biblioteca Feltrinelli nel 1998. Lui è David Bidussa, all'epoca direttore della biblioteca. In quel periodo avevamo incontrato alcune volte Carlo Feltrinelli, figlio di Giangiacomo e di Inge Schoenthal, terza moglie dell'editore. Carlo ci aveva ascoltato tentando di dissuaderci dal mettere le mani sulla biografia paterna. Ci prese più volte in giro, temporeggiò per vedere dove eravamo arrivati, ci boicottò o fece di tutto per farlo, poi, un giorno, ci convocò a Milano e ci disse apertamente che di noi non ne voleva più sapere, che non avrebbe mai fatto un libro con chi, come chi scrive, faceva il giornalista di giorno e scriveva libri di notte perché non aveva il tempo né i soldi per fare solo lo scrittore.

Un pomeriggio che eravamo per la prima volta entrati alla biblioteca Feltrinelli, vedemmo venirci incontro David Bidussa che ci pregò di allontanarci e di uscire perché gli era stato imposto il divieto di farci consultare qualsiasi documento o fascicolo. Chiedemmo spiegazioni, ci alterammo, ma fu tutto inutile. Mortificati, dovemmo lasciare i locali. Aveva ragione, come sempre, Alessandro Dalai quando ci aveva messo in guardia dal far sapere a Carlo Feltrinelli che stavamo preparando un libro su suo padre. Noi ci eravamo fidati e avevamo inviato a Carlo alcuni documenti che avevamo fotocopiato durante la consultazione degli archivi del tribunale di Milano. Da essi si capiva che eravamo a buon punto e che avremmo fatto di tutto per arrivare alla fine.

Questa volta con David Bidussa scherziamo e ridiamo. Ha 64 anni, qualcuno più di noi, ebreo, ma non errante, ben radicato a Milano, sposato e con due figli. Ci confessa, dopo tanto tempo, che l'unico motivo per cui ci fu vietato l'accesso era quello dovuto al fatto che proprio Carlo Feltrinelli stava preparando la biografia del padre firmata da lui stesso. Ecco, adesso capiamo quello che, all'epoca, non potevamo sapere con certezza anche se Feltrinelli ci aveva detto che stava dietro ad un progetto del genere. Il suo Senior Service uscì sei mesi prima del nostro Giangiacomo Feltrinelli, la dinastia, il rivoluzionario. No problem anzi, parecchi problem visto che il nostro libro fu boicottato in tutte le librerie Feltrinelli per espresso volere dei suoi vertici. Ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma ci fermiamo qui. 

Le gambe sono stanche, la destra accusa, la sinistra assiste mai doma, una mano si è leggermente gonfiata sempre per via di quella maledetta assenza dell'inibitore C1 scoperta in Corsica, ma tanto vale non pensarci. Dopo un salto in via della Spiga e una breve sosta in un enorme cafè se così possiamo chiamarlo per un cappuccino 'speciale' anche nelle dimensioni, siamo pronti a raggiungere il ristorante anche se i morsi della fame non si sentono nemmeno un po'.

Moviola per un attimo. Ci viene in mente il nome del Cafè mastodontico: Starbucks. Mai sentito e la nostra trequarti ci prende in giro e si sorprende moltissimo per la nostra ignoranza. Entriamo curiosi e quello che ci troviamo di fronte è... agghiacciante. Musica ad alto volume o quasi alle 12 è roba da andar fuori di testa. File dovunque, anche per prendere un semplice caffè. Per carità, locale... futurista, con personale cordiale multietnico, miscelatore di caffè in mezzo alla sala roba da effetto e miscele ovunque provenienti da tutto il mondo. Dolci e salati per tutti i gusti, cornetti ripieni di crema e cioccolato fino all'esondazione, focacce, pizze, panini e sandwiches, tè e tisane o almeno ci sembrano, perfino i cessi sono con luci soffuse e facciamo fatica non tanto a trovare e centrare la tazza ché quelle, in fondo, sono tutte eguali, quanto, piuttosto, a far uscire l'acqua dal rubinetto e ce la facciamo solo per l'intervento della addetta alle pulizie. My God...

Noi, forse, saremo old fashion, ma qui, tanto per dire, una bottiglia d'acqua da mezzo litro S. Pellegrino costa 4 euro e non al tavolo, ma dopo una robusta fila e un cappuccino normale, quindi nemmeno grand taille, costa 3.50 euro. E con servizio al tavolo che, pare, è al primo piano? Eppure il locale è affollato, la gente si prende quasi a schiaffi per non restare inebetita a guardare, a fare foto o farsi selfie col cellulare. Mah, sembra di essere in Blade Runner.

Finalmente, ma senza appetito, entriamo alla Nuova Arena. Gianni Mele ci accoglie con un grande sorriso. Ci ha riservato il tavolo in un angolo del locale, intimo e spazioso. Una volta seduti si avvicina e ci chiede cosa vogliamo. Non abbiamo dubbi, un risotto alla milanese con osso buco per due. Uno solo, però. Bene, se ne va sorpreso da tanta parsimonia gastronomica e, nell'attesa, ci invia una sottile focaccina e delle patatine sensazionali. 

La nostra compagnia, come noi, viene attratta da una voce senza dubbio made in Milan, proveniente dal tavolo accanto. Sedute, quattro persone, un anziano che è anche quello che parla più di tutti, un uomo, una donna e una ragazzina poco più che adolescente. Il signore più in su con gli anni è autorevole, lo si vede e lo si sente. E' di quelli che non ammettono, facilmente, il contraddittorio, uno che è abituato a non tenere la bocca chiusa, che quando parla sentenzia, sicuro, apparentemente un po' spocchioso, senza righe apparenti.

