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L'interSVISTA

Coronavirus, Roberto Perico: l'amico ritrovato (sano e salvo)

martedì, 28 aprile 2020, 18:25

di aldo grandi

Roberto Perico, a Lucca in molti la ricordano per la sua simpatia, la sua serietà e la sua professionalità. Poi, nel 2016, rientrò nella sua Bergamo, una città e una provincia che sono state colpite in maniera devastante dal Coronavirus. Come lei del resto.

Io ho avuto i primi sintomi mercoledì pomeriggio, il 4 marzo, quando ho cominciato a sentirmi stanco e non sono più andato in ufficio. Non ero più in grado di ricoprire l'incarico di responsabile  della direzione territoriale di Bergamo Brescia Lecco e Como del gruppo Banco Bpm. Il venerdì successivo, 6 marzo, mi sono recato all'ospedale Bolognini di Seriate e sono stato sottoposto ad un tampone il cui esito mi sarebbe stato consegnato il martedì seguente. Tornato a casa, il sabato pomeriggio, 7 marzo, ho avuto la febbre alta e la domenica, 8 marzo, mi sono recato nella stessa struttura ospedaliera per sottopormi ad una Tac polmonare. La Tac, purtroppo, ha evidenziato la presenza di una polmonite interstiziale, ossia la forma peggiore di questo virus.

Qual è stata la sua reazione?

Io non pensavo, essendo stato sempre in ottima salute, di poter contrarre questo virus. Di fronte all'esito è come se mi fosse crollato il mondo addosso. La prima cosa è stata pensare ai miei familiari perché ero preoccupato di averli contagiati. Contestualmente ho pensato ai colleghi con cui avevo condiviso gli spazi 
a livello di direzione e a quelli con cui ero venuto a contatto negli ultimi giorni. Mi sono subito preoccupato di redigere una lista di persone con cui avevo avuto rapporti e li ho avvisati tutti. Dal lunedì successivo i colleghi sono stati messi in quarantena e per due settimane non sono potuti uscire di casa. Il gruppo bancario sin dalla notizia dei primi casi ha messo in atto un protocollo a tutela della salute dei colleghi: coloro che fossero venuti a contatto con persone contagiate, immediatamente, sarebbero dovute restare a casa.

E' stato così anche per lei?

Per quanto mi riguarda, appena conosciuto l'esito, mi hanno immediatamente ricoverato, con grandissima prontezza e professionalità, nel reparto di cardiologia del medesimo ospedale che, in quelle ore, è stato trasformato in reparto Covid.

Lei ha vissuto la fase cruciale dell'epidemia. Ricorda l'atmosfera di quei giorni?

Ovviamente sono giorni che mai nessuno dimenticherà nella propria vita. C'era molta preoccupazione da parte degli operatori sanitari perché si era all'inizio e avendo una scarsa conoscenza degli effetti di questo virus neanche loro erano in possesso di un'adeguata preparazione, però, da subito, mi hanno prescritto un protocollo medico che era già stato sperimentato. Appena entrato in camera, dopo un quarto d'ora avevo già 
delle flebo e ho cominciato la terapia medica.

Ma come si sentiva fisicamente?

I primi giorni ti senti con il fisico distrutto, mal di ossa e di spalle, mal di testa, insomma, molto provato. Sei vuoto e hai dolori dappertutto. Questo stato è persistito per i primi quattro giorni nei quali ho perso l'appetito e non ho mangiato se non gel di marmellata. Non avevo voglia di mangiare nulla e non sentivo sapori e odori.In quel periodo gli infermieri, persone straordinarie che costantemente garantivano pronta assistenza e attenzione nei confronti dei pazienti, hanno lavorato bardati con mascherine e occhiali, il che comportava maggiore difficoltà nel svolgere il proprio compito, già difficile di per sé. Persone di un' umanità incredibile, medici bravissimi che col tempo sono diventate persone amiche. Da non dimenticare che una volta finito il turno avevano a casa una famiglia e una costante preoccupazione di contagiare i propri cari.

