Anno 7°

venerdì, 14 dicembre 2018 - Recte agere nihil timere

Facebook Twitter YouTube

L'interSVISTA

Cesare Cipollini, non c'è vita da buttare

martedì, 8 ottobre 2013, 09:04

di aldo grandi

Partiamo dalla fine: i mondiali, a Lucca, si sono dimenticati dei due Cipollini. C'è rimasto male?

Per quanto mi riguarda non è che sono stato un campione come mio fratello che avrebbe meritato sicuramente un grosso riconoscimento. Lui non ha commentato niente sulla sua esclusione quindi anch'io sto zitto. A Lucca Mario è l'unico campione del mondo, nel 2002 a Zolder, e forse avrebbe meritato un riconoscimento diverso dalle autorità lucchesi e da quelle dell'Uci. 

Secondo lei perché questa dimenticanza? Solo un caso?

Non credo che sia stato un caso dopo quel problema sul doping apparso sulla Gazzetta dello Sport. Peraltro non ci sono prove e si tratta di una notizia uscita dieci anni dopo che non era più in attività. Ai controlli, del resto, era sempre risultato negativo quindi non capisco il senso di questa esclusione.

Veniamo a Cesare Cipollini: 14 anni da professionista. C'è chi dice che era più forte di suo fratello...

Caratteristiche atletiche diverse forse, non più forte. Avrei potuto raggiungere traguardi più importanti se mi fossi adeguato al sistema del professionismo. Io da professionista ho vinto solo un Giro dell'Emilia nel 1983, gara che valeva per la Coppa del Mondo, poi tre tappe al giro di St. Louis in Argentina. Da dilettante ho avuto una carriera più ricca di successi. Ho cominciato a correre nel 1972 e nel 1978 ero già professionista, vuol dire che qualità e talento li avevo altrimenti non avrei fatto il salto in così breve tempo. A 19 anni diventammo professionisti su deroga speciale come allora era previsto dal regolamento, solo io e Beppe Saronni. L'anno prima, nel 1977, l'ultimo anno da dilettante, fu anche l'unico e vinsi sette corse tra cui la Firenze-Viareggio, il Giro delle Tre province a Milano.

Sia sincero. Esisteva, all'epoca, il problema del doping?

All'epoca dei dilettanti posso dire di non averne mai sentito parlare. Ho avuto un educatore dietro, Piero Pieroni e, poi, il mio direttore sportivo quando correvo nella Fracor di Levane, Ezio Mannucci. Loro mi hanno sempre insegnato a fare sacrifici da corridore per raggiunre ei risultati in maniera pulita allenando solo talento e mentalità vincente. Per queste due persone hanno avuto una fondamentale importanza anche da professionista.

Quando ha capito che il ciclismo avrebbe potuto essere un lavoro oltre che una passione?

E' stato quello il problema. Al momento in cui non mi sono più divertito, ho visto che nel professionismo bisognava adeguarsi, curarsi in una certa maniera, sarei dovuto andare contro la mia mentalità e la mia natura, per cui smisi nel 1990 all'età di 32 anni. In quegli anni, da quando ero diventato professionista, continuavano a farmi firmare contratti, sperando che un giorno o l'altro sarei uscito dal mio torpore e hanno aspettato fino al 1983 quando vinsi il Giro dell'Emilia. Vinsi quella gara perché, in un certo senso, mi avevano messo paura. La squadra in cui mi trovavo, la Dromedario di Pistoia, aveva minacciato di non rinnovarmi il contratto se non avessi cominciato a fare la vita da corridore.

Ci scusi, ma perché, che vita faceva?

Praticamente non mi preparavo, non mi allenavo, andavo a caccia e a pesca, portavo i bambini al mare con me, mi dedicavo più a loro che alla bicicletta. Avevo perso quella concentrazione e quella mentalità vincente che avevo quando ero dilettante.

Può spiegarci che cosa le accadde nello specifico e perché?

