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L'interSVISTA

Ilaria Del Bianco, rinnovarsi o morire

giovedì, 21 novembre 2013, 12:05

di aldo grandi

Ilaria Del Bianco, 39 anni, nata a Lucca a Santa Zita, un bimbo di sei anni, Alessandro, da 15 anni all’interno dell’associazione lucchesi nel mondo e, dal 23 marzo 2013 presidente della medesima associazione. Passione per la lettura, la musica, le passeggiate in montagna, lo sci e il mare. Citazione preferita Uomo libero sempre avrai caro il mare di Charles Baudelaire.

Una donna alla presidenza di un’associazione abituata ad avere uomini e, soprattutto, ultrasettantenni. Una rivoluzione?

No, può sembrare una rivoluzione, in realtà la mia elezione si è svolta nel segno della continuità delle passate presidenze con le quali ho avuto modo di poter collaborare. Naturalmente la mia età e il fatto di essere una donna rappresentano anche una discontinuità che, spero, possa portare un valore aggiunto e un po’ di innovazione in un’associazione che vuole guardare verso il futuro.

Scendiamo nel concreto. La prima cosa che ha fatto dirompente?

Durante il periodo del rinnovo dell’associazione ho chiesto che anche nel consiglio direttivo potessero esserci persone di età un po’ più giovane, diciamo cinquantenni.

Scusi, ma fino ad ora l’associazione lucchesi nel mondo ha vissuto all’insegna del pensionato?

Sì. Anche perché un’associazione che svolge la sua attività grazie allo spirito di voontariato, non può fare a meno di persone che siano libere di gestire il proprio tempo e di offrirlo all’associazione.

Una curiosità. Quanti sono gli iscritti all’associazione?

La sede centrale a Lucca sulle mura ha circa 250 soci, globalmente abbiamo 80 delegazioni nel mondo e circa 8 mila 500 famiglie che ricevono gratuitamente il notiziario da noi.

Sia sincera. In realtà, di queste famiglie, quante si sentono, ancora, in qualche modo lucchesi?

Sono sicura tutte e, sicuramente, tante altre che non hanno contatti con noi di cui continuamente noi scopriamo l’esistenza nei modi più casuali.

E in che modo questa gente mostra ancora la sua lucchesità?

C’è da fare una distinzione. Ci sono coloro che sono emigrati che sono i protagonisti della vicenda migratoria del secondo dopoguerra e questi hanno un legame con la Lucchesia molto incentrato sulla nostalgia, sui rapporti di parentela e sull’amicizia. Poi abbiamo le seconde e terze generazioni, figli e nipoti nati all’estero, che, pur essendo cresciuti in uan società ben diversa da quella italiana e lucchese, conoscono le proprie origini e di queste sono orgogliosi e si riappropriano, quindi, di un rapporto con il nostro territorio e la nostra cultura e le nostre tradizioni.

Una provocazione. Gli amanti dell’immigrazione odierna senza se e senza ma, ossia senza limiti, sostengono che i clandestini o migranti di oggi siano equiparabili ai nostri di cinquanta, sessanta e anche più anni fa. Lei è d’accordo?

No, nel senso che, pur comprendendo le ragioni, le giustificazioni di chi adesso cerca un’opportunità nella nostra nazione di vita e di lavoro, pur considerando più che giusta l’accoglienza organizzata di queste persone, prima di tutto per il loro bene, ritengo che, se si vanno a vedere le modalità con le quali, storicamente, si emigrava dall’Italia, ci si rende conto che, in linea di massima non è mai stata così e che in linea di massima l’emigrazione è stata sempre ben regolata nei paesi di nuova accoglienza con leggi e regolamenti che i nostri hanno dovuto rispettare anche se, ovviamente, poteva esserci una percentuale di clandestini anche tra i nostri.

La sua associazione difende la lucchesità intesa come patrimonio storico e culturale di una terra. L’immigrazione indistinta e libera come vorrebbe il ministro Kyenge – dio ce ne scampi e liberi – non è l’opposto della tendenza a mantenere in vita il tessuto connettivo di una collettività originale e autoctona?

E’ una spinta diversa, ma è certamente vero che, in una società come quella in cui ci troviamo, oggi, a vivere, è difficilmente pensabile di mantenere chiusa una comunità. Anzi, per la verità, l’immigrazione di tanti nostri lucchesi e italiani ha dimostrato quanto valore aggiunto si può portare nei paesi di accoglienza.

Ci perdoni, ma gli italiani, nei secoli passati, hanno edificato le cattedrali che stupiscono il mondo. Quelli che arrivano da noi, non hanno la nostra tradizione, i nostri valori, le nostre convinzioni religiose e storiche.

