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Enogastronomia

L'amico ritrovato

martedì, 4 agosto 2020, 20:34

di aldo grandi

Era da un po' di tempo che ci eravamo ripromessi di tornare agli Orti di via Elisa, il ristorante dove, in tempi nemmeno troppo lontani, avevamo eletto, addirittura, il nostro domicilio al punto che, ogni tanto, ma è una leggenda metropolitana, arrivavano anche lettere a noi indirizzate. Chissà perché, probabilmente ci avranno visto così tante volte a cena che avranno pensato: Ma questo una casa ce l'ha o no? Ebbene, in realtà noi una casa e anche più di una l'abbiamo sempre avuta, solo che ci piaceva, d'estate e d'inverno, varcare la soglia di un locale che ci trasmetteva vitalità e allegria. Del resto la famiglia Pacini ci ha adottato da tempo e noi, da bravi figli adottivi, cerchiamo di non deluderla. 

Poi c'è stato il lockdown, questa maledetta bestiaccia che ha contribuito in maniera devastante a modificare stili di vita, abitudini, relazioni, frequentazioni, addirittura modi di mangiare e bere. Tutti a casa, nemmeno si trattasse del film di Luigi Comencini girato, tra l'altro, anche nella Livorno del dopoguerra e con un magistrale interprete come Alberto Sordi.

Tutti a casa, appunto e nessuno al ristorante con la conseguenza che le nostre strade si sono svuotate, niente più turisti. Certo, nemmeno più mangiatoia a buon mercato, ma a rimetterci sono stati tutti. Samuele Cosentino e sua moglie Silvia Pacini sono sorprendenti nella loro capacità di adattamento anche alle più ruvide avversità. Non si abbattono, non mollano, non demordono, soprattutto e come è avvenuto in tutte le attività del gruppo Pacini-Barbieri, non licenziano. Costi quel che costi. E, difatti, da marzo ad oggi, senza tante storie e, in particolare, senza piangersi addosso, hanno messo mano al portafoglio e hanno pagato puntuali come sempre. Questione di stile. 

Certo, se questo andazzo dovesse andare avanti ancora un altro anno come i tifosi del Covid-19 si augurano, allora si chiude baracca e burattini, ma finché c'è guerra, altro film scritto, diretto e interpretato da Sordi, c'è speranza

Così, improvvisamente e accompagnati dal solito, immancabile Cip al secolo Ciprian Gheorghita, fotografo della Gazzetta di Lucca, siamo entrati per l'ennesima volta nel locale di via Elisa. Certo, un po' di malinconia c'è venuta, perché non ammetterlo? Una volta dovevi telefonare la mattina e quando arrivavi, se andava bene, c'era da aspettare perché era tutto strapieno. Di questi tempi, invece, c'è spazio da vendere. Un 40-45 per cento in meno rispetto all'anno passato spiega Cosentino, sempre serafico e ad altezza d'uomo nonostante in molti, al suo posto, starebbero piegati in due e anche in tre a tirare moccoli a destra e a manca. 

Lui no, lui già pensa al domani che è già oggi. E all'oggi che è già domani. Non è un caso che proprio in queste settimane si è inventato una trovata geniale, la cena in carrozza. Ha, cioè, preso accordi con coloro che, a Lucca, guidano la carrozza e ha organizzato sin nei minimi particolari una cena a due, romantica e di tutto punto, all'interno del calesse durante il giro per le strade del centro storico. Costo contenuto, emozione garantita.

Questo 2020, ormai, è andato a puttane o quasi. Un po' in tutti i sensi, ma turisticamente in particolare. Niente Summer Festival e qualcuno comincia a rendersi conto di cosa significhi per la città. Niente eventi grandi o piccini, niente, a quanto pare, Comics e, ultima notizia, niente Settembre Lucchese come ce lo ricordavamo, ma la Mercanti sta facendo il possibile per far sì che, almeno, ne venga allestita una versione ridotta.

Cento e oltre pullman prima del Covid sbarcavano turisti che piazzavano le loro chiappe soddisfatte sulle sedie del ristorante di Cosentino e Silvia, adesso nemmeno l'ombra di un furgone. In soldoni è una mazzata capace di stendere un toro, avrebbe detto l'ex ambasciatore francese a Roma Francois Poncet quando Galeazzo Ciano gli consegnò la dichiarazione di guerra. Ma Cosentino è peggio di un toro e per stenderlo ce ne vuole. 