Subito dopo il mio passaggio tra i professionisti, invece di esaltarmi, mi buttai giù. Mi sentivo un numero come se fossi l'ultimo dei gregari, nonostante, nella realtà, fossi un vincente visti anche i precedenti nella categoria dei dilettanti. La verità è che mi ero reso conto di una cosa: una volta diventato professionista, se avessi voluto cimentarmi a certi livelli, sarei dovuto venire a compromessi con quella che era stata la mia filosofia sportiva fino a quel momento. Ero, in sostanza, vergine sotto quel profilo e non avevo alcuna intenzione di assumere sostanze dopanti.

Glielo proposero?

Sì.

Accettò?

No.

Mai fatta una iniezione in vita sua?

Di sostanze dopanti no, solo per mantenere sali minerali e cose del genere. Niente di vietato. I miei giri d'Italia e ne ho fatti undici, erano fatti solo di pappa reale, altro che doping.

Lei si rendeva conto che qualcuno andava più forte?

Certo, l'anno prima, da dilettante, lottavo ad armi pari con certi campioni a cui dopo, tra i professionisti, a malapena riuscivo a stare dietro. E questo appena dieci mesi dopo averci corso insieme nei dilettanti.

A Lucca le malelingue dicono che lei è stato distratto più dalle gonnelle che dalle due ruote.

La perdita di ogni passione per questo sport ha, probabilmente, causato anche una differenzazione di interessi e ci sta che io abbia preferito, qualche volta, le une alle altre.

E' vero che lei detiene ancora un record?

No, ora lo hanno battuto, comunque era il record mondiale di inseguimento a squadre. Lo conseguimmo nel 1976 a Milano, al Palasport. Eravamo il quartetto azzurro composto da me, Saronni, De Candido e Callari. Abbiamo fatto 4' 23'' sui quattro chilometri facendo il record del mondo. Dopo poche settimane partecipammo anche alle Olimpiadi di Montreal, nel 1976 e facemmo 4' 30'', ma arrivammo sesti a due passi dal podio. Avevo appena 16 anni e mezzo, categoria Juniores, una soddisfazione immensa.

E' stata la sola olimpiade cui ha preso parte?

Sì, l'anno prima avevo fatto i mondiali in Belgio e arrivammo terzi sempre nell'inseguimento a squadre.

Una carriera più che promettente.

Già, poi quando sono passato professionista, le cose sono cambiate.

Suo figlio Edoardo, otto anni, corre per il Poli e dicono sia piuttosto forte. Lei sarebbe felice di vedergli abbracciare la carriera ciclistica nonostante sia al corrente che non è tutto oro quel che luce?

Il problema è proprio questo. Sono contrastato anche io pensando a quello che troverà perché io so cosa troverà se riuscirà a diventare professionista. Il problema è sempre e solamente il doping. Io penso che il vero problema sta nella cultura che ogni atleta ha, visto che associa sietmaticamente e quasi sempre prodotto=risultato. Questo è inculcato nella testa dell'atleta sin da quando è piccolo, è necessario cambiare la mentalità e la cultura di questo sport se vogliamo tirar fuori un altro campione in Italia o, addirittura a Lucca.

Ma non si farebbe prima, è una provocazione, a legalizzare l'uso del doping? Così, almeno, ognuno fa quel che vuole senza ipocrisie.

Sì, ma un corridore, quando smette di correre, a 36, 37 anni, affronta da uomo una vita che non è più quella su una bicicletta. Si presuppone che abbia una famiglia, una moglie, dei figli e, quindi, se fai uso massiccio di ormoni e cortisoni, di sostanze anabolizzanti, anche sotto il profilo sessuale finisci per non avere più quella sana vita regolare che avresti se non ricorressi a certi metodi. 

Vero, però, almeno ognuno pagherebbe sulla propria pelle sapendo in anticipo che cosa rischia. Un po' come le sigarette: sopra i pacchetti c'è scritto che il fumo uccide.