Lei è sempre stato uno sportivo che si è anche cimentato con delle competizioni ciclistiche amatoriali molto impegnative. Si pensa che chi ha pratica una attività sportiva regolare non dovrebbe avere problemi di 
respirazione caratteristici di chi contrae il virus. Lei li ha avuti?

E' ovvio che quando uno ha la polmonite ha, per forza di cose, dei problemi respiratori. Io, sin dall'inizio, sono stato accompagnato giorno e notte dall'ossigeno attraverso due cannule nel naso, ma non ho mai avuto grossi problemi respiratori. L'esame più significativo che evidenzia il tuo livello di ossigenazione si chiama emogas. Da questo esame si poteva evincere che il livello di ossigeno stava iniziando a diminuire, anche se io non me ne rendevo conto. Così, il mercoledì pomeriggio 11 marzo mi hanno fatto indossare quello che, tecnicamente, si chiama CPAP, un casco-contenitore che avvolge la testa e che ti stringe la base del collo, fornendo regolarmente ossigeno ai polmoni. Sei in una posizione quasi orizzontale. L'ho tenuto cinque giorni e cinque notti e non è stata un' esperienza piacevole. Dopodiché ho iniziato a sentirmi meglio. 

In quei giorni lei era solo?

Non poteva entrare nessuno salvo i medici e gli infermieri.

I suoi familiari sono stati contagiati?

No, fortunatamente no. Mia figlia ha avuto una settimana di febbre, ma poi è tutto passato.

E' stato più difficile affrontare la sua esperienza sotto il profilo fisico o sotto quello psicologico?

Fisicamente ho sofferto, ma la maggior sofferenza è stata quella psicologica. La mente non si fermava mai: pensavo alla famiglia, a questa situazione, a cosa sarebbe successo dopo, alle conseguenze, a cosa sarebbe diventato il mondo dopo questo dramma sanitario. Inoltre,  ed è una cosa abbastanza comune ai pazienti di Covid 19, perdi il sonno e la notte si finisce per pensare come il giorno. Tutt'ora dormo pochissimo, un paio d'ore poi ti svegli, dormi un'ora e ne stai sveglio due...

Lei durante la giornata era, comunque, vigile.

Soprattutto, da quando mi è stato tolto il casco.

Ecco, era a conoscenza dell'ecatombe che stava avvenendo nella sua provincia?

Me ne rendevo conto in ospedale perché i primi giorni era un campo di battaglia. Gente che arrivava e, poi, certo, mi informavo, leggevo i giornali attraverso l'i-Pad. Al di là di quello che leggevo c'erano, poi, gli amici che mi scrivevano sul cellulare.

Ha perso delle persone conosciute?

Tantissime. Anche amici, molti conoscenti, poi Bergamo è come Lucca e con il mio ruolo conosco un po' tutti. Questo virus ha sfatato il mito delle persone anziane colpite, qui sono morte persone anche di giovane età, perfettamente sane fino al giorno prima. In particolare e da quello che ho capito io, chi non è andato con grande velocità in ospedale ha finito per avere la peggio.

Parlando con lei è difficile credere che sia stato tutto uno scherzo. Nel senso che è veramente arduo credere che il lockdown sia stata una esagerazione. Lei cosa ne pensa?

Io ritengo che l'isolamento sia doveroso e sia stato comunque un provvedimento intelligente. E' lo strumento, e lo dico col cuore, che ha impedito il diffondersi in maniera ancora più esponenziale questo virus. E' chiaro che questa situazione ha messo in discussione anche l'economia del Paese e soprattutto delle nostre regioni, le più colpite. E' stato, però, un provvedimento indispensabile.

Quando si è accorto che il peggio era passato?

