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L'interSVISTA

Covid-19, Capobianco ironico: "Dal Governo potenza di fuoco? No, di acqua"

mercoledì, 21 ottobre 2020, 13:30

di aldo grandi

Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro, descrive le condizioni oggettive delle piccole e medie imprese alla luce delle restrizioni disposte dal Governo in materia di Coronavirus: "Potenza di fuoco di Conte & C.? Potenza sì, ma di acqua".

Lei è presidente di Conflavoro e la sua associazione tutela proprio le piccole e medie imprese falcidiate, se non peggio, dai provvedimenti adottati dal Governo per fronteggiate l'emergenza sanitaria. Qual è la situazione oggettiva dal suo osservatorio privilegiato? 

Le imprese, in questo periodo storico, navigano a vista in un mare di incertezze e di paure. Quello che ci preoccupa non è il vivere oggi le sfide quotidiane delle nostre imprese, ma il futuro, oggi più che mai incerto. Quello che abbiamo vissuto negli ultimi mesi è necessario suddividerlo in settori. Ci sono settori che non vedono ripresa come il turismo, il commercio e l’indotto ad essi collegato e settori che con fatica riescono a portare avanti la loro attività con un sistema stato che non riesce a rendere facile la loro vita e non riesce a rendere operativi quei pochi strumenti messi in campo durante la fase più acuta della pandemia. Uno fra tutti il difficile acceso al credito. La così conclamata potenza di fuoco che doveva iniettare liquidità nel mondo imprenditoriale si è verificata invece in una potenza d’acqua e le imprese che faticavano ad ottenere un prestito continuano ad ottenere le stesse risposte dagli organismi bancari. 

E’ evidente che è il Governo a non avere credibilità dalle banche le quali, probabilmente, sanno il rischio a cui vanno incontro concedendo prestiti in condizioni difficili. 

Io non credo che le banche temano che la contro garanzia dello stato italiano non sia una buona copertura. Anzi, le stesse banche hanno commutato i debiti di tanti imprenditori fatti in precedenza con finanziamenti garantiti dallo stato. Quello che vediamo, invece, è un sistema bancario lento, stanco che non riesce a dar seguito alle numerose richieste dei nostri imprenditori al sistema del credito. 

Colpa o dolo? 

Gli istituti bancari non sono enti no-profit e concedere prestiti con tassi sotto la media per loro non è così entusiasmante motivo per cui la maggior parte del sistema bancario si impegna in maniera insufficiente per poter dare seguito alle numerose richieste pervenute.

Le partite Iva sono il principale bersaglio e la maggiore vittima di quella che noi chiamiamo, ci passi il termine, dittatura sanitaria. Quanto potranno ancora resistere con divieti e impedimenti come quelli che da mesi vengono decisi da una classe ‘politico-digerente’ che, Covid o non Covid, alla fine del mese si porta a casa una media di oltre 10 mila euro al mese? 

Le partite Iva non riusciranno ancora per molto a resistere in queste condizioni limitate per la loro attività imprenditoriale. Abbiamo chiesto ad alta voce numerosi provvedimenti che potessero dare quella libertà aziendale per poter gestire al meglio la crisi che si sta toccando. Non crediamo ad esempio che il blocco dei licenziamenti sia stata una mossa giusta per poter aiutare il sistema lavoro. 

In che senso scusi? Forse era meglio lasciare libertà di licenziare così, almeno, questo Governo avrebbe percepito i danni che stava provocando? 

Le aziende non amano e non vogliono licenziare, ma se una crisi economica del genere mette a repentaglio la politica aziendale, non può non esserci una azione di ristrutturazione e di innovazione dell’impresa per superare questo momento. E se un imprenditore che vuole cambiare attività lavorativa reinventandosi qualcosa che generi delle nuove entrate, oggi è impossibilitato nel poter rigenerare il proprio organico aziendale. 

Altro che liberismo economico e democrazia. Si va avanti a colpi di misure dittatoriali che costringono imprenditori, commercianti e cittadini a farsi spremere come limoni. 

Abbiamo troppo rispetto di noi stessi per solo immaginare di vivere in uno stato dittatoriale. I nostri imprenditori sono nati liberi e continueranno nel segno della libertà imprenditoriale sottostando e rispettando norme oggi più che mai non digeribili e puntando su ciò che ha fatto grande il paese, la mente il genio e la forza dei nostri imprenditori. 

Incazzarsi e ribellarsi no eh? 

Siamo incazzati, non possiamo nasconderlo. Dopo dieci anni di crisi economica la pandemia ha spazzato ogni speranza di ripresa. Il futuro è ciò che più spaventa i nostri imprenditori, il futuro da dare ai propri collaboratori, ai propri figli, alla propria azienda. Servono, quindi, una progettualità e delle riforme strutturali che diano una idea di futuro nel segno dello sviluppo imprenditoriale e che si rivolgano con piena attenzione al mondo dimenticato dei nostri giovani. 