Qui hanno pompato, alla grande, il take away, con risultati apprezzabilissimi. Hanno allargato gli orizzonti dedicandosi alla cucina fuori città, presso case o ville, per compleanni o serate particolari. Qui tutto si muove, altro che Galilei. Non c'è traccia di esitazione, di paura, di allarme. Qui si pedala: chi si ferma è perduto avrebbe detto qualcuno. Se avanzo seguitemi, avrebbe aggiunto qualcun altro concludendo, poi, con un se indietreggio uccidetemi e se mi uccidono vendicatemi. Ma Silvia e Samuele non hanno bisogno di ricorrere a questi estremi per rilanciare ogni giorno la consapevolezza di essere, in fondo, nati per fare questo lavoro dove niente si improvvisa e tutto si costruisce con fatica e professionalità.

Ci sediamo a ordiniamo qualcosa di semplice. In fondo alla sala c'è Igli Vannucchi con moglie e figli, un po' prima c'è Paolone Barbieri, l'unico che conosciamo avere una taglia di scarpe che sfonda il 50, addirittura 51!

Per il resto molti tavoli sono in attesa di commensali, un po' distanziati gli uni dagli altri, in questa sorta di contingentamento che ha allontanato non solo le persone, ma anche i sentimenti e la voglia di ricominciare. C'è ancora gente e Cosentino ne è convinto, che ha paura ad uscire, che, magari, cerca anche qualcosa all'aria aperta. Sì, perché a quanto pare sono diversi i ristoratori che stanno guardando oltre le mura dopo l'esperienza del Coronavirus. La gente è stata troppo in casa, costretta a non uscire e, adesso, vuole respirare aria più o meno pura.

Ma non è tempo di fare pazzie interveniamo noi e subito Cosentino che, al contrario, ci spiazza dicendo che, invece, è proprio ora il tempo di rischiare. E se poi tutto torna come prima? Non ne è convinto, pensa che, veramente, tutto non tornerà più come prima e proprio per questo occorre che anche il ristoratore si reinventi la propria professione. Sicuramente Laura Castelli, un genio della stirpe, non voleva offendere i ristoratori dice Cosentino. Intendeva, presumibilmente, che occorre cambiare pelle e andarsi a cercare quei clienti che, prima, venivano da sé.

Se c'è una cosa di cui Cosentino non ha paura, è il rimettersi in discussione. Lo fa da sempre, lo fa convinto. E ogni volta è una sfida. Vai a vedere che ne sta studiando un'altra delle sue. Chi lo conosce, ad esempio, vede come ogni mattina dedichi la sua attenzione e il suo primo pensiero allo Zebar, la creatura che ha fermamente voluto di fronte a piazzale Don Baroni sulla via delle Tagliate. Menu che cambiano ogni giorno, idee a pioggia, colazioni a domicilio, aperitivi, di tutto pur di sentirsi e farsi vedere vivi e vitali.

A proposito, gli domandiamo cosa ne pensa dell'elezione a presidente Confcommercio di Rodolfo Pasquini, non un commerciante, bensì ex direttore e tecnico a tutti gli effetti. "Era l'unica e la scelta migliore". Non ha esitazioni nel dirlo e spiega anche per quale ragione. Concordiamo. Pasquini è sì diplomatico, ma non ci sta ad arrivare secondo né, tantomeno, a farsi prendere per il culo. Staremo a vedere.

Stasera arriva anche Renzo Arbore, un mito, già ospite, tra l'altro, del Lucca Summer Festival di tanti anni fa. Un indistruttibile protagonista del panorama musicale italiano. Silvia lo accoglie con simpatia e dopo che un tavolo ad hoc è stato allestito con tanto di norme anti-Covid.

E' vero, nelle nostre vecchie discussioni post pantagrueliche qui agli Orti, capitava che gli animi si accendessero e le notizie si propagassero con la velocità del vento. Questa volta il clima è molto più morbido, l'atmosfera più lieve, il chiasso inesistente. Sembra un'altra Lucca. Colombini dice che questa è meglio dell'altra, che questa è più dei lucchesi mentre l'altra è di chiunque arrivi. Sarà vero, anzi, vero lo è sicuramente, ma manca qualcosa, lo si avverte nell'aria, mancano entusiasmo e voglia di vivere. 

E le cose, adesso, sono già migliorate rispetto a qualche tempo fa quando c'era, davvero, da mettersi le mani nei capelli. E' bello sapere che, pur mancando per tanto tempo, al nostro ritorno troveremo sempre le cose come le abbiamo lasciate. Ecco, di questo siamo certi: gli Orti non se ne andranno mai.

Foto Ciprian Gheorghita


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