Quando mi è stato tolto il casco e sostituito con una maschera con l'ossigeno. Poco alla volta è tornato l'appetito e ho iniziato a recuperare un minimo di forze. Nei primi 17 giorni di ricovero mi sono state somministrate numerosissime pastiglie, alla scadenza del 17° giorno non mi hanno più dato alcun tipo di medicinali. Il 18° giorno mi hanno fatto degli esami dai quali è emerso che io sarei potuto andare in una struttura protetta o a casa isolato. Io ho scelto di andare a casa. Ho degli spazi che mi consentivano di 
rimanere da solo e così è stato. Sono rimasto in isolamento domestico per tre settimane in una parte della casa senza avere alcun contatto se non telefonico con i miei familiari.

Finalmente era tornato a respirare...

Assolutamente sì anche perché giorno dopo giorno riacquisti le forze.

Qual è il gesto, appena riacquistato un minimo di vitalità, che le ha dato maggiore soddisfazione?

Una doccia. Breve perché anche nei primi momenti si è stanchi. Poi ho cominciato la mia convalescenza. Ho effettuato un primo tampone il giovedì Santo che è risultato negativo e il secondo il martedì dopo Pasqua ed è risultato negativo anche quello. Da quel momento ho  ripreso a frequentare la casa e a fare delle uscite molto limitate. E lunedì scorso sono tornato in ufficio.

C'è chi dice che si riprende come prima e chi, invece, sostiene il contrario. Lei come ha vissuto il suo rientro tra i comuni mortali?

Fisicamente sono tornato al 90 per cento e mi ritengo fortunato perché ho avuto una ripresa molto rapida. Però, dire che sono quello di prima è un azzardo. Il modo di vedere la vita è ovvio che sia diverso. Quando vivi un' esperienza del genere e vedi gli eroi all'opera, sei portato ad avere una visione del mondo diversa, con 
grande considerazione per il lavoro degli altri, soprattutto di quelli che aiutano a salvare vite umane. Apprezzi, inoltre, di più le amicizie, le persone che ti sono state vicine.

A Lucca ci sono parecchi che la rivedrebbero volentieri.

Io approfitto di questa intervista per ringraziare tutti gli amici lucchesi e non solo, così come tutti i colleghi - che sono stati tanti - che mi sono stati vicino tramite messaggi. Mi ha fatto piacere. E mi creda non è la classica frase di circostanza.

Quando un salto da queste parti?

Io mi auguro in estate, in Versilia, per riabbracciare il mio amico Roberto Santini e tutti gli amici di Lucca.

Lei è da sempre un grande tifoso dell'Atalanta. Poco prima dell'inizio di questa tragedia, a San Siro, la squadra di Bergamo ha affrontato e battuto agli ottavi di Champions il Valencia in un evento che è stato considerato una sorta di focolaio per il virus. C'erano oltre 40 mila bergamaschi. Sia sincero: c'era anche lei?

Assolutamente sì e mi ero anche già prenotato per il ritorno a Valencia. Purtroppo non è stato possibile andarci.

E non crede che, forse, potrebbe essere stato contagiato proprio in quella circostanza?

Quella sera eravamo in otto amici a vedere la partita. L'unico che ha contratto il coronavirus sono stato io ed eravamo tutti, più o meno, della stessa età. Non mi sono mai chiesto dove potessi aver contratto la malattia, però, quella serata resterà scolpita nel mio cuore indipendentemente da quello che è successo.

Penultima domanda: il ritorno dove lo ha visto?

Il ritorno è stato la sera di martedì 10 marzo, due giorni dopo il mio ricovero. Avevo la testa appesantita, ma la partita l'ho vista sul mio tablet in ospedale. Dopo, quando sono tornato a casa, me la sono vista altre due volte.

Perico si dice che la salute viene prima di tutto, ma adesso la gente comincia a pensare che, forse, anche poter lavorare e guadagnarsi da vivere sia prioritario. Lei cosa ne pensa?

Innanzitutto viene la salute, ma è ovvio che poi sia fondamentale convivere con le necessità economiche. La priorità è sopravvivere, subito dopo dobbiamo tornare alla nostra vita lavorativa, facendoci forza a vicenda, rispettando le regole, senza perdere la consapevolezza che questo Paese sarà in grado di affrontare qualsiasi difficoltà.


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