Sì, ma non sei da solo quando hai formato un nucleo familiare e hai delle responsabilità. Poi è questione di mentalità e di cultura. Fregare un tifoso, un appassionato, te stesso in prima persona rappresentano scorciatoie che nello sport non vanno bene. Sarebbe un sogno che il ciclismo diventasse veramente uno sport pulito fatto solo di talento, preparazione e sacrifici. Parlo così perché ora mi sono avvicinato a queste categorie di giovanissimi con mio figlio Edoardo e ancora maggiormente mi colpisce il vedere sui giornali di corridori pizzicati al doping. Mi auguro che i controlli riescano a stroncare questo fenomeno che fa male allo sport e al ciclismo in particolare.

Lei se avesse la bacchetta magica cosa farebbe al di là della cultura e della mentalità?

Farei una unica legge con una pena severa per chi viene trovato positivo, una radiazione immediata da questo sport, ritirando la tessera da parte della federazione. Questo è l'unico modo, credo, per fermare il fenomeno del doping. 

Esiste il doping nelle categorie inferiori?

Certo che esiste. 

E i genitori non si ribellano?

Credo che si tratti di maggiorenni, dilettanti che rispondono solo a se stessi. Aggiungo che, avvicinandomi ai giovanissimi, ho notato che questi bambini di sette, otto o nove anni sono abbandonati a se stessi come impianti e strutture dove allenarsi perché portare un bimbo di sette o otto anni in giro con il traffico che c'è, è un rischio troppo alto per poterlo correre. Purtroppo in Lucchesia ci sono solo due squadre, Carube progetto giovani e la Vero Club Coppi di Lunata. C'è anche il Poli, ma si tratta sempre di un manipolo di appassionati che ama questo sport, ma che da solo non può fare più di tanto. Dovrebbero creare un ciclodromo a Lucca, ma vedo che non è sentito il ciclismo a Lucca. In altre province, a Pistoia, Pisa o Empoli i ragazzi hanno un loro spazio dove potersi allenare con un apposito circuito. Non saprei chi sensibilizzare per costruire questa struttura. Forse Ivano Fanini, ma non è certamente facile.

 

 

 

 

 

 

 


Questo articolo è stato letto volte.


prenota


prenota grande  - Dimensioni 400 x 120 px


scopri la Q3


Orti di Elisa


Osteria Il Manzo


il casone


prenota


prenota


prenota


Altri articoli in L'interSVISTA


giovedì, 22 novembre 2018, 19:08

Autismo, che fare?

Intervista con lo psichiatra Stefano Michelini, sul suo impegno nel gestire un figlio autistico e sul convegno di neuroscienze che sta organizzando a Cortona


sabato, 27 ottobre 2018, 18:54

Tra spread e mercati brilla la stella di Mariangela Pira

Per la terza volta in tre anni la giornalista economica di SkyTg24 è scesa nella città delle Mura e il risultato è stato un amore a prima vista e duraturo


prenota medio - Dimensioni 220 x 140 px


giovedì, 6 settembre 2018, 15:22

Aldo Grandi l'esiliato, ma ancora per poco

Dal suo esilio professionale che finirà il 28 settembre (vedi countdown a destra della home page) l'ex direttore delle Gazzette risponde alle domande della collega Barbara Pavarotti


giovedì, 2 agosto 2018, 10:17

Aldo Grandi: sospeso, ma non arreso

Aldo Grandi, l’incorreggibile. Amato o odiato. Non ci sono vie di mezzo. E’ lo storico che ha scritto 12 saggi molto apprezzati, il giornalista alieno in terra di provincia un po’ sonnacchiosa. Senza Aldo Lucca sarebbe sicuramente molto più noiosa, ma intanto la sospensione dall’Ordine se l’è beccata e lui...


prenota medio - Dimensioni 220 x 140 px


sabato, 28 luglio 2018, 11:40

Cinquant'anni da Colombini

Andrea Colombini ha superato il mezzo secolo di vita, ma non ha alcuna intenzione di smettere: una interSvista in cui ne ha per tutti e come sempre... senza lacrime per le rose


venerdì, 13 luglio 2018, 10:49

Il Desco secondo Cosentino

Ha lasciato il suo ruolo in consiglio comunale anche per poter incidere di più sulle tematiche cittadine. Samuele Cosentino sta preparando una edizione speciale di Desco e... non soltanto


prenota medio - Dimensioni 220 x 140 px