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“Capitale e ideologia” di Thomas Piketty: una proposta per un nuovo socialismo della partecipazione

giovedì, 2 luglio 2020, 16:41

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento, firmato da Alberto Angeli, in cui si riprende il contenuto di "Capitale e Ideologia" di Thomas Piketty.

"In Capitale e Ideologia Thomas Piketty ( 1184 pagine, 17 Capitoli, oltre 120 grafici ) riprende l’analisi del capitalismo contemporaneo ripartendo  dalla conclusione del saggio” Il Capitalismo del XXI secolo”  ( è la continuazione, precisa Piketty),  in cui scriveva come le società agli inizi del XXI secolo, sia nei paesi ricchi dell’OECD [L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico] sia nel resto del pianeta, si caratterizzassero per una irrimediabile, crescente disuguaglianza di reddito e patrimonio. In questo lavoro  Piketty si spinge oltre la lettura dei dati statistici, poichè Il suo obiettivo è trovare una via d’uscita dalle lacerazioni create dalla disparità economica. Per questo formula quella che considera l’unica proposta possibile, lavorare per il superamento del sistema che ha condotto alla presente situazione, il capitalismo. Intendiamoci, egli precisa che superamento tuttavia non deve intendersi abbattimento, un’azione che richiederebbe un movimento millenaristico nel quale si sono consumate le energie di generazioni di militanti anarchici, socialisti e comunisti. Il superamento del capitalismo e della proprietà privata, da porsi come obiettivo,  deve avvenire all’interno di un quadro giuridico che non ne cancelli l’istituto, ma non consenta più che sia possibile l’arricchimento di pochi,  ma la ricchezza prodotta sia indirizzata alla crescita del bene di tutti. Si creerebbe così un sistema nuovo, in grado di sorpassare il capitalismo, di andare insomma più veloce, perché più efficiente nel creare ricchezza sociale.

Le diseguaglianze sociali, politiche ed economiche non sono il prodotto del nostro tempo, anzi.  Tuttavia, ciò che distingue il presente da altre epoche della storia sono gli argomenti con i quali si tende a giustificare la forbice della ricchezza, riconoscendo a questa forma una sua ideologia delle diseguaglianze. Il saggio di Piketty si propone proprio l’obiettivo di esaminare questa ideologia con la quale una società perviene a legittimare le distanze di reddito e di patrimonio, per metterne in discussione le fondamenta giuridiche, politiche e sociali. Proprio sulle ideologie, però, ritiene opportuno esprimere un  giudizio positivo, in quanto le considera una forma politica mediante cui si esprimono le relazioni del mondo, gli avvenimenti economici e sociali all’interno delle quali le diseguaglianze trovano forma e sostanza, fino ad essere giustificate. Appunto, fin dall’inizio Piketty ci guida nella storia per svelarci come storicamente le disuguaglianze non sono mai state semplicemente imposte, ma sempre giustificate. Per questo, allora, per chi voglia sconfiggere quelle del presente, è utile tornare indietro nel tempo e capire come le società del passato abbiano spiegato le loro.

Piketty ci tiene a precisare che il suo non è un lavoro di storico. Eppure molti capitoli possono essere letti come analisi storica, in altre parole un’indagine su come la narrazione delle diseguaglianze si è evoluta nel tempo e nelle diverse aree del mondo, almeno in quelle che l’autore esamina con dettaglio e sostegno di dati: L’India, l’Estremo Oriente asiatico, gli Stati Uniti, i Caraibi, l’Europa Occidentale. Dall’analisi emergono tre modelli ideologici. Il primo è l’ordine tri-funzionale, che spiega le disuguaglianze fra le classi sulla base dei loro diversi ruoli all’interno della società. Il secondo modello di disparità è quello delle società schiavistiche: qui la disuguaglianza diventa massima, fondata com’è sull’estensione del diritto alla proprietà fino al possesso dell’altrui persona. L’ideologia proprietaria, è il terzo dei modelli ideologici presi in esame da Piketty, modello che sacralizza la proprietà così da considerarla un diritto assoluto e irrinunciabile, questo perchè la proprietà è considerata il fondamento dell’edificio sociale e qualsiasi tentativo di discuterla mette a rischio l’ordine della società. Piketty la definisce l’ideologia proprietaristica.