Scattiamo qualche immagine a Gianni e alla sala, poi a lui con Gianni che ci sussurra essere, il commensale, un personaggio molto noto con cui, all'epoca della finale di Coppa Campioni vinta dal Milan con lo Steaua Bucarest per 4 a 0 nel 1989 a Barcellona, volò alla volta del Camp Nou con tanto di aereo privato. Il nome? Si chiama Attilio Ventura.

Ignoranti come siamo, non facciamo una piega. Aggiunge, il Mele, che è stato presidente della Consob, azz... Non funziona Internet, manca il segnale, non possiamo approfondire, ma non dubitiamo. Scambiamo due parole con Ventura il quale ci consiglia di andare a mangiare, se non lo abbiamo ancora provato, all'Antica Trattoria della Pesa, grande locale dice lui, e lo dice a voce alta senza alcun timore di essere smentito. Accettiamo di buon grado il consiglio che già avevamo seguìto per la sera precedente non dandogli, poi, seguito. L'uomo è un accentratore, abituato al comando, tutt'altro che anonimo, si vede che ama stare in prima fila, non nelle ultime fila.

Il risotto alla milanese con l'osso buco sparisce in un battibaleno, ma è indubbio che gli istinti fagici del giorno prima erano parecchio superiori, per intensità, a quelli del giorno dopo. Chiudiamo con un caffè corretto alla Sambuca, ma senza chicco e con un classico macchiato. Poi i saluti, un cenno al Ventura e via verso il Duomo. Rigorosamente camminando, ma una volta in piazza Cairoli, via nella metro e di corsa a Viale Isonzo dove c'è il garage con l'auto in attesa.

Tutto finito? In un certo senso, anche se immane è la sorpresa derivante dallo scoprire che l'Attilio Ventura conosciuto appena al ristorante altri non è se non un personaggio conosciutissimo nella Milano e non solo, che conta. Nato nel 1936, figlio di un alto funzionario dell'ufficio cambi della Banca d'Italia, milanese, entra giovanissimo in Borsa a Milano dopo essersi laureato all'università cattolica del Sacro Cuore. Negli anni successivi diventa presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano dove resterà per lunghi anni fino a diventare, poi, banchiere fondando la banca Leonardo, poi ceduta per la modica somma di 100 milioni di euro e, quindi, acquistata anni dopo da Crédit Agricole per 200 milioni di euro. E scusate se è poco. Fino al 2015 è anche stato, tra l'altro, consigliere di amministrazione di Mediaset Spa. Tutto, adesso, ci appare chiaro. Avevamo di fronte un uomo di potere, avremmo potuto chiedergli una interSvista e chissà quanto avrebbe avuto da raccontare. Lo faremo e sarà l'occasione per tornare a Milano.

 


Questo articolo è stato letto volte.


nicoladeg

Orti di Elisa

tambellini

tuscania

prenota grande  - Dimensioni 400 x 120 px

bonito400

prenota grande  - Dimensioni 400 x 120 px

auditerigi

prenota grande  - Dimensioni 400 x 120 px


Altri articoli in Enogastronomia


prenota medio - Dimensioni 220 x 140 px


giovedì, 6 agosto 2020, 21:01

Sbarca in piazza Napoleone il mercatino regionale francese

Bella iniziativa enogastronomica che, soprattutto di questi tempi, aiuta a vendere sempre di più i prodotti tipici del nostro territorio. A parte le battute, Vive la France, ma non dimentichiamoci Fausto Borella e il suo mercato dell'olio


mercoledì, 5 agosto 2020, 23:29

Cinque Stelle? No, Cinque Terre

Cinque Stelle? Piuttosto morti. Cinque Terre, questo sì: da Manarola a Monterosso su un vecchio gozzo sorrentino con, alla barra del timone, Stefano Bonansea, un barcaiolo che, se anche sul mare, da sempre va controcorrente...


prenota medio - Dimensioni 220 x 140 px


mercoledì, 5 agosto 2020, 20:16

Effetto Zenzero: le pizze di Stefano Bonamici sbarcano in Versilia

Ventata di aria (possibilmente lievitata) fresca in Versilia, grazie ad un'apertura che porta nell'olimpo della ristorazione un altro principe: Stefano Bonamici, genio della pizza già conosciuto per la sua Tre Spicchi Gambero Rosso a Pisa con Zenzero. Aperto da pochissimo, infatti, è Effetto Zenzero.


martedì, 4 agosto 2020, 20:34

L'amico ritrovato

In realtà Samuele Cosentino non lo avevamo mai perso, solo che, per un paio di mesi, abbiamo girovagato un po' qua e un po' là in cerca di nuove emozioni gastronomiche, ma, come sempre accade, il primo amore non si scorda mai


sabato, 1 agosto 2020, 11:24

"Ti prendo e ti porto al Crai", il Tambellini di Sant'Alessio resta al fianco dei cittadini

Non si fermano le attività della Crai-Tambellini di Sant'Alessio per arrivare laddove i clienti non riescono ad arrivare. Dopo l'efficace servizio di consegne a domicilio, già attivo ma potenziato ulteriormente durante il lockdown, l'ultima novità è il servizio navetta che ti prende e ti porta a fare la spesa


martedì, 28 luglio 2020, 00:11

Mentre l'Italia muore lentamente, in Costa Azzurra la gente vive e non ha paura

Ci vogliono inculcare che a causa del Covid-19 è meglio stare in casa e rinunciare a vivere: peccato che, appena varcate le frontiere, ci si accorge che gli unici imbecilli siamo proprio noi. Tornare dalla Francia un'odissea autostradale per decine di migliaia di turisti, bel biglietto da visita