Questo è innegabilmente vero e non solo. I nostri hanno costruito e stupito per le loro realizzazioni in ogni campo anche da emigrati all’estero. Gli immigrati in Italia, per ora, sono portatori, soprattutto, di una cultura loro, diversa dalla nostra e che, fino ad oggi, non è stata inserita né si è inserita bene nel nostro tessuto sociale tranne alcuni casi relativi a nazionalità particolari.

Motivo in più, per ributtarli a mare… Ovviamente è una battuta. Però per impedire un accesso indiscriminato.

Gli accessi vanno regolati soprattutto per garantire agli immigrati un buon inserimento, condizioni di vita dignitose e un lavoro.

Mi scusi di nuovo, ma se il lavoro non è garantito nemmeno per chi, in Italia, vive da sempre, come si può pensare di garantire un mestiere o una professione in un sistema economico liberista e non comunista o statalizzato?

Ci sono particolari tipi di lavoro che i nostri giovani e meno giovani non hanno intenzione di svolgere. Penso alle badanti, ai muratori, a coloro che, nelle campagne raccolgono frutta e verdura.

Sì, ma non può trattarsi di un obbligo di garantire il lavoro a determinate fasce di persone. Resta sempre la precarietà della situazione o, meglio ancora l’aleatorietà della stessa.

Questo è tanto vero che sono state pubblicate sui giornali nazionali statistiche che indicano che gli stessi immigrati, in Italia, sono in parte già immigrati altrove. Vorrei comunque precisare, a fronte di quanto detto, che la nostra associazione si occupa esclusivamente dei nostri emigrati all’estero.

Il momento culminante della vostra attività è la partecipazione alla processione della Luminara il 13 settembre. Arrivano, con orgoglio e commozione, dagli angoli più sperduti del globo. Siete voi che vi occupate di prenotare e organizzare le loro trasferte?

No. Noi ci occupiamo di organizzare, nei limiti delle nostre possibilità, iniziative di accoglienza e culturali che sono aperte a coloro che ritornano dall’estero e, in generale, anche ai soci di Lucca. Quelli che tornano dall’estero lo fanno a titolo personale, magari decidendo di passare in Lucchesia le loro vacanze e preferendo il nostro territorio a luoghi che magari noi che abitiamo a Lucca riterremmo più ameni. Quest’anno abbiamo organizzato un concerto pucciniano, due mostre di cui una dedicata ai figurinai lucchesi, due giornate di convegno, la consueta premiazione dei lucchesi che si sono distinti all’estero e, per concludere, una festa conviviale svoltasi al Reale Collegio con più di 400 partecipanti. In  più diverse iniziative legate ai cinquecento anni delle mura.

Chi paga?

La nostra associazione può svolgere la sua attività grazie ai contributi che ci vengono, di anno in anno, accordati su progetti specifici, dalle fondazioni bancarie e da alcune amministrazioni comunali e provinciali. Di volta, in volta, poi, troviamo sponsor per le varie manifestazioni.

Che cosa manca all’associazione per essere, realmente, quello che lei vorrebbe diventasse?

Vorrei cercare di realizzare dei progetti rivolti ai più giovani perché il rischio, se non si intercettano le nuove generazioni, è quello di cadere prima nel torpore e, poi, in un coma irreversibile. Iniziative concrete che, magari siano in grado di portare nel nostro territorio questi giovani, far loro conoscere con mano la nostra realtà e la nostra cultura, così che rimanga un segno indelebile nella loro esistenza. Volevo concludere dicendo che, nonostante la mia età, diffido molto di social network, blog e roba simile che, certamente facilitano la comunicazione, ma una comunicazione che è significativa solo se esiste un background di conoscenza precedente tra le persone. 

Per il 2014 cosa avete allo studio?

Ci piacerebbe organizzare una visita ai nostri conterranei in Australia che da più di dieci anni non vediamo e che, da tempo, chiedono visibilità e una nostra presenza unitamente alle autorità locali perché la presenza del sindaco o del presidente della provincia sono, per loro, motivo di orgoglio e riconoscimento dell’importanza del loro lavoro. In più dovremo riuscire a pubblicare un primo libro di approfondimento sul nostro centro di documentazione dedicato alla storia e alle vicende del Messaggero di Lucca che fu la prima iniziativa, editoriale, organizzata a Lucca per i nostri all’estero ancor prima della nascita dell’associazione.

Qual è la delegazione più numerosa all’estero?

C’è un testa a testa tra quella della Bay area di San Francisco e quella di San Paolo del Brasile. Si tratta di oltre 300 mila persone per ciascuna comunità.

E la più attiva?

Difficile fare una classifica perché le attività si differenziano moltissimo da associazione ad associazione. Ci sono circoli più attivi in ambito culturale, circoli più attivi in ambito assistenziale o ricreativo o solidaristico.

 

 

 


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