La traiettoria dell’ineguaglianza, come Piketty riferisce dell’ideologia proprietaristica, nelle società proprietarie, sia in Europa, sia, in misura minore, in America, decolla lungo l’arco dell’ottocento e raggiunge l’apice alla vigili della prima guerra mondiale. Da quella data e fino agli ottanta del 900 questo l’ineguaglianza segna un declino: ciò avviene a causa  delle spese di guerra alle quali gli stati fanno fronte mediante l’adozione di una fiscalità rigorosa nei confronti dei grandi patrimoni. L’altro fatto storico è la Rivoluzione d’ottobre che, dopo la presa del potere dei rivoluzionari, cancella ogni segno della proprietà in un territorio immenso e si propone di unire sotto le sue bandiere i salariati dell’occidente, minacciando di portare la rivoluzione nel resto del mondo. Segue la grande depressione degli anni trenta, dalla quale  origina una corrente di pensiero che abbatte la fiducia nel capitalismo. Piketty coglie in questi rivolgimenti sociali e politici che sconvolgono l’occidente i segnali di una traiettoria socialdemocratica, associando a questa sua lettera della storia anche il New Deal rooseveltiano: fiscalità progressiva, stato sociale, protezione legale dei diritti sindacali, nazionalizzazione di alcuni servizi fondamentali. Sono questi cambiamenti indicativi di un nuovo passo verso la diminuzione delle diseguaglianze, almeno fino al 1980, anno in cui il tempo sembra fermarsi e la storia cambiare traiettoria, perché è in quel momento che egli coglie i segnali di una nuova fase del proprietarismo.  È il tempo del presente, in cui prende vita un nuovo soggetto: il neo-proprietarismo meritocratico, secondo cui la ricchezza è intrinseca al merito, all’individuo coraggioso pronto all’avventura, un miscuglio di talento ed etica del lavoro. Doti che la povertà non possiede, per cui la disuguaglianza, che ne origina, è non solo  naturale ma inevitabilmente anche giusta.

Per Piketty è a causa dell’estrema disuguaglianza se nel corso di questi anni lo sviluppo ha subito fasi deprimenti: la sfacciata ricchezza di pochi immobilizza enormi ricchezze in una posizione improduttiva, facendo mancare le risorse fondamentali per settori vitali come l’istruzione pubblica, la difesa dell’ambiente e il sostegno a chi vive ai margini della società. Occorre mettere in atto le necessarie correzioni, magari ispirandosi all’unica epoca della storia in cui si è affermata una breve esperienza di relativa eguaglianza, che egli indica nell’età della socialdemocrazia, vissuta fra la fine della seconda guerra mondiale e primi anni del 900. Fu la decisione di adottare lo strumento della leva fiscale, rivedendone l’applicazione oltre l’esperienza socialdemocratica, magari calibrandolo su scala internazionale. Per questo  Piketty , guardando ad oggi, propone tre imposte progressive, rispettivamente sul reddito (fino all’80/90% del prelievo per la fascia cento volte superiore alla media nazionale);  il patrimonio (fino al 90% del prelievo per le fortune pari a 10.000 volte il patrimonio medio);  e le successioni.  Al proposito ritiene che debba essere costituito un catasto internazionale pubblico delle proprietà, sia immobiliari sia finanziarie, che dovrà fornire alle amministrazioni dei singoli stati nazionali le informazioni indispensabili per accertare la ricchezza dei rispettivi contribuenti.  Per altre misure impositive, che ritiene dovrebbero essere tese a impedire l’accumulo disordinato della proprietà, Piketty ne affianca una di natura del tutto diversa, diretta a tagliare il nesso fra proprietà e decisionalità, la cogestione delle imprese. Sulla linea di programmi già messi in pratica dalle socialdemocrazie nordeuropee, si tratterrà di attribuire alla rappresentanza dei salariati il 50% dei voti nei consigli di amministrazione delle imprese lasciandone la restante metà all’azionariato.