Le misure di contenimento e distanziamento distruggono il tessuto imprenditoriale, ma le tasse restano le stesse e devono continuare ad essere pagate nonostante tutto. Così come i contributi e gli oneri sociali. Ad esempio, se si riduce l’orario di apertura di un locale o se ne modificano le modalità di lavoro, non dovrebbe essere giusto ridurre l’onere fiscale? 

Dovrebbe essere logico in uno stato attento al sistema imprenditoriale. Questa mattina abbiamo inviato due nuove missive al presidente del Consiglio Conte. 

E pensa che le leggerà? 

Sì. 

Ottimista davvero. Complimenti. 

In tutti questi mesi abbiamo avuto stretti contatti con la presidenza del consiglio dei ministri e con i membri del Governo riportando tutte le istanze e le necessità per superare uniti questo periodo. E parte delle nostre richieste si sono trasformate in leggi. Le due nuove missive portano le osservazioni sul nuovo Dpcm del 18 ottobre 2020. 

Una boiata invero… 

Il Dpcm del 18 ottobre è carente di qualsiasi forma di aiuto e sostegno a quel mondo imprenditoriale che da mesi è in lockdown, che non vede incassi e non sa quando poter ripartire con la propria attività, ma, soprattutto, abbiamo voluto precisare che il mondo delle palestre non può essere giudicato dal comportamento scorretto di pochi che non rispettano, eventualmente, le misure anticontagio. 

Capobianco noi avevamo appena due anni quando abbiamo iniziato a fare sport e soltanto a 59 anni, per forza di cose, abbiamo smesso di andare in palestra. Ci spiega come si può pensare, questi geni del Governo, di fare attività sportiva al coperto indossando la mascherina o evitando di spargere le particelle del proprio respiro a distanze siderali? Non le sembra che, visti anche esteticamente, questi politicanti a tutto abbiano pensato nella loro vita fuorché a curare il proprio aspetto fisico? 

Ci sono protocolli anticontagio applicati nel settore delle palestre che sono in grado di arginare il contagio del Covid-19. Palestre che hanno speso migliaia di euro per mettere a norma la propria struttura e che oggi faticano a far quadrare i conti aziendali mantenendo un numero basso di presenze. E sentirsi minacciare con un ultimatum di sette giorni da possibile chiusura a fata da destinarsi, non mi è sembrato e non ci sembra un atteggiamento responsabile di coloro che hanno investito e continuano a investire sul territorio. Se gli organi di vigilanza individuassero delle palestre che non hanno rispetto dei protocolli anticontagio è giusto che queste paghino, ma non è pensabile che per un errore di pochi paghino tutti. 

La realtà, caro Capobianco, è che sono tutti finocchi, ma con il c..o degli altri e ci passi questo eufemismo. Veniamo alla seconda missiva. 

L’altro tema ancora irrisolto riguarda i canoni di locazione che gli imprenditori sospesi dai vari decreti ancora oggi sono tenuti a pagare non ricevendo nessun aiuto dallo stato che possa permettere una serena collaborazione tra proprietario e affittuario. Quello che sta avvenendo è che molti affittuari non sono in grado di poter rispettare le mensilità locative scaricando loro malgrado il debito sui proprietari che non vedono in egual misura supporto e aiuto da chi ha bloccato loro l’attività. Chiediamo, quindi, un contributo del 100 per cento come credito di imposta, l’azzeramento di ogni onere tributario o impositivo, una proporzionale riduzione dell’Imu in frazione d’anno con una concessione, in caso di mancato pagamento dell’affitto non imputabile al locatore, di una proporzionale e adeguata diminuzione dell’Imu. 

Ultima domanda: meglio rischiare di ammalarsi di Covid-19 o morire, sicuramente, in miseria come si profila all’orizzonte? Basta una risposta breve presidente. 

Il Covid-19 non ha più quella forma aggressiva tanto temuta e che tanto ha causato durante la prima fase di pandemia. Continueremo a rispettare le misure anticontagio, ma non ci fermeremo nella nostra azione per poter far sì che la classe dirigente impieghi tutte le misure necessarie per frenare ed evitare una maggiore crisi economica per il nostro tessuto aziendale. 

E se fra 15 giorni dovesse essere applicato, come già a Milano e in Lombardia dal 22 ottobre, il coprifuoco e, magari, anche il lockdown, lei cosa farebbe? 

Abbiamo già vissuto questa esperienza drammatica che ha portato a una distruzione del tessuto economico più debole già in difficoltà e che con fatica riusciva a portare avanti la propria impresa. Un secondo lockdown non possiamo permettercelo e come associazione di categoria faremo di tutto per far sì che questa linea non venga presa nemmeno in considerazione”.

 


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