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L'interSVISTA

Federica Angeli, giornalista di... scorta

mercoledì, 10 maggio 2017, 00:45

di aldo grandi

Federica Angeli come si vive sotto scorta?

Non è sicuramente una vita facile, è come se vivessi agli arresti domiciliari. Con l'unica colpa di avere, semplicemente, raccontato il malaffare in un quartiere di Roma, Ostia Lido. E' difficile anche spiegare a tre bambini piccoli cosa significa essere privati della propria libertà.

E lei glielo ha spiegato?

Sì, ho cercato, sulla falsariga del film La vita è bella, di trasformare un dramma in un gioco. Ho raccontato loro che la mamma aveva fatto un bellissimo articolo e che il giornale, per premiarla, le aveva dato due autisti.

E loro ci hanno creduto?

Sì e ora raccolgono i punti, articolo dopo articolo, per arrivare alla villa.

Cioè?

Cioè il primo premio erano appunto gli autisti e il secondo sarebbe stato la villa. Così mi disse il secondo figlio. E su questa falsariga andiamo avanti in questo gioco anche se, ora, hanno capito tutto.

Lei non si è stancata di giocare?

No. Per ora ancora no. 

Anche a costo di ritrovarsi da sola a giocare?

Se intende la possibilità che possa accadere qualcosa ai miei figli non voglio nanche pensarci. Se allude a un gioco di squadra con lo Stato al mio fianco, sono sempre stata sola.

Ci riferivamo, in realtà, alla solitudine professionale di chi, agli occhi dei colleghi, si diverte a voler fare l'eroe.

La solitudine sicuramente pesa, come pesa il sentirsi additare come la privilegiata quando, in realtà, la vita sotto scorta è dura. Penso che il nostro ambiente sia molto anaffettivo, pieno di primedonne e, invece di mostrare solidarietà, spesso colgo segnali di invidia e di delegittimazione. E questa è una cosa che mi ferisce.

La solitudine dei numeri primi?

La solitudine di un numero perché alla fine quello sono. Se c'è una cosa che non mi ha minimamente cambiato e sono felice di questo, è il fatto che seppure abbia avuto visibilità, sono rimasta con i piedi per terra. Scrivo dall'incidente stradale all'inchiesta importante senza sentirmi sminuita se devo fare anche, per caso, una breve. Chi si monta la testa perde l'essenza di questo mestiere che è fatto di umiltà, curiosità e saper stare dietro le quinte.

Non ci pare che questo sia il suo caso, parliamo del saper stare dietro le quinte. Lei è, con quello che ha fatto, costantemente sotto la luce dei riflettori. Le dispiace?

Diciamo che tengo a calibrare e a misurare i miei interventi, per esempio in televisione. Preferisco molto di più andare nelle scuole, partecipare a convegni come quello di oggi a Lucca, piuttosto che stare su un piedistallo. Non mi piace essere adulata, ma ritengo che per il mio modo di vedere il giornalismo - se parlare di me è essere sotto i riflettori può smuovere coscienze e far venire la voglia di alzare la testa - allora sì ha un senso stare in prima fila. Non sopporto, però, chi lo fa per narcisismo.

Lei è una cronista d'assalto. Ci racconta di quella volta che, per evitare di fare una brutta fine, fu costretta a lavare i piedi di un boss?

Stavo lavorando a una inchiesta per scoprire il traffico di armi a Roma. Insieme a aquello che si prestò a fingersi mio compagno per introdurmi in quegli ambienti malavitosi di criminalità straniera, eravamo a una cena con un boss albanese in un grande appartamento alla Balduina, un quartiere della Roma bene. Eravamo a cena, tutti uomini e dalla stanza accanto si sentirono, ad un certo punto, delle grida disperate di una donna che veniva picchiata. Mi spiegarono che si trattava di una prostituta che non voleva cedere a lavorare in strada e che quindi stava avendo la giusta punizione. Feci una espressione contrariata che mi costò il lavaggio dei piedi al boss in segno di sottomissione. Era l'unico modo per uscire indenni da quella situazione e non far saltare la maschera che avevo indossato per riuscire a infiltrarmi in quell'ambienmte.

Sia sincera: suo marito come la prese?

Malissimo. Ogni volta che mi avventuro in una inchiesta delle mie, sono periodi bui con lui. Si litiga, mi ricorda che sono una moglie e una madre oltre ad essere una cronista.

Perché?, lei per caso se lo dimentica?

No, però, chi vive questo mestiere con la stessa passione con cui lo vivo io dimentica, a volte, di essere qualcosa di altro da un giornalista. Per arrivare a scoprire la verità si perde persino il senso della paura. Poi, certo, a freddo, quando ripenso alle situazioni in cui mi sono infilata, capisco perfettamente le rimostranze di mio marito.

Un santo?

Sì. Gli spunterà l'aureola fra un po', ne sono certa.

Come giornalista che cosa le manca?

Direi nulla. La solidarietà dei colleghi forse, ma va bene lo stesso.

Lei è nata e cresciuta ad Ostia, non proprio Oxford.

E' per questo che riesco a lavorare in empatia con le persone della strada perché vengo anche io da un quartiere difficile. Per raccontare le vite difficili delle persone devi saperle guardare, capire e chi non ha vissuto questo, secondo me, non potrà mai essere definito un cronista.

Da come parla facciamo fatica a pensare che possa avere delle simpatie politiche.

Zero. Detesto la categoria. E credo che la cosa sia abbastanza reciproca.

Sarà forse per questo che chi si occupa di cronaca nera o anche giudiziaria raramente riesce a scalare i gradini della carriera professionale?

Immagino di sì. Ma quanta soddisfazione nell'essere liberi e nel non dover dire grazie proprio a nessuno se non al proprio entusiasmo di fare questa professione.

Le malelingue dicono che lei sia una aperta sostenitrice dei Grillini.

Proprio?

Si dice...

Basta accendere i social e capire gli insulti bipartizan per rispondere a questa domanda. 

Federica ha mai paura?

Sì certo. Come dico ai miei figli: avere paura è una cosa importante perché se non hai paura non trovi neanche il coraggio per superarla. 

Allora vuol dire che lei di paura deve averne davvero parecchia...

E' direttamente proporzionale al coraggio, quindi sì (ride di gusto ndr).

Per una donna che vive in maniera così totalizzante la propria professione, che ha una famiglia, tre figli, un marito, resta del tempo per dedicarsi a qualcosa?

Sì, i miei spazi me li ricavo, anche perché dormo tre ore al giorno. Quindi ho trasformato anche l'insonnia in qualcosa di positivo.

Lei soffre di insonnia?

Sì, da quando sono adolescente.

Significa che venti ore al giorno lei tiene gli occhi aperti?

A volte li chiudo anche se non dormo e sogno.

Qual è il suo sogno ricorrente?

Oggi le dico che è la scena di me che corro su una spiaggia con i miei figli, mi giro e non c'è la scorta, ma mio marito che ci scatta una fotografia. Quel fermo immagine è quello che mi auguro per il mio futuro prossimo perché io sono certa che tornerò libera.

Dipende solo da lei: basterebbe ritirarsi a coltivare l'orto o, magari, a scrivere di sport.

O magari, invece, lo stato si sveglia e addrizza questo paese.

Allora la sensazione è che dovrà sognare ancora per molto.

E allora mi accontegnerò di sognarlo. Di fare io un passo indietro non se ne parla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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