Le risorse così ricavate, attraverso il prelievo fiscale, dovrebbero essere utilizzate per finanziare lo stato sociale ed ecologico, il reddito universale di base (corrispondente al 60% del reddito medio) e la dotazione universale di capitale, pari, nei paesi ricchi, ad una somma di 120.000 euro da erogare ad ogni cittadino/a al compimento dei 25 anni. Piketty chiama l’insieme delle sue proposte “socialismo partecipativo”, un binomio che andrebbe letto come partecipazione sociale al capitalismo e che egli  ritiene  essere del tutto diverso dai due progetti che hanno marcato il Novecento: quello comunista volto ad abbattere il sistema capitalista a partire dalla conquista dello stato e quello socialdemocratico teso ad anestetizzarlo con dosi massicce di nazionalizzazioni.

Per Piketty, questa forma di socialismo partecipativo supera il capitalismo senza dover pagare i costi che ne comporterebbe la distruzione perché ne mantiene il nucleo vitale, la proprietà, cambiandone però la natura. La proprietà va difesa, sostiene Piketty, perché è indispensabile al manifestarsi dell’individualità. Per comprenderne il significato sociologico in questa postmodernità egli vuole affermare un principio di politica economica, mettendo in chiaro che la proprietà è uno dei canali attraverso i quali la differenza riesce a esprimersi, e quindi è un’istituzione vitale. Tuttavia, per Piketty occorre evitare l’accumulo illimitato della ricchezza nelle mani di pochi, reiterando l’esclusione dei molti dalla giusta redistribuzione e impedendo la possibilità di impiegare tale ricchezza in una funzione sociale. In questo senso per Piketty il socialismo partecipativo cambia in modo radicale il sistema in cui l’esercizio della proprietà si manifesta, poiché da diritto immutabile ed ereditario si trasforma in usufrutto vitalizio di beni che, in gran parte, ritorneranno alla società. Sarà questa la strada per reintrodurre la proprietà nella circolazione quale bene sociale, così che tutti ne partecipino allo stesso modo e giovare alla comunità quale bene comune. Anche le risorse acquisite mediante la tassazione potranno essere destinate a nuovi programmi di investimento i setto importanti ( istruzione, ricerca, clima, ambiente, mobilità, trasporti ). In questo senso va interpretata la dotazione universale di capitale al compimento dei 25 anni. È una misura che democratizza il capitalismo dando a ciascuno non il diritto astratto, sulla carta, di entrare nel gioco del mercato, ma la possibilità concreta di partecipare alla competizione capitalistica nel settore dell’economia.

Tutto il lavoro di Piketty  si sorregge sull’enorme quantità di dati economici, demografici e sulla storia della disuguaglianza rilevata nelle società asiatiche, europee e americana. Un laboratorio, insomma, in cui il ricercatore non ha un attimo di sosta, forse necessaria per considerare gli scontri tra gruppi sociali che si sono contesi nel corso della storia quelle ricchezze, che lui ci ricorda con le statistiche, le quali non possono però svelarci le forme che il potere ha assunto nel corso del tempo e come ha esercitato la sua forza nel corso dell’evoluzione storica.  Questo è un limite su cui l’analisi di Piketty ha sorvolato. E non è il solo. Anche l’approccio alla ricchezza modifica nel tempo, ma il ragionamento che Piketty sviluppa sembra riposare su un percorso naturale, quasi evangelico, poiché non dà alcuna identità ai veri poteri decisivi nell’allocazione delle risorse e dell’impossessamento delle ricchezze. E’ appena il caso di rilevare la lontananza di questo lavoro dal precedente, orientato ad un compromesso sull’uguaglianza, rispetto al presente, in cui non è ravvisabile alcun ipotesi di aggiustamento in senso egualitario dell’economia mondiale, specie se si guarda al contenuto interiore della sua proposta che, a ben leggerla, ci svela una versione comunista dell’uguaglianza. Qualcuno potrà asserire che quella di Piketty sia solo un’ipotesi di lavoro, accademica magari, una qualificante e impareggiabile raccolta ed elaborazione di dati, e quindi sicuramente da non classificare come una possibile idea militante a favore di un elaborato socialista. Ma si sbaglierebbe. Il lavoro di Piketty è  condotto e compiuto con i piedi per terra e la testa sulle spalle. E’ un mattone o, se vogliamo, il disegno per costruire una casa, un modi di informarci che è possibile dire una parola diversa sul mondo, e quella parola è socialismo!"


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