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Politica

“Andate in Ungheria, senza di voi stiamo meglio": bufera sulle dichiarazioni del prefetto Morcone rivolte agli italiani

venerdì, 28 ottobre 2016, 00:52

di barbara pavarotti

Come può un’alta carica dello Stato, il prefetto Morcone, capo del dipartimento immigrazione del ministero degli Interni, parlare in modo tanto dispregiativo dei propri connazionali? Come può dire al Gr1 – radio del servizio pubblico, per il quale tutti paghiamo il canone - queste testuali parole riferendosi ai fatti di Gorino?

“Si devono vergognare di aver impedito la sistemazione di donne e bambini. Mi vergogno di averli come connazionali. Vadano a vivere in Ungheria, se non vogliono stare nel posto dove diamo accoglienza ai profughi. Noi staremo meglio senza di loro”.

Qualcuno si rende conto della gravità di queste frasi pronunciate da una figura istituzionale? O dobbiamo soltanto continuare ad accusare di razzismo, vigliaccheria, mancanza di solidarietà i 400 abitanti di Gorino? Come dire: degli italiani ne possiamo fare a meno, almeno di quelli – e il governo se ne faccia una ragione: sono circa la metà di una nazione spaccata - che chiedono il rispetto dei propri diritti e vogliono accogliere, sì, ma in base a una strategia, a un progetto a lungo termine e non solo frutto di un’accoglienza sempre emergenziale, sempre all’ultimo minuto, incapace di offrire, di fatto, una vera integrazione.

Bisogna parlarci con gli abitanti di Gorino per capire. Non sputare sentenze da Roma. Bisogna andare lì, in questo gruppo di case e una strada, per rendersi conto di come in una comunità tanto piccola, che vive della pesca alle vongole, dove non c’è nulla, nemmeno la scuola, i servizi essenziali, l’arrivo improvviso di un gruppo di migranti possa scatenare il panico. Ed è già successo, anche dalle nostre parti, nei nostri paesini, inutile far finta di nulla. Ma i gorinanti ora sono diventati una “vergogna nazionale”, si sono visti rovesciare addosso insulti di ogni genere e additati al disprezzo universale. Il ministro dell’Interno Alfano: quella - ovvero quel “postaccio” fra il delta del Po e l’Adriatico – non è l’Italia, come se questo gruppo di persone non risiedesse sul suolo patrio.

Lo stato schierato dà battaglia, sulla base di questo episodio, ai suoi stessi concittadini. Forse le uniche parole caute stavolta le ha dette Renzi, che, in vista del referendum, deve recuperare consenso e finalmente si accorge di essere il presidente del consiglio di tutti gli italiani: “ E’ una vicenda molto difficile da giudicare. Forse noi come Stato non siamo stati all’altezza”. E’ vero, purtroppo. Non sono stati all’altezza. Continuano a gestire un fenomeno che dura da anni sempre come fosse un evento straordinario. E fanno danni. Per i prefetti, che devono liberare i centri di prima accoglienza, va bene tutto: case, alberghi, immobili requisiti a forza, come l’ostello di Gorino. Mentre il sistema dell’accoglienza dovrebbe prevedere un monitoraggio preventivo, stabilire per tempo, cioè, quali sono le strutture idonee. Invece la soluzione sbuca dal cilindro all’ultimo momento, passando sopra le teste dei cittadini, dei sindaci, che, di fronte agli ordini prefettizi, nulla possono.

Tanto per chiarire, se non l’avete già letto: l’ostello requisito nell’arco di due ore a Gorino, di proprietà della provincia, è gestito da un’immigrata serba, che vive in una delle sei stanze. L’aiuta una ragazza proveniente dalla repubblica Ceca. Quindi entrambe ex profughe, accolte nella comunità con amore, che hanno investito anni di fatica e risparmi per tentare di far crescere turisticamente questo ostello, unica struttura ricettiva del paesino. E anche, visto che lì c’è il solo bar del paese, unico luogo di ritrovo degli abitanti. Per il resto a Gorino non c’è nulla, come dice il parroco don Paolo: un medico a ore solo alcuni giorni, due negozietti, il supermercato più vicino a 50 chilometri, per l’ospedale un’ora di strada.

Mentre il parroco cerca di capire, pur contestando le barricate, le ragioni dei suoi parrocchiani, l’arcivescovo di Ferrara tuona: “Quanto è accaduto ripugna alla coscienza cristiana”. E coscienza cristiana non vorrebbe che, tanto per rimanere dalle nostre parti, il famoso albergo “Villa del seminario” a Lucca, di proprietà della Curia, con le sue 36 stanze con 73 posti letto, wifi, telefono, bagno privato, riscaldamento, aria condizionata, fosse adibito ad alloggio per i migranti anziché ad albergo per turisti? Coscienza cristiana certo non vuole che su circa 20.000 parrocchie in Italia, soltanto 2500 accolgano i profughi.

Ma lasciamo stare la Chiesa e le sue contraddizioni. Torniamo a Gorino dove gli abitanti proprio non si sentono razzisti: “Per primi in Italia, dicono, abbiamo accolto i profughi bosniaci quando c’era la guerra. Abbiamo accolto i bambini di Chernobyl. Volevamo solo essere rispettati. Anche noi. Un esproprio del genere è roba da dittatura”.

E ancora: “Se vi dicono all’improvviso che a casa vostra arrivano 12 persone, non entrate nel panico? Se ci avvisavano prima, potevamo un po’ prepararci, anche disdire la prenotazione già prevista all’ostello per il fine settimana”.

Perché tutto, davvero, è accaduto all’improvviso. Il sindaco di Goro, di cui Gorino è frazione, spiega: “Non sapevamo nulla, nemmeno il numero dei migranti, chi erano. Ci hanno detto che dovevano arrivare entro 40 giorni, poi, nel giro di due ore, abbiamo saputo che il pullman era in arrivo, è stato chiuso l’ostello e requisite le stanze”.

Naturalmente, lettera morta è l’ultimo piano del Viminale messo a punto l’estate scorsa con l’Associazione comuni italiani, che prevede due, massimo tre migranti, ogni mille abitanti, giusto numero per favorire l’integrazione. Dodici richiedenti asilo in una comunità di 400 persone sono, in base a questo accordo, decisamente troppi.

Il problema esiste, inutile negarlo. E va affrontato con un minimo di preveggenza, non cancellando i diritti delle popolazioni. Non dicendo agli italiani: trasferitevi in Ungheria, senza di voi stiamo meglio. Per una frase del genere, gli italiani in massa dovrebbero chiedere le dimissioni di questo prefetto, seppur capo dell’immigrazione, obbligato quindi per ruolo a sostenere i diritti dei migranti. Ma non lo facciamo perché siamo un popolo rassegnato. Dov’è il rispetto degli italiani? Quelli che con tanta fatica, pagando le tasse, contribuiscono anche allo stipendio del prefetto in questione? No, i gorinanti non vogliono andare in Ungheria, hanno pieno diritto di rimanere sulla propria terra. Come tutti gli italiani che chiedono solo un piano di accoglienza sensato, basato su quote, e non emergenziale. 


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